Alda Merini, il binomio genio e follia che condusse al sublime.

«Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto».

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Poetessa, aforista e scrittrice nota in tutto il mondo, Alda Merini è riuscita a convertire la dolorosa esperienza dell’internamento in manicomio in straordinaria energia creativa donandoci il suo universo interiore con uno stile cristallino e graffiante. La sua è una poesia spontanea, quasi innocente nella sua istintività, una voce che racconta i moti dell’animo e di tutto ciò che d’inesprimibile si agita dentro di noi in modo semplice, in un’armonica fusione di poesia e prosa, rendendo così i suoi pensieri comprensibili a tutti. Il suo stile, che racchiude accostamenti di immagini, non di rado oniriche e visionarie, appaiono ad un primo acchito prive di connessioni logiche. Ma si tratta solo della prima impressione. Man a mano che ci immergiamo nelle sue parole ci sentiamo travolgere da una poesia sorprendentemente intensa e caratterizzata da un’insolita e potente tensione erotica e mistica nel medesimo tempo.
Spirito inquieto e dolente, la sua poesia assurge a simbolo degli emarginati e dei vinti dalla vita, pur lasciando spazio ad una grande speranza di cui è la sua stessa vita una significativa testimonianza del riuscire a combattere la propria fragilità e tramutarla in forza nonostante tutte le avversità che incontrerà nella vita.

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Non pochi di noi si riconoscono nelle poesie della Merini il cui dirompente desiderio di estraniarsi da una società violenta e ipocrita, scorre davanti ai nostri occhi, sovente affaticati dalle difficoltà della vita, in liriche che scaturiscono da qualcosa di primordiale e immediato, prive di punti di riferimento letterari a cui la poetessa consegna, senza pudore alcuno, le proprie sofferenze lasciandone palpitare la voce interiore che custodisce con ardore l’amore, il dolore e la follia di una vita non facile. Niente artifici e retorica nelle sue raffinate frasi poetiche, affascinanti e febbrili, che lamentano il suo male di vivere in cui lascia talvolta trasparire sprazzi di fiducia che riescono a scuoterci dai tormenti della nostra esistenza.
E proprio in questo modo, con sincerità e schiettezza, Alda Merini consacra la sua poesia all’eternità.
alda-3Il suo canto interiore riesce a trovar sfogo nella scrittura, e la sua immensa sensibilità le dona la forza di sopravvivere e di andare avanti, nonostante tutto. Nonostante i continui ricoveri in cliniche psichiatriche, nonostante le delusioni, nonostante la vita che, per esseri molto differenti dalle persone cosiddette “normali”, diventa spesso un incubo da cui non è di certo una passeggiata riuscire a liberarsene, anche se per pochi attimi. A ciò bisogna aggiungere la comprensione di alcuni suoi amici che le staranno sempre accanto e che costituiranno per la Merini una calda dimora a cui far riferimento quando le sue crisi nervose emergono in tutta la loro inafferrabilità e allontanamento dal mondo.
Una donna vera la nostra Merini, la sua è una vita realmente vissuta che mostra nelle sue incantevoli poesie, intrise di forza e di fragile disincanto, quel messaggio eterno di desiderio di infinito anche quando il dolore sembra sopraffarci del tutto.
Una donna che è riuscita ad afferrare la sua esistenza profondamente in un’estatica contemplazione dell’amore, della follia e del dolore.
E quando emerge prepotentemente il desiderio di farla finita, un desiderio che purtroppo spesso si traduce in suicidio, nei versi della Merini comprendiamo che quella smania distruttiva che ci assale in certi momenti, non è altro che il desiderio di voler annientare per sempre il tormento che ci affligge. Forse, in fondo, tutti noi siamo attaccati alla vita e, anche quando soffriamo terribilmente e nessuno spiraglio sembra intravedersi, vogliamo solamente che il dolore cessi definitivamente. Questa è la lezione di vita che attraverso i suoi scritti la Merini ha lasciato a tutti noi. La vita non è un percorso facile, in particolar modo per gli esseri molto sensibili. Ma merita di essere vissuta anche quando il dolore dell’anima urla senza sosta e sembra non aver mai fine. Anche quando ci sentiamo, o siamo veramente troppo diversi dal mondo intorno a noi, la nostra vita può donare qualcosa di immenso.
Inutile negare il male. Il male esiste, ma non dobbiamo far sì che s’impossessi della nostra esistenza scaraventandoci in un baratro senza fine.

