Frida Kahlo _ Il pennello del dolore

«Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita.
Da bambina, crepitavo. Da adulta, ero una fiamma».

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L’opera di Frida Kahlo, pittrice messicana ammirata da molti grandi artisti del suo tempo, ottiene un vasto riconoscimento solo agli inizi degli anni novanta del secolo scorso, offuscata dalla fama del celebre marito Diego Rivera.
frida 32La sua produzione pittorica è profondamente segnata da alcuni eventi dolorosi che compromettono irrimediabilmente la sua salute e la costringono a lunghi periodi di immobilità. Una vita piena di sofferenze fisiche e continue operazioni che Frida cerca in modo ostinato di contrastare con la sua disperata voglia di vivere, alternata ad angosciosi momenti di depressione, e attraverso un’arte volta, soprattutto nei suoi numerosi autoritratti, a comprendere e a cercare di svelare anche a se stessa il suo immenso universo interiore.
Lo stile di questa grande artista è ricco di suggestioni surrealiste ed espressioniste a cui aggiunge un tocco naïf che rende le sue opere difficilmente assimilabili ad una qualsivoglia corrente pittorica. I suoi dipinti racchiudono infatti, in un fluire di tinte vivaci tratte dal folklore e dall’arte popolare messicana, diversi stili, sebbene il collocamento di oggetti incongrui dentro le sue talvolta inquietanti tele, hanno indotto molti studiosi a ritenere lo stile di questa pittrice tipicamente surrealista. Un surrealismo tuttavia molto differente da quello conosciuto fino a quel momento; le metafore di cui si avvale Frida sono infatti di semplice interpretazione e spesso ingenue. Sorgono dalla sua dolorosa esperienza personale e mostrano il deterioramento del suo corpo e la sofferenza fisica e spirituale, compagne inseparabili della sua tormentata esistenza.

"Autoritratto con vestito di velluto", 1926.

“Autoritratto con vestito di velluto”, 1926.

Più della metà della sua produzione artistica è costituita da autoritratti e con queste parole spiega la sua insolita scelta: «Dipingo me stessa perché sono il soggetto che conosco meglio».
frida 6Nella sua prima mostra personale, un critico messicano commenta: «È impossibile separare la vita dall’opera di questa persona straordinaria. I suoi quadri sono la sua biografia». Attraverso la pittura, Frida, nota anche come attivista politica schierata sempre dalla parte degli oppressi, esplora i suoi sentimenti e le sue emozioni più profonde trovando il coraggio di mettere a nudo i suoi limiti fisici e psichici in una società in cui parlare di sofferenza o di morte è ancora oggi considerato un tema di conversazione da evitare.
Con le sue sopracciglia unite e folte e i tipici costumi lunghi tradizionali, Frida Kahlo è oggi considerata un’icona, non solo per la sua produzione, ma anche per la sua affascinante, pur nella sua fragile ( o forse proprio per questo) personalità. In un primo momento i suoi dipinti sono tipicamente realistici e popolati da ritratti della sua famiglia e dei suoi amici. Con il passare degli anni e l’aggiungersi di altri dolori, le sue tele imprigioneranno quei tormenti fisici e psichici che la tortureranno durante la sua breve ma intensa vita, tramutando il suo stile. Nonostante i contatti con Andrè Breton e il movimento surrealista, Frida lavora in modo solitario e non ama i confronti. Per tale ragione il suo stile assume delle caratteristiche molto personali, maggiormente riscontrabili nei suoi violenti e visionari autoritratti, che innalzano la sua produzione conducendola a quel drastico cambiamento da cui irrompe un’estrema originalità da lasciar basiti noi osservatori. «Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni», affermerà infatti con decisione.

"Il cervo ferito", 1946.

“Il cervo ferito”, 1946.

Gli autoritratti realizzati da questa straordinaria artista riescono a farci quasi toccare con mano episodi ed emozioni che solo di rado hanno sfiorato la storia dell’arte. L’intimità di Frida viene resa pubblica e quell’autoritrarsi continuamente non è solo un modo di conoscere se stessa, ma suona quasi come un grido rivelatorio della sua esistenza afflitta da un fisico malato con tutta la sofferenza e la solitudine che reca in sé.

