Andrè Gide, il diritto all’esistenza autentica

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Scrittore innovativo e provocatore, esploratore dell’animo umano in grado di mettere a nudo le sue contraddizioni con una sincerità che pochi altri hanno osato raggiungere, indagatore instancabile della libertà, André Paul Guillame Gide ha trasformato la letteratura in uno specchio di riflessione sulle inquietudini della modernità.
Nato a Parigi il 22 novembre del 1869, è il protagonista assoluto della letteratura francese tra le due guerre e la sua notevole influenza nelle produzioni letterarie di molti grandi scrittori che lo seguiranno sarà ben evidente soprattutto in Albert Camus e in Jean-Paul Sartre.
Lo stile di André Gide è una trappola ben educata: sembra limpido, quasi semplice, e invece sotto ogni frase c’è una domanda che segretamente mina ogni certezza.
Scrive con una chiarezza che non rassicura, ma smaschera. Nessun barocchismo, nessuna esagerazione emotiva: frasi pulite, eleganti, che procedono come chi sta solo “constatando” i fatti. Ma i fatti sono sempre in disaccordo con la morale che dovrebbe contenerli. È qui che nasce il suo vero tono: una calma inquietante.
Ama i diari, le confessioni, le lettere, tutto ciò che permette all’io di guardarsi allo specchio. Solo che lo specchio, da lui, non riflette mai un volto unico. I suoi personaggi – e lui stesso, quando si mette in scena – non sono unità compatte, ma nodi di contraddizioni: desiderio e religione, libertà e colpa, purezza e sensualità.
Non alza la voce; non proclama, non predica. Disfa, lentamente. Il suo stile è quello di un uomo che cammina con passo leggero dentro territori moralmente esplosivi. La provocazione non è nella forma, ma nella serenità con cui lascia che ogni valore venga rimesso in discussione. E quando chiudi il libro, ti accorgi che la sua prosa, così sobria, ti ha già cambiato le domande.

Figlio unico di una ricca famiglia protestante, non segue un regolare percorso scolastico a causa della sua cagionevole salute, di un’espulsione traumatica di qualche mese perché sorpreso a commettere un atto ritenuto “impuro” nella scuola alsaziana da lui frequentata e per la sofferenza di essere spesso continuo oggetto di scherno dei compagni. Orfano di padre a soli undici anni, trascorre l’adolescenza e la giovinezza in un’inquieta solitudine oppresso dalla fervente religiosità della madre e dall’attrazione spirituale verso la cugina Madeleine. Dopo aver sostenuto gli esami di maturità entra in contatto con alcuni intellettuali del tempo, tra cui Oscar Wilde, con cui instaura una profonda amicizia, e subisce inizialmente l’influenza del maestro del simbolismo, Stéphane Mallarmé. Si appassiona alla scrittura e la sua prima opera, “I quaderni di André Walter,  viene accolta benevolmente dalla critica ma ignorata dai lettori. Nonostante la sua omosessualità, esplosa in modo liberatorio durante un viaggio in Tunisia, si ostina a convolare a nozze con la cugina nel 1895, pochi mesi dopo la morte della madre.
Il matrimonio tra Andrè e Madeleine non sarà mai consumato per l’incapacità, ammessa dallo stesso scrittore, di conciliare l’amore e il desiderio.
Andrè Gide, biografia e citazioniBen presto Gide comincia a trasferire le proprie inquietudini morali nella letteratura con i due romanzi “L’immoralista” e “La porta stretta“, scritti, rispettivamente, il 1902 e il 1909.
L’immoralista racconta la storia di Michel, di famiglia puritana, e allevato nel massimo rigore religioso. Il protagonista, per assecondare il volere del padre morente, porta all’altare Marceline.
Durante il viaggio di nozze nel Nord Africa, Michel si ammala di tubercolosi e viene assistito amorevolmente dalla moglie. Dopo la guarigione, complici l’atmosfera africana e la lunga repressione dei suoi impulsi, l’uomo intraprende un cammino di liberazione sessuale e di individualismo sfrenato rigettando il conformismo dell’educazione puritana ricevuta.
Quell’agognata libertà da una morale soffocante e repressiva, che aveva condizionato la vita di Michel, si tramuta in egoismo e disinteresse per le sofferenze altrui. E quando è la moglie ad ammalarsi, l’uomo, travolto dal desiderio irrefrenabile di tornare in Africa, pur consapevole delle deleterie conseguenze che avrebbero avuto sulla salute della donna, la convince a partire. Marceline muore e Michel, sconvolto e attanagliato dai sensi di colpa, si confronta disperatamente con gli amici ed esprime il suo parere su quell’apologia dell’individualismo, che fino a poco tempo prima aveva abbracciato, definendola una degradazione dell’umanità, una corruzione dell’anima alla ricerca del male.