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La vita è dura, spietata, non guarda in faccia nessuno. E questo Alda lo sa. Lo vive sulla sua pelle. Tuttavia si rende anche conto che la vita non è solo sofferenza, ne accetta la bellezza e la bruttezza e trova un suo modo per difendersi anche nella più angosciante solitudine sperimentata durante gli internamenti. La poesia diventa la sua salvezza. L’arte riesce a far sopravvivere la fierezza del suo essere autenticamente unica e le consente non solo di salvaguardare la propria umanità, ma soprattutto di non consentire al dolore di smarrire quell’universo di amore e di sensibilità che dimora dentro di sé. La sua immensa capacità di percepire le infinite sfumature della vita, un dono incommensurabile che non tutti noi abbiamo, la conduce verso un cammino di rinascita continua che non distrugge la sua empatia e riesce a far sfavillare ancor più l’immensa umanità che la contraddistingue.

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«Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore», sosteneva Baudelaire. La visione della nostra poetessa è un po’ differente da quella del grande artista francese. Nella poesia della Merini diventiamo ancor più consapevoli di quanto sia faticoso il cammino su questa terra, ma anche come l’incomprensibile a tutti noi dolore riesca a rendere la nostra esistenza meritevole di essere vissuta. Il dolore qualche volta riesce a renderci migliori e per mezzo della sofferenza siamo in grado di poter apprezzare le piccole e spesso impercettibili gioie quotidiane. Questa la lezione di vita che l’immensa poetessa ha elargito al mondo.

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Nata a Milano da una famiglia modesta il 21 marzo del 1931, Alda Merini inizia a scrivere versi sin da giovanissima e frequenta le scuole professionali all’Istituto “Laura Solera Mantegazza” perché la sua richiesta di ammissione a frequentare il liceo Manzoni viene bocciata in quanto la futura poetessa non supera la prova di Italiano. Si dedica anche allo studio del pianoforte e, alla fine della guerra, dopo aver terminato gli studi, riflette sull’eventualità di entrare in un convento. In quel momento di meditazione sui progetti futuri, grazie ad una sua insegnante, conosce lo scrittore Angelo Romanò, che la presenta al poeta e romanziere Giacinto Spagnoletti.

Una giovane Alda Merini.

Una giovane Alda Merini.

Quest’ultimo, che può essere considerato il vero scopritore del talento della Merini, la introduce nella sua casa dove la ragazza conosce alcuni dei maggiori intellettuali del periodo. Alda, di appena sedici anni, s’innamora dello scrittore e critico letterario Giorgio Manganelli, già sposato e con una figlia. I due vivono una grande e travolgente storia d’amore. Proprio in quegli anni cominciano ad emergere quelle che la stessa Merini chiamerà “le prime ombre della mia mente” e nel 1947 viene internata per un breve periodo di tempo nell’ospedale psichiatrico milanese “Villa Turro“.

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Nel 1950 due sue poesie vengono pubblicate nella rivista “Paragone” e nello stesso anno Giacinto Spagnoletti inserisce due sue liriche nell’antologia “Poesia italiana contemporanea 1909-1949″. L’anno seguente, dietro suggerimento di Eugenio Montale, altre due sue poesie vengono pubblicate dall’editore Scheiwiller nella raccolta “Poetesse del Novecento“.
Amica di molti intellettuali del periodo, in particolar modo di Salvatore Quasimodo, acquista improvvisamente una significativa notorietà nel 1953 con la sua prima raccolta, “La presenza di Orfeo“. La giovanissima poetessa suscita l’interesse del mondo della cultura e Pier Paolo Pasolini, fortemente colpito dalla grandezza e dall’originalità della Merini così commenterà il suo esordio: «Di fonti per la bambina Merini non si può certo parlare: di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione di una influenza letteraria perfettamente congeniale, ci dichiariamo disarmati».