Frida Kahlo bambina.

Frida Kahlo bambina.

Nata a Coyoacán, un sobborgo di Città del Messico, oggi ritenuto il “quartiere degli artisti“, Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, è figlia di un ebreo tedesco, fotografo e pittore, e di una benestante messicana di origini spagnole. Nonostante sia nata il 6 luglio del 1907, preferirà dichiarare di essere nata nel 1910, l’anno della rivoluzione messicana.
Ottimo il rapporto con il padre che ringrazierà con le seguenti parole: «grazie a mio padre ebbi un’infanzia meravigliosa, infatti, pur essendo molto malato fu per me un magnifico modello di tenerezza, bravura e soprattutto di comprensione per tutti i miei problemi». Non facile, invece, quello con la madre di cui non esita a sottolinearne la freddezza pragmatica ed il fanatismo religioso.
A sei anni contrae la poliomielite che le fa già conoscere la crudeltà della vita minandole il fisico e causandole un’andatura claudicante. Derisa dai suoi coetanei che le affibbiano il soprannome “Frida pata de palo” (gamba di legno), mostra sin da piccola un temperamento combattivo compiendo acrobazie su pattini e biciclette e cercando di occultare i suoi difetti fisici con un abbigliamento di gonne lunghe tradizionali e adottando così uno stile esotico che verrà guardato con ammirazione in futuro.
Nonostante il suo atteggiamento di sfida nei confronti dei compagni di gioco, così descriverà quel periodo: «A sei anni ebbi la poliomielite. A partire da allora ricordo tutto molto chiaramente. Passai nove mesi a letto. Tutto cominciò con un dolore terribile alla gamba destra, dalla coscia in giù. Mi lavavano la gambina in una bacinella con acqua di noce e panni caldi. La gambina rimase molto magra. A sette anni portavo degli stivaletti. All’inizio pensai che le burle non mi avrebbero toccata, ma poi mi fecero male, e sempre più intensamente».

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Di temperamento anticonformista e ribelle, Frida, dopo aver frequentato il liceo presso il Colegio Alemán, la scuola tedesca in Messico, si iscrive a diciotto anni alla Escuela Nacional Preparatoria di Città del Messico per prepararsi agli esami di ammissione alla Facoltà di Medicina.
È il periodo in cui Frida fa parte dei “cachucas”, un’organizzazione studentesca che promuove le idee socialiste rivoluzionarie di José Vasconcelos. Nello stesso periodo comincia ad appassionarsi alle arti figurative ritraendo i suoi compagni di studio. La sua vita sembra scorrere in modo sereno fino a quando, il 17 settembre del 1925, mentre viaggia dentro un autobus diretto a Coyoacàn insieme al suo ragazzo, Alejandro Gòmez, è vittima di un incidente gravissimo a causa di uno scontro tra l’autobus e un tram. Da quel momento in poi la sua vita subisce un cambiamento decisivo. Intrappolata tra le aste metalliche del tram, il corrimano si spezza e la trafigge causandole alcune fratture alle vertebre lombari, al bacino, al piede destro ed una profonda ferita all’addome provocata da una barra di ferro che comprometterà la sua possibilità di portare a termine in futuro ben tre gravidanze.

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Costretta all’immobilità e ad indossare un busto di gesso per quasi un anno, Frida, a causa di tale incidente sarà costretta a sottoporsi nel corso della sua vita a trentadue operazioni e a soffrire di dolori fibromialgici molto intensi.
Durante il periodo in cui è costretta a letto, attratta da una scatola di colori ad olio del padre, comincia a dipingere. Si fa costruire un baldacchino sul quale i genitori fissano uno specchio, in modo da poter vedere la sua immagine riflessa e poterla così ritrarre. Ed il profondo dolore che lacera la sua anima riesce a trovare sfogo in quelle tinte forti, destinate con il passare degli anni a prorompere violentemente in un turbinio di colori e di figure che urlano senza pudore alcuno la sua immensa sofferenza ma anche il suo ostinato amore per la vita.

