George Eliot, l’outsider della letteratura femminile vittoriana

«Non è mai troppo tardi per essere ciò che avremmo potuto essere

George Eliot in un ritratto di François D’Albert Durade.

Mary Ann Evans, nota con lo pseudonimo maschile di George Eliot, è considerata una delle maggiori scrittrici del periodo vittoriano. Le tematiche filosofiche, la finezza psicologica e la profondità di pensiero che emergono dalla sua produzione letteraria non solo rivendicano per la scrittura femminile una dignità differente, ma anticipano il romanzo psicologico moderno, influenzando significativamente le opere di Henry James e Marcel Proust. Forse essere definita una grande scrittrice non le sarebbe piaciuto, data la sua aperta avversione nei confronti delle “colleghe” del periodo, quelle “sedicenti e sciocche romanziere” di cui ne deride la banalità degli argomenti trattati e le protagoniste, eleganti e mondane, che si dilettano a giocherellare con la cultura. Tuttavia, pur indulgendo in una profonda introspezione psicologica dei personaggi ritratti e affrontando tematiche differenti da quelle delle romanziere che affollano il panorama letterario inglese, George Eliot non si discosta molto dalla tradizionale narrativa. Prima scrittrice inglese a non porsi l’obiettivo primario di divertire, è particolarmente attratta da ogni stimolo culturale nuovo. A differenza di Jane Austen, in cui ciò che maggiormente conta affiora nella vivacità dei dialoghi, la grandezza di Eliot si riscontra in uno stile ricco di metafore, immagini e similitudini sorprendentemente originali che lasciano prefigurare i destini dei personaggi ritratti. Inoltre, e questo è forse l’aspetto più importante del suo stile, nei suoi romanzi è presente la sua voce narrante che sovente irrompe nell’azione per filosofare o esprimere opinioni su quello che sta succedendo.


Un’altra peculiarità del suo stile è lo scrivere da una prospettiva umana a tutto tondo, descrivendo con chiarezza e sensibilità non comune il mondo reale così come lo percepisce e la vita nell’Inghilterra provinciale. Il suo è un realismo che sorge dalla ricerca artistica della verità, una verità basata sull’esperienza diretta del mondo. Un compito certamente non facile. Ed Eliot ne è consapevole. Ma è anche consapevole del fatto che l’esimersi dall’esprimere la vita nella sua complessità reale, assecondando i pregiudizi correnti e il gusto popolare, non può essere considerato moralmente accettabile. Il suo è dunque un realismo su base morale che si differenzia dal crudo realismo di Flaubert e dal naturalismo di Zola, ispirati principalmente da uno zelo scientifico per la precisione. La sua attenzione artistica sulle persone comuni e sugli eventi implica un’accettazione dell’imperfezione dell’altro, quasi un obbligo a percepire la bellezza anche in cose ed eventi di ordinaria quotidianità. Il suo realismo infatti include un intero modo di guardare il mondo accettando le persone così come sono, con umana comprensione.


Nata il 22 novembre del 1819 da una famiglia di agricoltori nella tenuta di Arbury, nel Warwickshire, in Inghilterra, Mary Anne Evans mostra una grande predilezione per la lettura sin da bambina. Questa sua predilezione, insieme ad una vivace intelligenza, spinge l’amorevole padre a sostenere l’istruzione della figlia. Cominciata la sua educazione formale nel 1824, prosegue gli studi nella scuola della signora Wallington, a Nuneaton, dove instaura un rapporto molto profondo con l’insegnante Maria Lewis che inculca una forte devozione evangelica nella ragazzina. Conclusi gli studi a Nuneaton, frequenta dal 1832 al 1835 la scuola diretta dalle figlie del ministro battista di Coventry. La sua fervente religiosità aumenta; si veste in modo sobrio e s’impegna in opere caritatevoli. Grazie alla formazione scolastica, acquisisce una buona conoscenza di lettura del francese e dell’italiano. A causa della morte della madre, nel 1836, è costretta a far ritorno a casa, ma il padre non le lascia interrompere gli studi e assume un tutore per la figlia. Mary Anne impara anche il tedesco e il latino.