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Manganelli abbandona la giovane amante nello stesso anno del suo improvviso successo per motivi a noi poco chiari. Si pensa che probabilmente sia stato intimorito dai continui sbalzi di umore della ragazza e dalla sua conseguente incapacità di fronteggiare il misterioso universo della follia. Con il caso letterario di Alda Merini si torna ad affrontare quello strano binomio genio-follia che ha dato il via a studi scientifici piuttosto approfonditi. Molti studiosi moderni asseriscono che persone sane, ma con una creatività geniale e un’immaginazione molto potente, presentano dei deficit in alcuni recettori come si può riscontrare nel cervello dei malati di schizofrenia. Devo ammettere che tale scoperta non mi stupisce affatto. Grandi scienziati, poeti, scrittori o artisti manifestano spesso disturbi dell’umore e qualche volta da questi sbalzi umorali, siano essi depressivi o euforici, come accade nel caso del disordine bipolare, nascono capolavori o opere che sconvolgono per la loro grandezza.

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L’anno seguente la Merini convola a nozze con l’operaio Ettore Carniti con cui avrà quattro figlie e nel 1955 consegna alla stampa due libri, “Paura di Dio” e “Nozze romane“. Si accorge ben presto che la critica mostra un tiepido interesse nei confronti delle sue ultime produzioni e, alla nascita della prima figlia, accompagnata dalle lunghe assenze del marito da casa dovute all’apertura di un panificio, il già precario equilibrio psichico della poetessa comincia a vacillare ogni giorno di più. Gli impegni familiari le impongono ritmi estenuanti e, dopo la nascita della secondogenita e la pubblicazione nel 1962 di un’altra raccolta dedicata al pediatra che segue le sue figlie, “Tu sei Pietro“, la donna precipita in un profondo stato depressivo. Un periodo buio di silenzio e di isolamento affliggerà la nostra Merini che nel 1965 viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Inizialmente per brevi periodi di tempo, poi purtroppo gli internamenti diventano sempre più lunghi e vengono intervallati da brevi periodi di dimissioni. Quattordici anni lunghi e dolorosi in cui concepisce le altre due figlie. Tremenda è per lei l’esperienza del manicomio, dove subisce diversi elettroshock. Nel 1979 viene finalmente dimessa in modo definitivo.

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Alda ricomincia a scrivere. Profondamente segnata dall’esperienza vissuta in manicomio, comincia a creare le sue opere migliori. La sofferenza psichica patita le aveva permesso di toccare con mano un mondo ai più sconosciuto e di conoscere la vita in tutti i suoi aspetti, anche in quelli più bui. Così afferma Gualtieri: «Non c’è discontinuità tra normalità e follia, si susseguono ed entrambe si arricchiscono». Abbiamo sempre intuito che l’arte, quella vera, si accompagna alla follia, ma solamente chi possiede una mente profonda che si spinga al di là delle apparenze è in grado di capire la differente percezione del mondo da parte di personalità di indubbio fascino ma nel medesimo tempo molto complesse.
Nel 1980 la poetessa scrive “Destinati a morire“, “Poesie vecchie e nuovee l’anno dopo una raccolta recante il semplice titolo di “Poesie. Non pochi sono i racconti macabri che rimandano ai suoi ricordi del periodo d’internamento e nel 1984 viene dato alla stampa “La Terra Santa e altre poesie” seguito due anni dopo da “L’altra verità. Diario di una diversa.”

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Dopo la morte del marito la donna ricade in un periodo psicologicamente cupo a cui si aggiungono gravi problemi economici da affrontare e superati grazie all’aiuto di due suoi amici. Costretta a sottoporsi ad altre terapie, viene seguita amorevolmente dalla dottoressa Marcella Rizzo. Riuscirà a riprendersi molto presto e si risposerà con il medico e poeta tarantino Michele Pierri.
Da quel momento la vita della donna è accompagnata da una rinascita spirituale e da numerosi riconoscimenti letterari tra cui la candidatura al Premio Nobel. Dopo la morte del secondo marito torna a Milano e segue il consiglio dei medici di scrivere di getto qualsiasi pensiero le venga in mente per potersi così liberare dalla rabbia e dal dolore. Insieme a testi poetici di elevatissimo spessore si affiancheranno aforismi che accresceranno ancor più la sua notorietà, sebbene ancora la donna continuerà ad avere problemi economici per aver condotto una vita dispendiosa con le somme ottenute dai premi. Grazie al senatore Paolo Volponi, la Merini riceverà il vitalizio della legge Bacchelli, nel 1995.