"Ritratto di mia sorella Cristina", 1926.

“Ritratto di mia sorella Cristina”, 1928.

In quei lunghi mesi di immobilità Frida sente crescere in sé una grande passione per la pittura producendo lentamente e con molta pazienza dei quadri che lei stessa definirà «dipinti bene, non con leggerezza bensì con pazienza. La mia pittura porta in sé il messaggio del dolore».
L’uso di tinte calde e avvolgenti, ma spesso violentemente eccessive è un grande esempio nella storia dell’arte di saper sublimare il dolore con la forza prepotente del colore.
Il rosso sarà la tinta predominante delle sue tele.
Quel rosso che può essere interpretato come una lode alla vita, ma che rimanda inevitabilmente anche al colore del sangue e della morte.

"Ritratto di Alejandro Gòmez", 1928.

“Ritratto di Alejandro Gòmez”, 1928.

Nel 1927 Frida ricomincia a condurre una vita normale, sforzandosi di convivere con dolori lancinanti che non le danno tregua, ma forte di un enorme desiderio di andare avanti. Nonostante tutto.
L’anno seguente aderisce ad un’organizzazione artistica e intellettuale che rigetta i canoni accademici del periodo e vuole rilanciare l’arte popolare messicana espressa attraverso i murales e sostenuta dallo Stato per il suo principale scopo di narrare la storia del Messico, attraverso le immagini, ad un popolo per lo più afflitto da analfabetismo.
Pur supportando la causa, Frida usa l’espressione artistica soprattutto per dar voce al suo mondo interiore, sebbene in alcune sue opere si potranno trovare elementi della tipica flora e fauna messicana.

"Autoritratto con Diego Rivera", 1931.

“Autoritratto con Diego Rivera”, 1931.

Nello stesso anno Frida conosce un artista messicano, Diego Rivera, la cui influenza si rivela decisiva per la vita e la produzione artistica della giovane donna. Pittore e muralista molto noto, Rivera incoraggia Frida, che gli chiede un parere sulle sue tele, e la incita a non smettere mai di dipingere, immediatamente consapevole dell’originalità e della grandezza della giovane artista. In realtà i due si erano già conosciuti nel 1923 nell’anfiteatro Bolivar e l’immagine di quella ragazza rimane ben impressa nella mente del pittore che così ricorda il suo primo incontro: «Aveva una dignità e una sicurezza di sé del tutto inusuali e negli occhi le brillava uno strano fuoco».

Diego Rivera e Frida Kahlo.

Diego Rivera e Frida Kahlo.

Diego dona sicurezza a Frida, ma si rivelerà poi un pessimo marito a causa del suo carattere infedele; i due convoleranno a nozze il 21 agosto del 1929. Frida ha appena ventidue anni, Diego ne ha quasi quarantatré, quattro figli da due precedenti matrimoni e un’insopportabile avversione alla monogamia.

In quell’anno Frida si iscrive al Partito Comunista Messicano e diviene una fervente sostenitrice della lotta di classe armata del suo popolo.
Ma proprio in quel periodo il nuovo governo attua una dura repressione nei confronti degli oppositori e dichiara fuorilegge il Partito Comunista. Molti appartenenti a tale partito vengono incarcerati ed altri, come Frida e Diego, si trasferiscono negli Stati Uniti dove vivranno per quattro anni. È proprio negli Stati Uniti che il fragile fisico di Frida non riesce a portare a compimento tre gravidanze e l’immenso tormento che invade il suo animo sfocia in uno dei suoi dipinti più dolorosi, “Il letto volante” (1932).

"Henry Ford Hospital" o "Il letto volante" (1932).

“Henry Ford Hospital” o “Il letto volante” (1932).

