John Steinbeck, lo scrittore dell’America emarginata

«Non so se ci siano uomini nati al di fuori della natura umana, o se alcuni uomini siano tanto umani da far sembrare irreali gli altri. Forse un semidio vive di tanto in tanto sulla terra».
steinbeck 2Da annoverare tra uno dei migliori esponenti della letteratura moderna e tra gli intellettuali della cosiddetta “Generazione perduta“, John Steinbeck, scrittore imponente in grado di vivisezionare mirabilmente l’animo umano e di penetrarne i pensieri più intimi, compie nel medesimo tempo una spietata analisi della realtà, senza dunque mai innalzare i suoi personaggi ad eroi. Di questi ultimi, infatti, viene delineato ogni aspetto del loro temperamento, nella loro angoscia così come nel loro coraggio, facendo sì che nascano dei personaggi molto realisti e mai lontani da noi. Un’opera che non solo riesce a delineare l’inafferrabilità della natura umana, ma nello stesso tempo analizza gli anni più duri della Grande Depressione.
Nei suoi romanzi appare con evidenza la denuncia sociale del degrado della vita contadina e, per tale ragione, le sue opere, non solo negli Stati Uniti, suscitano l’ira dei conservatori e, in alcuni paesi come l’Italia, devono fare i conti con la censura fascista, impegnata ad esaltare la nobiltà del lavoro nelle campagne.
Scrittore realista, Steinbeck non nasconde tuttavia il suo affetto per gli emarginati e gli sfruttati e la violenza dei rapporti umani non appare mai nella sua connotazione più barbara. I suoi ritratti non sono mai scevri da empatia; riesce a sentire un’enorme compassione per il tormento dei diseredati, ne perdona le debolezze, pur mostrando un serafico distacco dalle vicende umane.

James Dean, protagonista indimenticabile del film di Elia Kazan "La valle dell'Eden", tratto dall'omonimo romanzo di John Steinbeck.

James Dean, protagonista indimenticabile del film di Elia Kazan “La valle dell’Eden”, tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck.

La sua empatia lo induce a comprendere quei tratti istintivi insiti nella nostra natura e la sua impassibile osservazione non deriva dal sentirsi superiore e diverso dagli altri. Tutt’altro. Il suo distacco scaturisce da una visione amara della vita fondata su un eterno scontro tra classi sociali e soggiogata dalla lotta per la sopravvivenza.
Lo scrittore mette a nudo i suoi protagonisti, inafferrabili e sfuggenti, così come siamo tutti noi e la loro implacabile sconfitta si scontra con un’accurata delineazione del paesaggio che li circonda. L’uomo appare un animale istintivo ed enigmatico che s’infrange con la placidità di una natura immutabile e indifferente ai suoi travagli.
steinbeck 4Tre le tematiche affrontate da Steinbeck le principali riguardano l’enigma della natura umana, l’indefinibilità dell’amore ed i drammatici effetti delle carenze affettive. Quest’ultimo aspetto trova la sua massima espressione nel romanzo “La valle dell’Eden“.
John Steinbeck ha donato al mondo uno stile narrativo che si distingue per quel contrasto amaro e singolarmente poetico della quieta bellezza degli sconfinati paesaggi americani a cui contrappone la livida realtà delle tragiche vicende umane. Ed in quel contrasto perenne su cui si fonda la sua narrativa si riscontra la sua vena ironica che s’infrange costantemente con l’aspro realismo di un uomo estremamente sensibile ed impossibilitato a non lasciar trasparire un feroce risentimento sociale senza possibilità alcuna di riscatto per chi sin dalla nascita appare segnato da un destino impossibile da mutare.
Nato il 27 febbraio del 1901 a Salinas, una cittadina rurale della California, mostra la sua indole solitaria e timida sin da ragazzino.
Durante l’adolescenza, trascorsa per lo più scrivendo racconti e poesie, decide di diventare scrittore e intraprende gli studi universitari seguendo tale aspirazione.
Nel 1919 inizia così a frequentare dei corsi di scrittura creativa e di letteratura inglese alla Stanford University, ma interrompe spesso gli studi per dedicarsi ad umili lavori occasionali.
Prossimo alla laurea, nel 1925, decide di abbandonare gli studi e continua ad esercitare mestieri umili.. Per un periodo di tempo sopravvive grazie alla pesca sulle rive della Monterey Bay e successivamente lavora anche al Madison Square Garden come sterratore. Un’esperienza di vita particolarmente ricca che gli consentirà di poter trarre spunto per le ambientazioni e i protagonisti dei suoi romanzi.
Nel 1926 decide di affiancare un gruppo di lavoratori agricoli dell’Oklahoma costretti ad emigrare verso la California a causa della disastrosa crisi economica degli anni ’30.