La porta stretta mostra, invece, un cammino opposto a quello intrapreso da Michel. E la rinuncia totale al materialismo e ai piaceri del corpo conduce ad un ascetismo altrettanto distruttivo e umiliante.
L’opera descrive la storia di un amore che non vuole essere vissuto, ma perfezionato. E come tutte le cose che vogliono essere troppo pure, finisce per sparire.
Il mostro scrittore costruisce il romanzo come un diario a posteriori: Jérôme guarda indietro e tenta di dare un senso a ciò che, forse, un senso non aveva. Alissa, la donna amata, non è tanto un personaggio quanto un’idea: l’idea della santità attraverso la rinuncia, della purezza conquistata per sottrazione. Ogni gesto d’amore si trasforma in pretesto per un ulteriore sacrificio, ogni possibilità di felicità viene rifiutata in nome di un ideale sempre più astratto. Qui sta il lato più inquietante del libro: l’amore non è distrutto dal mondo, dalla società o dallo scandalo, ma da un eccesso di spiritualità, da quella forma elegante di crudeltà che è l’idealismo. In questo senso, La porta stretta è un romanzo sulla tirannia del “meglio”: meglio più puro, meglio più alto, meglio più degno… finché non resta più niente.
Alla fine, ciò che commuove non è solo la tragedia di Jérôme e Alissa, ma la sensazione che Gide ci metta davanti a una malattia profondamente umana: la paura della felicità concreta, imperfetta, a favore di un assoluto che nessuno potrà mai abitare. La porta è stretta, sì, ma il dramma è che sono loro a chiuderla dall’interno.
Entrambe le opere ben palesano il conflitto interiore dello scrittore e la loro tragica conclusione sembra voler lanciare il messaggio di un’immoralità presente sia nella virtù che nella corruzione.


I due romanzi, scabrosi per il periodo storico in cui vive lo scrittore, passano inizialmente inosservati e apprezzati solo dalla ristretta cerchia di amici di Gide colpiti dalla provocazione morale, dal rifiuto del conformismo e dagli interrogativi sulla natura umana.
La moglie Madeleine, non interessata ai libri scritti dal marito, scopre per caso, aprendo una lettera di Andrè, quella verità di cui non si era mai accorta. Il matrimonio tra Madeleine e lo scrittore giunge così ad una brusca conclusione nel 1918 e la donna si vendica del marito bruciando tutte le lettere da lui scritte. Si ritira poi a vita solitaria e muore nel 1938.
Andrè Gide, biografia e citazioniComincia la svolta decisiva dello scrittore che mostra una coraggiosa sincerità d’animo nella pubblicazione nel 1924 del saggio in forma di dialogo socratico “Corydon“, scritto nel 1911, ma divulgato solo a pochi amici che gli avevano caldamente sconsigliato la sua diffusione. Il saggio espone la difesa dell’omosessualità, considerata parte integrante della sessualità umana. Corydon è uno scandalo privo di scandalo: un libro che parla di omosessualità con la calma di chi discute di botanica. È forse questo il suo gesto più radicale.
Gide costruisce un dispositivo apparentemente freddo: dialoghi, note, esempi tratti dal mondo animale, dalla storia, dalla letteratura. Ma sotto la veste “scientifica” pulsa una domanda essenziale: perché una minoranza deve giustificare la propria esistenza davanti alla normalità presunta della maggioranza?
Nel personaggio di Corydon c’è qualcosa di disarmante: non è un ribelle titanico, non è un martire romantico, è un uomo che ragiona. E proprio la sua ostinazione nel restare nel registro della ragione, mentre tutt’intorno trionfano pregiudizio, morale, abitudine, crea una tensione silenziosa, quasi comica. È come assistere a un processo in cui l’imputato è l’evidenza, non l’accusato.
Il romanzo-saggio di Gide non offre consolazioni narrative, non cerca catarsi. Smonta, con pazienza, l’idea stessa di “naturale” e “innaturale”, mostrando quanto spesso queste parole servano solo a tranquillizzare chi le pronuncia. In questo, Corydon è meno un libro sull’omosessualità e più un libro sulla fragilità delle nostre certezze morali.
Non è un’opera che si legge per la trama, ma per la lucida ostinazione con cui interroga il lettore. Alla fine, la vera provocazione non è che l’amore tra uomini esista; è che dopo averlo letto diventa difficile continuare a credere che la normalità sia un argomento.