Dipinto in cui è ben evidente l’angoscia della donna, al centro di un paesaggio desolato color terra si vede un letto d’ospedale su cui Frida giace nuda e sanguinante. Il viso è solcato da una lacrima bianca e la sua mano tiene un cordone ombelicale rosso dalla cui estremità emergono delle figure che rimandano alla sofferenza dell’artista. Al centro campeggia un feto, quel bambino mai nato che Frida aveva amato sin dal primo momento in cui aveva scoperto di essere incinta. L’immenso amore materno dentro di sé verrà riversato dall’artista verso bambini non suoi, animali e quella natura selvaggia e indomita come il suo animo.

"Autoritratto con scimmie", 1943.

“Autoritratto con scimmie”, 1943.

Dopo quelle terribili perdite non è facile per Frida ricominciare a dipingere. Inoltre, il rapporto con Diego s’incrina ulteriormente quando, alle numerose avventure collezionate, aggiunge la relazione con la cognata Cristina.
Frida, che aveva sopportato fino a quel momento i continui tradimenti del marito, questa volta, profondamente ferita, abbandona la casa in cui vive. Quest’ultimo chiederà il divorzio.
Di seguito una scena del film “Frida” (2002) diretto da Julie Taymor e superbamente interpretato da Salma Hayek, che ha fatto conoscere ad un pubblico più vasto la storia di questa immensa pittrice.

Frida affoga i dispiaceri nell’alcool e realizza in quel periodo un altro suo dipinto molto forte, “Qualche colpo di pugnale“, ispirandosi anche ad un delitto passionale realmente accaduto che vede vittima una donna uccisa per gelosia ed il cui assassino si giustifica davanti al tribunale dicendo: «Ma era solo qualche colpo di pugnale».

"Qualche piccolo colpo di pugnale" (1935).

“Qualche piccolo colpo di pugnale” (1935).

Quando la relazione tra Diego e Cristina Kahlo si conclude, Frida ritorna a casa, sebbene il marito continuerà ad esserle infedele. Ma la donna stavolta non esiterà a ricambiare i tradimenti di Diego iniziando ad intrattenere relazioni con altri uomini, tra cui Lev Trotzkij e concedendosi, negli ultimi anni della sua vita, anche relazioni omosessuali.
Si risposerà con Rivera nel 1940 continuando a dipingere con colori sempre più accesi per evitare di imprigionare la sua sofferenza, raccontando soprattutto il controverso rapporto con il suo corpo.

"La colonna spezzata", 1944.

“La colonna spezzata”, 1944.

I due elementi basilari della sua arte, il forte legame con il Messico e la sua vita, hanno dato vita a creazioni straordinarie in cui riescono a convivere il dolore e l’allegria: un eterno dissidio che contraddistingue la sua vita e che Frida riesce a catturare nell’arte. Donna e artista indimenticabile, a pochi mesi dalla sua morte, dopo l’amputazione della gamba destra dovuta ad una cancrena, scrive nel suo diario: «Attendo con gioia la mia dipartita e spero di non tornare mai più». Ma aggiunge anche «Piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?». In queste due annotazioni si può riassumere l’arte di Frida che si spegnerà a Coyoacàn, a soli quarantasette anni, a causa di un’embolia polmonare il 13 luglio del 1954.
Di seguito alcuni suoi pensieri accompagnati dalle immagini delle sue più famose opere.

"Le due Frida", 1939.

“Le due Frida”, 1939.

Scegli una persona che ti guardi come se fosse una magia.
***
La morte può essere crudele, ingiusta, traditrice…
Ma solo la vita riesce a essere oscena, indegna, umiliante.
***

"Autoritratto con i capelli tagliati" (1940).

“Autoritratto con i capelli tagliati” (1940).

La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge: la vita.
***
Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera.
***

"Autoritratto con scimmia", 1938.

“Autoritratto con scimmia”, 1938.