American author John Steinbeck, winner of the 1940 Pulitzer Prize for his novel "The Grapes of Wrath," is seen in this undated photograph. (AP Photo)

Durante il periodo trascorso a New York  inizia la sua esperienza come giornalista e, nel 1929, pubblica il suo primo romanzo, passato quasi inosservato, “Cup of Gold“.  Per tutta la vita il suo editore sarà Pascal Covici.
Il successo giungerà con il romanzo “Pian della Tortilla“(1935).
steinbeck 7Romanzo picaresco ambientato in una torrida ed umida California nei primi anni del Novecento, “Pian della Tortilla” vede protagonisti i cosiddetti “paisanos”, uomini di sangue ispanico, confinati ai margini della società, spiantati, senza alcun legame familiare e devoti al “dio vino”.
In un mondo sopraffatto dagli eccessi e da un completo decadimento morale e spirituale, i paisanos si comportano come spettatori di una vita che li costringe alla rincorsa di espedienti per poter sopravvivere. Uomini furbi e buffi, ma nello stesso tempo commoventi.
Il Pian delle Tortilla è un quartiere californiano popolato da uomini squattrinati che quel poco riuscito ad arraffare lo spendono in vino per potersi ubriacare. Un mondo marginale che mostra anche toccanti esempi di amicizia e di solidarietà, ma anche di meschinità e profonda solitudine.
In quel periodo Steinbeck si sposa, ma il matrimonio sarà di breve durata.
Continua a scrivere realizzando un’altra sua opera molto significativa, “Uomini e topi“, pubblicata nel 1937.
Romanzo molto amaro, “Uomini e topi” racconta la storia di una profonda amicizia tra due braccianti stagionali, George e Lennie.

John Malkovich e Gary Sinise rispettivamente nei ruoli di George e Lennie nella versione cinematografica del regista Gary Sinise (1992).

John Malkovich e Gary Sinise rispettivamente nei ruoli di George e Lennie nella versione cinematografica del regista Gary Sinise (1992).

I due manovali, uomini sfruttati e imbarbariti dal duro lavoro, conducono un’esistenza di stenti e umiliazioni.
Lennie, un uomo con gravi ritardi mentali riceve un grande supporto dal suo grande amico George che cerca di insegnargli a contenere quegli inconsapevoli scatti omicidi operati anche nei confronti di piccoli animali da lui amati. Sognano di poter mettere da parte un po’ di denaro per poter comprare un terreno su cui costruire una casa in cui vivere. La loro è una vita difficile che sembra essere già segnata dal fato e che si conclude con un tragico epilogo derivante dall’incapacità di Lennie di controllare i suoi istinti. Quel Lennie, quel bambino intrappolato nel corpo di un gigante, dalla bontà e purezza d’animo commoventi, alla fine soccombe, nonostante gli sforzi di George per aiutarlo. Ed in quella solitudine dei due personaggi si coglie la struggente bellezza di un romanzo straordinario dove alla fine Steinbeck dona un finale avvolgente, nonostante la sua drammaticità. Ne consiglio vivamente la lettura, così come quella di altri romanzi di questo immenso scrittore per l’attualità dei temi e per quello stile caratterizzato da dialoghi spesso crudi e taglienti che si stagliano sulle descrizioni serene e liriche della natura.
I romanzi di Steinbeck rappresentano una metafora della vita, commovente e drammatica.
Negli anni ’30. Nel passato. Ed anche oggi. Oltre alle tematiche ricorrenti di cui ho già accennato prima, emergono anche altri temi che investono la segregazione razziale e quel sogno americano purtroppo non sempre di facile realizzazione.