Cresce la fama di Gide che, dopo un viaggio in Congo, amareggiato per gli effetti del colonialismo in Africa, s’iscrive al Partito Comunista Francese. Ma un viaggio nell’URSS lo porta a rinnegare le proprie idee politiche.
La sua attività letteraria prosegue e con essa una vita molto distante dalle convenzioni del tempo.
Èlisabeth Van Rysselberghe gli chiede di avere un figlio e lo scrittore acconsente al desiderio della donna, pur avendo una relazione con il giovane Pierre Herbart. Dall’insolito fidanzamento tra Èlisabeth e Andrè nasce una bambina e l’amante di Gide intraprende una relazione con la donna, seguitando ad intrattenere con lo scrittore un rapporto che in breve tempo si tramuterà in amicizia.
Nella sua vasta produzione letteraria non bisogna dimenticare il suo libro autobiografico “Se il seme non muore“, pubblicato nel 1924, in cui la sensualità gioiosa dell’autore che, proprio grazie alla letteratura riesce a liberarsi dei fantasmi di “una pedagogia del senso di colpa“, emerge in modo dirompente riuscendo a fargli raggiungere quell’equilibrio tra la ricerca del piacere e la purezza morale.
Se il seme non muore è un titolo ironico: annuncia la persistenza, la continuità, mentre il libro è il racconto di una coscienza che non smette mai di cambiare, di interrogarsi, di contraddirsi.
In queste pagine, Gide prende il proprio diario e lo espone come un esperimento: ecco un uomo che osserva se stesso con una lucidità a tratti spietata, a tratti tenera. Non c’è il mito dell’io compatto e coerente; al contrario, assistiamo a una serie di versioni di sé che nascono e muoiono, come stagioni interiori. Ciò che “non muore” non è un’identità, ma il movimento stesso del divenire.

La scrittura ha qualcosa della confessione, ma senza la minima voglia di chiedere assoluzione. Gide non si difende, non si giustifica: constata. Le passioni, i dubbi morali, le contraddizioni religiose e sensuali non vengono risolti: vengono mostrati. È qui che il libro si avvicina alla modernità del romanzo europeo: l’io non è più un eroe, ma un laboratorio.
La vera forza di questo libro è racchiusa in questa serenità inquieta con cui accetta che l’essere umano sia irriducibilmente plurale. Il lettore non trova un modello, trova un complice. E capisce, forse con un leggero brivido, che la cosa più viva in noi non è ciò che abbiamo deciso di essere, ma ciò che continua a sfuggirci. In questo senso, il seme davvero non muore: si ostina a germogliare in direzioni che non avevamo previsto.

Nel 1925 pubblica il romanzo “I falsari“, un libro che porta un titolo onesto: qui sono falsari un po’ tutti. Non solo quelli che fabbricano monete, ma anche gli scrittori, i moralisti, gli adolescenti che si inventano un destino, gli adulti che recitano una vita che non sentono più.
Gide costruisce un libro a incastri, un romanzo che contiene al suo interno… un romanzo in lavorazione. L’autore Eduard, che prende appunti per un libro dal titolo I falsari, è la chiave ironica dell’opera: mentre osserva gli altri, scopre che la finzione non è un difetto della letteratura, ma della realtà stessa. Tutti raccontano storie, tutti imbastiscono versioni di sé più sopportabili della verità.
La struttura è mobile, frammentata, quasi musicale: diari, dialoghi, episodi che si incrociano senza mai chiudersi in una trama comoda. Non c’è un solo protagonista, ma una costellazione di destini che si sfiorano, si mentono, si tradiscono. L’adolescenza, con i suoi slanci e la sua crudeltà, è mostrata senza indulgenza: non come “età dell’innocenza”, ma laboratorio di maschere. La provocazione del libro è sottile: non ci chiede di smascherare i falsi, ma di ammettere che la falsificazione è parte dell’essere umani. Alla fine, il lettore resta con un dubbio sgradevole e liberatorio: e se la sincerità assoluta fosse solo un’altra forma, più raffinata, di finzione? In questo senso, I falsari è meno un romanzo da “seguire” e più uno specchio in cui è difficile guardarsi senza sorridere, un po’ a disagio.