Da quando mi sono innamorata di te, ogni cosa si è trasformata ed è talmente piena di bellezza… L’amore è come un profumo, come una corrente, come la pioggia. Sai, cielo mio, tu sei come la pioggia ed io, come la terra, ti ricevo e accolgo.
***
Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro.
***

L’amore? Non so. Se include tutto, anche le contraddizioni e i superamenti di sé stessi, le aberrazioni e l’indicibile, allora sì, vada per l’amore.
Altrimenti, no.
***
Ti meriti un amore che ti voglia spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire.
Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.
Ti meriti un amore che voglia ballare con te,
che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le tue espressioni.
Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti,
che ti appoggi quando fai il ridicolo,
che rispetti il tuo essere libero,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.
Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie
che ti porti l’illusione,
il caffè
e la poesia.
***

"L'albero della speranza", 1946.

“L’albero della speranza”, 1946.

Se tu sapessi com’è terribile raggiungere tutta la conoscenza all’improvviso…come se un lampo illuminasse la terra! Ora vivo in un pianeta di dolore trasparente come il ghiaccio. È come se avessi imparato tutto in una volta, in pochi secondi.
***
Ieri sera mi sono sentita come se tante ali mi accarezzassero tutta, come se le punte delle tue dita avessero bocche che baciavano la mia pelle.
Gli atomi del mio corpo sono tuoi e vibrano insieme così che ci amiamo l’un l’altra.
Voglio vivere ed essere forte per amarti con tutta la tenerezza che ti meriti, per darti tutto ciò che c’è di buono in me, così che tu non ti sentirai solo.
***

"Cosa mi ha dato l'acqua", 1938.

“Cosa mi ha dato l’acqua”, 1938.

Voglio darti i colori più belli, voglio baciarti… voglio che i nostri mondi da sogno siano uno solo. Vorrei vedere dai tuoi occhi, sentire dalle tue orecchie, sentire con la tua pelle, baciare con la tua bocca. Per vederti dal di sotto, vorrei essere la tua ombra nata dalla suola del tuo piede, che si estende lungo il terreno su cui cammini… Voglio essere l’acqua che ti lava, la luce che ti dà forma, vorrei che la mia sostanza fosse la tua sostanza, che la tua voce uscisse dalla mia gola così che tu mi accarezzassi da dentro… nel tuo desiderio e nella tua lotta rivoluzionaria per una vita migliore per tutti, voglio accompagnarti e aiutarti, amarti e nella tua risata trovare la mia gioia. Se a volte soffri, voglio riempirti di tenerezza così che tu ti senta meglio. Quando hai bisogno di me, mi troverai sempre vicino a te. Sempre aspettandoti. E vorrei essere leggera e soffusa quando vuoi restare solo.

"Il suicidio di Dorothy Hale", 1938.

“Il suicidio di Dorothy Hale”, 1938.

Niente vale più della risata e del disprezzo. È necessario ridere e abbandonarsi. Essere crudeli e leggeri.
La tragedia è la cosa più ridicola che “l’uomo” ha, ma sono sicura, che gli animali anche se “soffrono”, non esibiscono la loro “pena” in “teatri”– “aperti” nè “chiusi” ( i “focolari” ). E il loro dolore è più vero di qualunque immagine ogni uomo possa “rappresentare” o sentire come dolorosa.
***
Dottore, se mi lascia bere questa tequila, prometto che al mio funerale non tocco un goccio.
***

"Io e Diego", 1949.

“Io e Diego”, 1949.

Il surrealismo è la magica sorpresa di trovare un leone in quell’armadio in cui si voleva prendere una camicia.
***
Nessuno è separato da nessuno. Nessuno lotta per se stesso. Tutto è uno. L’angoscia e il dolore, il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere. La lotta rivoluzionaria in questo processo è una porta aperta all’intelligenza.

Ho provato ad affogare i miei dolori, ma hanno imparato a nuotare.
***
Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere.
***
Rinchiudere la propria sofferenza significa rischiare che ti divori dall’interno.

"Io e i miei pappagalli", 1941.

“Io e i miei pappagalli”, 1941.