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Dopo la fine del primo matrimonio, Steinbeck, nel 1943, inizia a convivere a New York con la cantante Gwyndolyn Gonger, con la quale convolerà poi a nozze.
Seguiterà a scrivere altri romanzi di enorme rilevanza affrontando tematiche che spaziano dalle difficili condizioni di vita del popolo messicano all’occupazione nazista in Norvegia.
Dopo la seconda guerra mondiale le opere dello scrittore vengono stroncate dalla critica e considerate ripetitive.
Il successo tornerà a bussare alla sua porta con “La valle dell’Eden” (1952), che diventerà la sceneggiatura del film cult interpretato superbamente da James Dean.

James Dean nel film "La valle dell'Eden".

James Dean nel film “La valle dell’Eden”.

Capolavoro di Steinbeck, il romanzo scardina tutte le sfaccettature dell’essere umano, un essere impossibile da schematizzare ed in cui convivono aspetti contrastanti ed imprevedibili nella stessa persona: bontà e avidità, perfidia e introspezione, amoralità e senso di colpa.
Ogni personaggio che si muove all’interno del romanzo ha una peculiarità caratteriale che segnerà implacabilmente il suo destino. E i momenti fugaci di gioia e dolore vengono intervallati armonicamente inducendo noi lettori a riflettere sul significato sfuggente di una vita talvolta aspra e iniqua.
Dopo un altro successo “Viva Zapata!“, che vedrà protagonista Marlon Brando, comincerà la collaborazione dello scrittore con Roberto Rossellini e Ingmar Bergman.

Una scena del film "Viva Zapata!" la cui sceneggiatura viene scritta da John Steinbeck (1952). La trama è ispirata alla biografia di rivoluzionario messicano Emiliano Zapata, difensore dei diritti degli oppressi.

Una scena del film “Viva Zapata!” la cui sceneggiatura viene scritta da John Steinbeck (1952). La trama è ispirata alla biografia di rivoluzionario messicano Emiliano Zapata, difensore dei diritti degli oppressi.

Nel 1961, scrive “L’inverno del nostro scontento” in cui mostra la propria avversione nei confronti dello stile di vita consumistico e superficiale statunitense.
L’anno seguente  gli viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”.

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Tra le altre sue opere bisogna ricordare “I pascoli del cielo” (1932), “Al dio sconosciuto” (1933), “La battaglia” (1936), ), “Furore” (1939), “La corriera stravagante” (1947) e “La perla” (1947).
Il suo stile, scorrevole e caratterizzato da periodi brevi con un lessico ricco e scevro di ridondanza, mostra un’attenta e particolareggiata descrizione dei personaggi e dell’ambiente sociale in cui si muovono le classi meno agiate nell’America della Grande Depressione.
Muore a New York il 20 dicembre del 1968 e le sue ceneri sono raccolte al “Garden of Memories Cemetery” di Salinas.
Di seguito alcuni dei suoi pensieri e la celebre lettera indirizzata al figlio.