L’opera di Gide influenza non solo la letteratura, ma anche la società odierna lasciandoci un messaggio di speranza e coraggio per le generazioni che lo seguiranno, libere di oltrepassare ogni morale precostituita e di poter vivere il proprio orientamento sessuale senza vergogna alcuna. Ignara altresì di quell’emarginazione sociale che colpisce proprio lo stesso scrittore, ostracizzato poi anche da molti intellettuali del suo tempo per il suo ripudio al comunismo.
I temi da lui trattati sulla frustrante ipocrisia cristiano-borghese, l’incapacità di adattarsi ad una morale imposta da una maggioranza facilmente manipolabile da chi detiene il potere e ad una società castrante nei confronti dei cosiddetti “diversi” restano ancora estremamente attuali soprattutto nei paesi in cui l’ingerenza religiosa condiziona la vita dei suoi cittadini.
Invito chi non l’avesse ancora fatto ad accostarsi all’opera di questo grande e coraggioso autore francese, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1947, quattro anni prima della sua scomparsa, avvenuta il 19 febbraio del 1951 per congestione polmonare.
Così viene argomentato il prestigioso premio conferitogli: « Per la sua opera artisticamente significativa, nella quale i problemi e le condizioni umane sono stati presentati con un coraggioso amore per la verità e una appassionata penetrazione psicologica.»
Di seguito alcune delle sue citazioni più celebri.

L’arte comincia dalla resistenza: dalla resistenza vinta. Non esiste capolavoro umano che non sia stato ottenuto faticosamente.
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Mi è dolce pensare che dopo di me gli uomini si riconosceranno più felici. Per il bene dell’umanità futura, ho compiuto la mia opera. Ho vissuto.
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Un’adolescenza troppo casta porta a una vecchiaia dissoluta. È più facile rinunciare a una cosa conosciuta che a una soltanto immaginata.
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Bisogna lasciare la ragione agli altri perché questo li consola del non avere altro.
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Le più belle opere dell’uomo sono ostinatamente piene di dolore.
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Liberarsi non è molto difficile. È più difficile rimanere liberi.
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Non c’è niente che ostacola la felicità quanto il ricordo della felicità.
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Che cos’è il racconto della felicità? Solamente ciò che la prepara, o ciò che la distrugge si può raccontare.
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Non si possono scoprire nuovi oceani, se prima non si ha il coraggio di allontanarsi dalla riva.
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La sola arte di cui mi accontento è quella che, elevandosi dall’inquietudine, tende alla serenità.
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Meno è intelligente il bianco, più gli sembra che sia stupido il negro.
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Famiglie, io vi odio! focolari chiusi; porte sprangate; possessi gelosi della felicità.
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Posso dubitare della realtà di tutto, ma non della realtà del mio dubbio.
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Il possesso completo è provato solo dal dare. Tutto ciò che sei incapace di dare ti possiede.
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La felicità non è una stazione d’arrivo, ma un modo di viaggiare.
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Andrè Gide, biografia e citazioni
Non esistono problemi, ci sono soltanto soluzioni. Lo spirito dell’uomo crea il problema dopo.

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Le azioni più decisive della nostra vita sono il più delle volte azioni avventate.
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Tutte le cose sono state già dette, ma dato che le persone non ascoltano, occorre sempre ricominciare.
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Ciò che sfugge alla logica è quanto v’è di più prezioso in noi stessi.