Nel 1841 si trasferisce con suo padre a Coventry, dove conosce Charles Bray, un ricco commerciante di idee radicali, il cui cognato è l’autore di un libro, “Un’inchiesta sull’origine del Cristianesimo” (1838), che sembra dissipare definitivamente i dubbi religiosi di Mary. L’anno seguente comunica al padre di non voler più recarsi in chiesa. L’uomo le chiede di giungere ad un compromesso. La ragazza è libera di credere in ciò che vuole, ma deve accompagnarlo alle messe come tutte le rispettabili donne di quel periodo.
Mary s’immerge nella lettura di alcuni scrittori non credenti, tra cui Ralph Waldo Emerson e Walter Scott, e pubblica le sue prime traduzioni.
Il padre si spegne nel 1849 lasciandole una piccola rendita che le consente di viaggiare in Svizzera e in Italia e di trasferirsi a Londra, dove trova un impiego come giornalista con lo pseudonimo di Marian Evans. Nel 1851 collabora con l’editore Chapman e la sua rivista “Westminster Review“, scatenando la gelosia della moglie di lui, sebbene non vi sia alcuna prova che abbia intrattenuto una relazione con l’uomo del cui fascino scrive nei suoi Diari. Partecipa alle feste organizzate da Chapman dove incontra molti intellettuali di rilievo.

Conosce George Henry Lewes, uno dei più versatili giornalisti del periodo, già sposato e padre di un figlio non suo, nato dall’adulterio della moglie. Uomo di idee molto liberali, non esita a dare il proprio cognome al bambino e agli altri figli non suoi che nasceranno. La moglie continua la relazione con l’amante e Lewes smette di considerarsi sposato, legandosi a Marian e decidendo di andare a vivere con lei. I due si recano in Germania dove vivranno felicemente fino alla morte di Lewes, nel 1878. Nonostante il matrimonio di George fosse giunto a termine da tempo, la loro relazione suscita un enorme scandalo perché la coppia non legalizzerà mai l’unione.
Negli anni vissuti a Weimar e a Berlino, la donna scrive alcuni tra i suoi migliori saggi e continua ad occuparsi delle traduzioni di libri scritti da filosofi di rilievo, mentre Lewes si dedica alla biografia di Goethe.
Isolata dalla sua famiglia di origine, Marian si rifugia nei ricordi e scrive un racconto su un episodio della sua infanzia. Il successo di questo e altri racconti dona ancor più consapevolezza alla futura scrittrice, che, incoraggiata dal compagno, raccoglie alcuni episodi in una raccolta che pubblica con il nome di “Scene di vita clericale” (1858), firmandosi con lo pseudonimo di George Eliot.

Nel 1859 pubblica il suo primo romanzo, “Adam Bede“, ispirato ad un brutale episodio di infanticidio nato dalla miseria e dalla disperazione. Scorrevole e ricco di pathos, il libro descrive magistralmente la comunità rurale inglese con la chiesetta frequentata dai parrocchiani, le piccole botteghe, la nobiltà locale e le fattorie. Vivide e tangibili le descrizioni della natura e dei paesaggi, ironia e dramma s’intersecano in un’ innovativa combinazione di profonda empatia e severo giudizio morale. Il romanzo gode presto di un enorme successo e molti si domandano chi sia lo straordinario autore che dipinge mirabilmente la realtà rurale e scava in profondità nell’animo umano. Alla fine Mary rivela la propria identità, spiegando la sua scelta di utilizzare un nome maschile affinché la sua produzione venga presa sul serio. Dopo il successo di “Adam Bede“, Marian continua a pubblicare molti romanzi di successo. Seguiranno infatti, in poco più di un decennio, opere senza tempo come “Il mulino sulla Floss“(1860),  “Silas Mamer” (1861); “Romola” (1863), “Felix Holt, il radicale” (!865); “Middlemarch” (1865), “La leggenda di Jubal” (1874) e “Daniel Deronda” (1876).