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E la perla si adagiò nella dolce acqua verde e precipitò verso il fondo. I rami ondeggianti delle alghe la chiamarono, le fecero cenno, e sulla superficie le luci apparvero verdi e delicate. Si posò sulla sabbia fra pianticelle simili a felci. Sopra, il velo dell’acqua era come uno specchio verde. E la perla giacque in fondo al mare. Un granchio che zampettava sul fondo sollevò una nuvoletta di sabbia, ed ecco, era sparita. La musica della perla si consumò in un sussurro e svanì.
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Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.
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Cristo inchiodato alla croce dovrebbe essere qualche cosa di più che non il simbolo del dolore universale. Potrebbe tenere tutto il dolore. E un uomo che stesse in cima a una collina con le braccia tese, simbolo del simbolo, dovrebbe pur contenere tutto il dolore di tutti i tempi.
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Cristo nel breve tempo che fu sui chiodi sofferse nel suo corpo il dolore di tutti, e in lui non passò nulla di deforme.
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Non so se ci siano uomini nati al di fuori della natura umana, o se alcuni uomini siano tanto umani da far sembrare irreali gli altri. Forse un semidio vive di tanto in tanto sulla terra.
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Lo spirito è ancora in me; ma non ho più niente da predicare. Sento piuttosto la vocazione di trascinare le folle dietro di me, di guidarle. Ma dove non so.
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Di tutti gli animali della creazione l’uomo è l’unico che beve senza avere sete, mangia senza avere fame e parla senza avere nulla da dire.

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La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.
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Tutto quello che vive è sacro.
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Ho visto uno sguardo negli occhi dei cani, uno sguardo di stupito disprezzo che sfuma rapidamente, e sono convinto che fondamentalmente i cani pensino che gli uomini siano dei cretini.
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L’uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti.
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[…] la guerra è tradimento e odio, pasticci di generali incompetenti, tortura, assassinio, disgusto, stanchezza, finché poi è finita e nulla è mutato, se non che c’è una nuova stanchezza, un nuovo odio.
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Guarda un po’, in tutta la storia si è insegnato agli uomini che uccidere è una cosa cattiva e da disapprovare. Chiunque uccide deve essere annientato perché uccidere è un grande peccato, forse il peggiore di tutti. E poi si prende un soldato e gli si dà in mano la morte e gli si dice “fanne buon uso, fanne un uso saggio”. Non gli si impongono restrizioni. Vai e ammazza il più possibile di una certa specie o categoria di tuoi fratelli. E noi ti ricompenseremo perché questa è una violazione della tua prima educazione.
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john steinbeck citazioni

La Valle dell’Eden – James Dean

Del crollo degli dei una cosa si può dire con certezza: non è un crollo da poco; si frantumano fracassandosi o affondano giù in una melma verdastra. È una noia doverli ricostruire; non tornano più a brillare.
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Chi è giovane non pensa mai a invecchiare.
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Vale la pena esser buoni e generosi. Non soltanto in Cielo uno si guadagna la ricompensa, ma anche qui sulla terra.
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La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. «Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani».
Lennie era felice. «È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi».
George riprese. «Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso».
Lennie interruppe: «Noi invece è diverso! E perché? Perché… perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché».
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Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all’ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. Tutti quanti vogliono il pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri. Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa.
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KRT ENTERTAINMENT STORY SLUGGED: ARTISTS KRT PHOTOGRAPH COURTESY OF THE NATIONAL PORTRAIT GALLERY (KRT128- July 1) American novelist John Steinbeck appears with his pet poodle Charley in a tranquil moment from 1961. The image is currently on view in "Hans Namuth: Portraits," at the Smithsonian Institution's National Portrait Gallery through Sept. 6. (KRT) PL KD 1999 (Vert) (lde)