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A causa di problemi di salute sarà di nuovo ricoverata in ospedale per un tumore osseo che la condurrà alla morte il primo novembre del 2009. Tra gli altri libri pubblicati bisogna ricordare “Delirio amoroso” (1989), “Vuoto d’amore” (1991), “Ballate non pagate“, con cui vince il premio Viareggio nel 1996, e “Fiore di poesia“.
Una vita ininterrottamente sul precipizio quella di Alda Merini, un’esistenza dura riferita attraverso una poesia in cui si fondono armonicamente abissi e serenità, vita e morte, dolore e appagamento. Un’esistenza vissuta in modo totale non poteva non donare un’opera in cui emergono liriche crude e passionali i cui versi sono indirizzati soprattutto ai reietti e a chi ha veramente patito momenti tragici e particolarmente dolorosi.
A lei, a questa grande donna, dedico un omaggio con alcune sue poesie e aforismi da me selezionati e che consiglio di rileggere spesso. Insieme alla triste realtà di una vita drammatica si riesce a leggere un amore per la vita che va oltre ogni immaginazione. Un amore mistico e smisurato che emerge anche nelle sue liriche più cupe. Una calda dimora alla nostra inquietudine.

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A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra.

 

Tratta da “La volpe e il sipario”

La verità è sempre quella,
la cattiveria degli uomini
che ti abbassa
e ti costruisce un santuario di odio
dietro la porta socchiusa.
Ma l’amore della povera gente
brilla più di una qualsiasi filosofia.
Un povero ti dà tutto
e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.

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Ieri ho sofferto il dolore

Ieri ho sofferto il dolore,
non sapevo che avesse una faccia sanguigna,
le labbra di metallo dure,
una mancanza netta d’orizzonti.
Il dolore è senza domani,
è un muso di cavallo che blocca
i garretti possenti,
ma ieri sono caduta in basso,
le mie labbra si sono chiuse
e lo spavento è entrato nel mio petto
con un sibilo fondo
e le fontane hanno cessato di fiorire,
la loro tenera acqua
era soltanto un mare di dolore
in cui naufragavo dormendo,
ma anche allora avevo paura
degli angeli eterni.
Ma se sono così dolci e costanti,
perchè l’immobilità mi fa terrore?

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Da “Terra d’amore”

Pensiero, io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero, dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell’antro della follia.

 

La carne degli angeli

Un punto è l’embrione
un secolo di vita
che ascolta l’universo
la memoria del mondo
fin dalla creazione.
L’uomo che nascerà
è un’eco del Signore
e sente palpitare in sé
tutte le stelle.

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Da “La Terra Santa”

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,
il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento di cantare
una esequie al passato.

***

A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello di magico pensiero.
https://youtu.be/P1CBO7G0d2U

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.

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Spazio spazio, io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita:
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.
***

Accarezzami, amore
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.

O poesia, non venirmi addosso
sei come una montagna pesante,
mi schiacci come un moscerino;
poesia, non schiacciarmi
l’insetto è alacre e insonne,
scalpita dentro la rete,
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.
***
Non mettetemi accanto a chi si lamenta
senza mai alzare lo sguardo,
a chi non sa dire grazie,
a chi non sa accorgersi più di un tramonto.
Chiudo gli occhi, mi scosto di un passo.
Sono altro.
Sono altrove.

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Bambino

Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.
***

Sono folle di te, amore
che vieni a rintracciare
nei miei trascorsi
questi giocattoli rotti delle mie parole.
Ti faccio dono di tutto
se vuoi,
tanto io sono solo una fanciulla
piena di poesia
e coperta di lacrime salate,
io voglio solo addormentarmi
sulla ripa del cielo stellato
e diventare un dolce vento
di canti d’amore per te.

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Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.
***
Il poeta non dorme mai ma in compenso muore spesso.
***
La gente quando non capisce inventa e questo è molto pericoloso.
***
Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri.
***
La superficialità mi inquieta ma il profondo mi uccide.
***

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Nel sito che le figlie di Alda Merini hanno dedicato alla madre, si possono leggere altre sue poesie.

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