Non credo che le rive di un fiume soffrano per lasciarlo andare.
***
La vita insiste per essere mia amica e il destino mio nemico.
***
Ogni “tic-tac” è un secondo della vita che passa, fugge e non si ripete. E in essa c’è tanta intensità e interesse che il problema è solo saperla vivere.

"La mia nascita", 1932.

“La mia nascita”, 1932.

Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.

"Ricordo (Il cuore)", 1937.

“Ricordo (Il cuore)”, 1937.

Non sono malata. Sono in rovina. Ma sono felice fintanto che posso dipingere.
***
Dovevo avere sei anni, quando vissi intensamente un’immaginaria amicizia con una bambina della mia età più o meno. Sulla vetrata di quella che allora era la mia stanza, e che dava su Calle Allende, su uno dei primi vetri della finestra – ci alitavo sopra. E con un dito disegnavo una “porta”. Per questa “porta” uscivo nella mia immaginazione, con grande gioia e in fretta, attraverso tutto lo spazio che si vedeva, fino a raggiungere una latteria di nome “Pinzón”… Attraverso la “O” di Pinzón entravo e scendevo fuori dal tempo nelle viscere della terra, dove la mia “amica immaginaria” mi aspettava sempre.

"La tavola ferita", 1940.

“La tavola ferita”, 1940.

Sento che siamo stati insieme fin dal nostro luogo di origine, che siamo della stessa materia, delle stesse onde, che portiamo dentro lo stesso istinto. Tu sei forte, il tuo genio e la tua umiltà prodigiose sono incomparabili e arricchisci la vita; dentro il tuo mondo straordinario, quello che ti offro è solo una verità in più che ricevi e che accarezzerà sempre la parte più profonda di te stesso. Grazie di riceverlo, grazie perché vivi, perché ieri mi hai lasciato toccare la tua luce più intima e perché con la tua voce e i tuoi occhi hai detto quello che aspettavo da tutta la mia vita.

"Io e la mia balia", 1937.

“Io e la mia balia”, 1937.

Sono molto preoccupata per la mia pittura. Soprattutto voglio trasformarla in qualcosa di utile per il movimento rivoluzionario comunista, dato che finora ho dipinto solo l’espressione onesta di me stessa, ben lontana dall’usare la mia pittura per servire il partito. Devo lottare con tutte le mie energie affinché quel poco di positivo che la salute mi consente di fare sia nella direzione di contribuire alla rivoluzione. La sola vera ragione per vivere.

"Autoritratto-Il tempo vola", 1929.

“Autoritratto-Il tempo vola”, 1929.

Sento che siamo stati insieme fin dal nostro luogo di origine, che siamo della stessa materia, delle stesse onde, che portiamo dentro lo stesso istinto. Tu sei forte, il tuo genio e la tua umiltà prodigiose sono incomparabili e arricchisci la vita; dentro il tuo mondo straordinario, quello che ti offro è solo una verità in più che ricevi e che accarezzerà sempre la parte più profonda di te stesso. Grazie di riceverlo, grazie perché vivi, perché ieri mi hai lasciato toccare la tua luce più intima e perché con la tua voce e i tuoi occhi hai detto quello che aspettavo da tutta la mia vita.

"Autoritratto con Bonito", 1941.

“Autoritratto con Bonito”, 1941.

Tienimi dentro di te, ti imploro.
Voglio essere la tua casa, tua madre, la tua amante e il tuo figlio…
Ti amerò dal panorama che vedi, dalle montagne, dagli oceani e dalle nuvole, dal più sottile dei sorrisi e a volte dalla più profonda disperazione, dal tuo sonno creativo, dal tuo piacere profondo o passeggero, dalla tua stessa ombra o dal tuo stesso sangue.
Guarderò attraverso la finestra dei tuoi occhi per vedere te.

"Il marxismo guarirà gli infermi", 1954.

“Il marxismo guarirà gli infermi”, 1954.

La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d’amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt’uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d’amore.

"Autoritratto-La cornice", 1938.

“Autoritratto-La cornice”, 1938.

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