[…] ci sono due reazioni possibili all’ostracismo della società: o un uomo decide di essere migliore, più puro e più cortese, o finisce male, sfida il mondo e fa cose anche peggiori. Quest’ultima è certo la più comune reazione a ogni marchio d’infamia.
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Mi chiedo perché il progresso somiglia tanto alla distruzione.
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Dal principio alla fine io non trovai estranei. Se li avessi trovati, forse sarei riuscito a parlarne con maggiore obiettività. Ma questa è la mia gente, e questo è il mio paese. Se trovai cose da criticare, da deplorare, erano cose, tendenze, presenti anche in me. Se dovessi confezionare una conclusione inattaccabile e immacolata, direi così: nonostante la nostra enorme portata geografica, nonostante il nostro campanilismo, nonostante tutte le nostre progenie intrecciate e tratte da ogni parte del mondo etnico, noi siamo una nazione, una progenie nuova. Gli americani sono molto più americani di quanto non siano settentrionali, meridionali, occidentali, od orientali. E i discendenti degli inglesi, degli irlandesi, degli italiani, degli ebrei, dei tedeschi, dei polacchi, sono sostanzialmente americani. Questa non è una trombonata patriottica: è un fatto, un fatto attentamente osservato. Il cinese di California, l’irlandese di Boston, il tedesco del Wisconsin, sì, e il negro dell’Alabama, hanno più cose che li uniscono di quante possano dividerli.
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Perché come può un uomo riconoscere il colore nel verde perpetuo? Che bene è il caldo, senza un freddo che gli dia dolcezza?
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Per molti anni ho viaggiato in molte parti del mondo. In America, io vivo a New York, capito a Chicago o a San Francisco. Ma New York non è America, allo stesso modo in cui Parigi non è Francia e Londra non è Inghilterra. Così scoprii che non conoscevo il mio paese. Io, scrittore americano, che scrive sull’America, lavoravo a memoria, e la memoria è, al meglio, una cisterna fallosa e contorta. Io non avevo sentito la lingua dell’America, non ne avevo annusato l’erba e gli alberi e il concime, non ne avevo visto i monti e le acque, il colore e la qualità della luce.
***

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Ma qui si sta bene. E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa. Vorrei essere sempre sbronzo. Chi lo dice ch’è male? Chi s’azzarda a dire ch’è male? I predicatori ma quelli si sbronzano alla loro maniera. Le zitelle acide — ma quelle sono troppo infelici per capire. I moralisti — ma quelli la vita la vedono troppo da lontano per capire. No: le stelle sono vicine e dolci e io mi impasto con la gran fratellanza dei mondi. E tutto è sacro — tutto, persino io.
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Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.
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L’autista lo guardò serrando le palpebre e continuò a masticare, come se pensieri e impressioni venissero vagliati e catalogati dalle sue mascelle prima di essere finalmente archiviati nel cervello.
***

Dalla lettera di John Steinbeck al figlio.

Dalla lettera di John Steinbeck al figlio.

New York
10 novembre 1958

Caro Tom,
Abbiamo ricevuto la tua lettera stamattina. Risponderò dal mio punto di vista e, ovviamente, Elaine dal suo. Primo, se sei innamorato, è una cosa bella, forse la migliore che possa capitarti. Non permettere che nessuno la sminuisca o la renda meno importante. Secondo, ci sono molti tipi di amore. C’è quello egoistico, meschino, avaro, che usa l’amore per l’auto affermazione. E’ il tipo terribile e paralizzante. L’altro tipo è la manifestazione di tutto quanto di buono c’è in te: la gentilezza, la considerazione, il rispetto, non solo il rispetto sociale delle buone maniere, ma il rispetto in senso più alto, cioè il riconoscimento dell’altro come unico e prezioso. L’amore del primo tipo ti può rendere malato, piccolo e debole, ma quello del secondo tipo ti può dare una forza, un coraggio, una bontà e persino una saggezza che neanche sapevi di avere. Dici che non è un’infatuazione da ragazzi. Se provi questo sentimento così profondamente, di sicuro non lo è. Ma non credo che tu stessi chiedendomi cosa provi. Tu lo sai meglio di chiunque altro. Tu vuoi un aiuto per capire cosa fare, e io posso dirtelo. Esulta, sii felice e grato. L’oggetto d’amore è il migliore e il più bello. Cerca di esserne all’altezza. Se ami qualcuno, non c’è niente di male a dirlo. Solo ricorda che alcune persone sono molto timide e a volte nel parlare bisogna tenere conto di questa timidezza. Le ragazze sanno e sentono quello che provi, ma di solito amano anche sentirselo dire. A volte succede che per qualche ragione ciò che tu senti non sia ricambiato, ma questo non rende quello che provi meno buono o prezioso. Infine, so quello che provi perché lo provo anch’io e sono felice che possa provarlo anche tu. Saremo lieti di incontrare Susan. Sarà la benvenuta. Ma sarà Elaine a organizzare tutto, perché è il suo territorio e ne sarà contenta. Anche lei conosce l’amore e forse potrà aiutarti più di me. E non avere paura di perdere. Se è la cosa giusta, accadrà. La cosa più importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano via.
Con amore,
Pa.
***