Due sono i romanzi più significativi della Eliot, “Il mulino sulla Floss“, la cui sottigliezza psicologica dei personaggi raggiunge vette molto elevate, e “Middlemarch“, considerato da molti il suo capolavoro.
Il mulino sulla Floss“, dai tratti palesemente autobiografici, racconta la rovina economica di un piccolo proprietario terriero che vedrà mettere all’asta il proprio mulino di Dorlcote, sulle rive del fiume Floss, a St. Ogg’s, e la propria fattoria, uniche fonti di sostentamento della famiglia. Nello scrivere il romanzo, Eliot guarda alla propria infanzia senza celare una malinconica nostalgia per quel magico periodo che precede la perdita dell’innocenza. Sullo sfondo campestre della piccola comunità borghese e contadina, emergono le figure di Tom e Maggie, figli del proprietario terriero in rovina, mostrandone i contrasti e i disaccordi nel modo di intendere la vita. Il senso di disprezzo per i falsi valori della sua epoca viene incarnato da Maggie, struggente e sensibile personaggio femminile che si dibatte in un’epoca dominata dalle ferree regole della società e che si contrappone duramente alla mentalità gretta della borghesia. Nonostante la sofferenza e l’isolamento che ne derivano dal suo comportamento, mai Maggie si piegherà al good sense inglese, sfidando l’ambiente tradizionalista e perbenista del periodo. La sua incapacità di inserirsi in un ruolo sociale accettato da una società che limita profondamente la vita delle donne mostra chiaramente il messaggio femminista che la Eliot, outsider dell’epoca vittoriana, vuole inviare al mondo. Nonostante il padre supporti Maggie, si comprende che anch’egli vorrebbe vedere un comportamento differente della figlia, costernato dalla sua intelligenza e dalla sua riluttanza a comportarsi e apparire come una ragazza perbene.
Grande romanzo imperdibile per chi ama i classici e la letteratura vittoriana, “Il mulino sulla Floss” resta una delle più penetranti descrizioni dello smarrimento della coscienza, esprimendo mirabilmente la lotta di Maggie, dilaniata dai suoi desideri interiori e da ciò che la comunità si aspetta da lei, e lasciandoci altresì scoprire un periodo storico in cui l’ignoranza è ritenuta molto più comoda e “i medici di campagna non pensano mai di chiedere alle loro pazienti se siano appassionate di lettura, ma semplicemente danno per scontato che preferiscano i pettegolezzi “.

Ritratto di George Eliot di Samuel Laurence, 1860.

Gli affanni e i dolori di Maggie sono narrati con una sensibilità ed una lucidità che fanno della nostra scrittrice, accanto a Charles Dickens, una degli autori che meglio sono stati in grado di comprendere il mondo dell’infanzia, evitando stereotipi e banalità. Maggie, uno dei personaggi della letteratura inglese più appassionanti, resta impresso nella mente dei lettori, così come la scrittrice in questione, coraggiosa femminista che attraverso il romanzo denuncia la convenzionalità delle regole accettate acriticamente come qualcosa di naturale.
Nell’opera corale “Middlemarch” la critica sociale della scrittrice esplode in tutta la sua disperazione nel rappresentare la complessità dell’animo umano e le insopportabili imposizioni della società nella vita dell’individuo. Ambientato in un’immaginaria cittadina inglese, chiamata proprio Middlemarch, il romanzo ci consente di penetrare la fragilità delle relazioni e l’annientamento dell’individuo dinnanzi ad una società spietata e ipocrita che tarpa le ali perché non sempre i desideri del singolo coincidono con le regole che essa stessa si è imposta. All’interno di questo microcosmo, in cui il dolore viene accettato come male ineluttabile della condizione umana, si delinea la vicenda di quattro personaggi e di due matrimoni infelici, vivisezionati con rara espressività. Eliot ancora una volta ci dona un dettagliato affresco della provincia inglese ottocentesca e affronta il tema dell’infelicità coniugale. Ma non solo. La sua è un’indagine su una società strutturata in classi che giudica il successo di una persona dall’accumulo di beni e denaro. Non così differente dalla nostra, in fin dei conti. Una società dominata dal dio denaro contro cui cozzano l’idealista Dorothea Brooke, simbolo di una femminilità storicamente repressa, sposata con un uomo che ostenta in modo irritante una cultura più presunta che reale, e Tertius Lydgate, medico coscienzioso e molto umano, sposato con l’arrivista Rosamond Vincy, incapace di capire la grandezza d’animo del marito. Dorothea e Tertius sono gli eroi senza nome che si spendono quotidianamente per gli altri e affrontano le difficoltà di una società indifferente ai loro tentativi di migliorarla. La visione drammatica di un’umanità delusa e sconfitta nelle sue più elevate aspirazioni è ancora una volta il tema centrale delle opere di George Eliot.