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È bene seguire la propria inclinazione, purché sia in salita.
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Dubitate di tutto, ma non dubitate mai di voi stessi.
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Credi a coloro che cercano la verità; dubita di quelli che la trovano.
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Ho l’abitudine di essere discreto solo per ciò che mi viene confidato; per quello che vengo a sapere da solo la mia curiosità, confesso, è senza limiti.
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Il presente sarebbe pieno di tutti i futuri, se il passato non vi proiettasse già una storia.
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In questo mondo è importante non aver l’aria di ciò che si è.
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La più grande felicità, dopo quella di amare, è quella di confessare il proprio amore.
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Andrè Gide, biografia e citazioni
Lungi dall’essere l’unico naturale, l’atto procreativo, in natura, fra la più sconcertante profusione, il più delle volte non è che un caso fortuito. La voluttà che l’atto di fecondazione porta seco, nell’un sesso e nell’altro, non è necessariamente ed esclusivamente legata a quest’atto. Non è la fecondazione che l’animale cerca, è semplicemente la voluttà. Cerca la voluttà e trova la fecondazione per caso fortuito.
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Meno che a chiunque altro, ciascuno vuole somigliare a se stesso.
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Nessuna teoria è buona.
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Non ricerco la complicazione; essa è in me. Ogni gesto nel quale non riconosca tutte le contraddizioni che mi abitano, mi tradisce.
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Se un filosofo vi dà una risposta, non siete più in grado di capire nemmeno la domanda che avevate posto.
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Allora perché raccontarlo? Vi rendete conto che tutto ciò non ha nessun interesse? Dovete capire che vi sono due mondi: quello che è senza che se ne parli, e lo si chiama mondo reale, perché non si ha nessun bisogno di parlarne per vederlo. L’altro è il mondo dell’arte, e di questo bisogna parlarne, perché altrimenti non esisterebbe […].
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Credono che tutti i pensieri nascano nudi… Non capiscono che io non posso pensare che sotto forma di racconto. Lo scultore non cerca di tradurre in marmo il proprio pensiero: egli pensa direttamente come se già tutto fosse di marmo, egli pensa in marmo.
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Oh, ciò si ricollega al fatto che adesso fuggo l’opera d’arte. Voglio adorare soltanto il sole… Avete notato come il sole detesti il pensiero? Lo fa sempre indietreggiare, lo costringe a rifugiarsi nell’ombra. Prima, il pensiero dominava nell’Egitto; il sole ha conquistato l’Egitto. Poi è stato a lungo in Grecia e il sole ha conquistato la Grecia; poi l’Italia e poi la Francia. Adesso il pensiero, tutto, si vede risospinto in Norvegia e in Russia, là dove il sole non arriva mai. Il sole è geloso dell’opera d’arte. […] Niente felicità! Soprattutto niente felicità! Il piacere! E bisogna sempre volere il più tragico…
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A volte mi sembra che scrivere impedisca di vivere, e che ci si possa esprimere meglio coi fatti che con le parole.
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La crudeltà è il principale attributo di Dio.
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Non posso pretendere che gli altri abbiano le mie virtù. È già molto se ritrovo in essi i miei vizi.
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Non si può allo stesso tempo essere sinceri e sembrare tali.
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Chi potrebbe dire quante passioni e quanti pensieri fra loro in contrasto possono coabitare nell’uomo?
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Quando parlo a uno di loro, mi sembra di parlare a tanti […] Più assomigliano tra loro, e più sono diversi da me.
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Le più belle opere degli uomini sono pervicacemente dolorose. Quale dovrebbe essere il racconto della felicità? Niente è raccontabile, se non ciò che la prepara, e poi ciò che la distrugge. E io vi ho detto ora tutto ciò che l’aveva preparata. [Si ricordi il commento di Schopenhauer riguardo la Commedia di Dante…]
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Se non avessi scritto L’Immoralista, lo sarei diventato.
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È a se stesso che ognuno pretende di assomigliare di meno. Ognuno si mette davanti un patrono, poi lo imita; non sceglie nemmeno il patrono che imita; accetta un patrono già scelto a priori. […] Si ha paura di ritrovarsi soli; e non ci si trova del tutto. Questa agorafobia morale mi è odiosa; è la peggiore delle viltà.
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Cogli di ogni istante la novità.
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Avevo frequentato molto Wilde a Parigi; lo avevo incontrato un’altra volta a Firenze; ho già raccontato ciò diffusamente, anche quello che sta per seguire ma senza i particolari che voglio riferire qui.
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L’arte è sempre il risultato di una costrizione. Credere che si levi tanto più alta quanto più è libera equivale a credere che ciò che trattiene l’aquilone dal salire sia la corda.
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L’umanità è complicata, bisogna riconoscerlo, e ogni tentativo di semplificazione, di irreggimentazione, ogni sforzo dall’esterno per ridurre ogni cosa e ogni persona allo stesso denominatore comune sarà riprovevole, pericoloso e sinistramente ridicolo.
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Non si avverte la propria catena quando si segue spontaneamente colui che trascina; ma quando si comincia a resistere e a camminare allontanandosi, si soffre molto.
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Andre Gide at Jersey - Theo van Rysselberghe

André Gide at Jersey” – Theo van Rysselberghe

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