Quando uno dice di non voler parlare di qualcosa, di solito vuol dire che non può pensare ad altro.
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Mi vendicherò nel modo più crudele che tu possa immaginare: dimenticherò.
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Il viaggio è come il matrimonio. Il metodo sicuro perché vada male è pensare di poterlo controllare.
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La disciplina di scrivere parole punisce sia la stupidità sia la disonestà.
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John Steinbeck, ritratto di Mario Castro.

John Steinbeck, ritratto di Mario Castro.

Ci sono cose che non si possono guardare alla luce della ragione, ma sono così come sono.
***
La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un’attività solida, stabile.
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C’è una cosa che in prigione s’impara: mai pensare al momento della liberazione, altrimenti c’è da spaccarsi la testa nel muro. Pensare all’oggi, al domani, tutt’al più alla partita di calcio del sabato; ma mai più in là. Prendere il giorno come viene.
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Un animale ammalato è veramente inerme, e lo si sente. Non riesce a spiegare quello che prova, anche se è vero che non sa mentire, inventare i propri sintomi, abbandonarsi ai piaceri dell’ipocondria.
***

Quando ero giovane e avevo in corpo la voglia di essere da qualche parte, la gente matura m’assicurava che la maturità avrebbe guarito questa rogna. Quando gli anni mi dissero maturo, fu l’età di mezzo la cura prescritta. Alla mezza età mi garantirono che un’età più avanzata avrebbe calmato la mia febbre. E ora che ne ho cinquantotto sarà forse la vecchiaia a giovarmi. Nulla ha funzionato. Quattro rauchi fischi della sirena d’una nave continuano a farmi rizzare il pelo sul collo, e mettermi i piedi in movimento. Il rumore d’un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino uno sbatter di zoccoli sul selciato suscitano l’antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole. In altre parole, non miglioro. Vagabondo ero, vagabondo resto. Temo che la malattia sia incurabile.
***
Tornai nella mia stanzetta pulita. Non bevo mai da solo. Non è molto divertente. E non credo che lo farò mai, se non quando sarò un alcolizzato. Ma quella notte tirai fuori dalla mia riserva una bottiglia di vodka e la portai nella mia cella. Nel bagno due bicchieri da acqua stavano sigillati in un sacchetto di cellofan con le parole: «Questi bicchieri sono sigillati per vostra sicurezza». Sulla ciambella del cesso una striscia di carta recava il messaggio: «Questa seggetta è stata sterilizzata ai raggi ultravioletti per vostra sicurezza». Tutto mi dava sicurezza e questo era orrendo. Violai con il piede la ciambella del cesso. Mi versai mezzo bicchiere di vodka e lo bevvi. E poi giacqui nell’acqua calda della vasca ed ero estremamente miserabile, e non c’era più niente di buono al mondo.. […]
Mi rammento un vecchio arabo, nell’Africa settentrionale, un uomo le cui mani non avevano mai toccato l’acqua. Mi offrì tè alla menta in un bicchiere così incrostato dall’uso che era opaco, ma mi offriva anche compagnia e proprio per questo il tè era meraviglioso. E senza alcuna «sicurezza» i denti non mi caddero, né mi vennero piaghe sulla bocca. Stavo ormai formulando una legge sui rapporti fra sicurezza e avvilimento. Un’anima triste può ucciderti più in fretta, molto più in fretta che un germe.
***

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