Alla morte del marito, uomo eccezionale che ha sempre incoraggiato la Eliot ad esprimere il suo talento, la donna si ritira in solitudine per alcuni mesi e vede solo il proprio figlio, Charles Lee Lewes. Per alcuni anni affida i suoi investimenti a John Walter Cross, un noto banchiere che la sostiene e le elargisce consigli. Con il passare del tempo la donna si affeziona a Cross e decide di accettare la sua proposta di matrimonio, nonostante sia più vecchia di lui di ben ventuno anni. Dopo anni di silenzio si riconcilia con l’adorato fratello Isaac e si trasferisce col marito nel Chelsea, dove si spegnerà il 22 dicembre del 1880. A causa della sua personalità anticonformista e apertamente critica nei confronti delle convenzioni sociali sarà seppellita come dissidente religiosa, e credo proprio che questo distinguo le sarebbe piaciuto molto, visto il sentimento di estraneità nutrito verso il mondo intorno a sé.
Di seguito altre citazioni di questa appassionante scrittrice.
Buona lettura 🙂

È una delle cose più odiose nella vita di una ragazza, che si debba sempre supporre che ci sia del tenero fra lei e qualsiasi uomo che le mostra gentilezza e al quale essa è grata.
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Ti dico che non c’è una cosa sotto il sole che abbia bisogno di essere fatta, che un uomo non possa fare meglio di una donna, a meno che non sia mettere al mondo dei bambini, e lo fanno in modo così scadente che sarebbe meglio fosse stato un compito lasciato agli uomini.
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L’orgoglio non è male quando ci spinge soltanto a nascondere le nostre ferite – e a non ferire gli altri.
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Il fallimento dopo un lungo perseverare è molto più splendido che non aver mai fatto uno sforzo degno di essere chiamato un fallimento.
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Non provo compassione per i presuntuosi, perché penso che portino con sé i mezzi per consolarsi.
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I momenti d’oro della nostra vita si allontanano veloci e, innanzi a noi, non rimane che sabbia; gli angeli ci fanno visita e noi, ci accorgiamo di loro quando sono partiti per sempre.
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Se la giovinezza è la stagione della speranza, lo è spesso solo nel senso che i più anziani sono pieni di speranza per noi.
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Sta arrivando un’elezione. Viene dichiarata la pace universale, e le volpi hanno un sincero interesse nel prolungare la vita del pollame.
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Certuni devono sposarsi per elevare un po’ le loro condizioni, ma quando io avrò bisogno di una cosa simile, spero che qualcuno me lo dica – spero che qualche individuo mi informi della cosa.
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Ciò che chiamiamo disperazione spesso non è altro che la dolorosa avidità d’una speranza non esaudita.
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Era come un gallo che pensava che il sole sorgesse per ascoltarlo cantare.
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Io penso che non avrei altri desideri mortali, se potessi avere sempre musica in abbondanza. Essa sembra infondere forza alle mie membra e idee nel mio cervello. La vita sembra proseguire senza sforzo, quando sono immersa nella musica.
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Noi mortali, uomini e donne, fra l’ora di colazione e quella di cena, ingoiamo molte delusioni; tratteniamo le lacrime e ci facciamo un po’ pallidi attorno alle labbra, e per tutta risposta a chi ci chiede qualcosa diciamo: «Oh nulla!»
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Tutti i significati che conosciamo, dipendono dalla chiave interpretativa.
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La madre troppo spesso sta alle spalle della figlia come una brutta profezia: “Quale io sono, tale lei lo sarà in breve”.
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Non provo compassione per i presuntuosi, perché penso che portino con sé i mezzi per consolarsi.
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I grandi sentimenti talvolta assumono le apparenze dell’errore, e la grande fede, le apparenze dell’illusione.
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La crudeltà, come tutti i vizi, non richiede altro motivo che se stessa: ha bisogno soltanto di un’occasione.
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George Eliot, ritratto di Frederick William Burton (1864)

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