Pensieri, citazioni e immagini ( Novembre 2025 )

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|Mi chiamo Enrico, ho 68 anni e sono cresciuto nel liceo più rigido (e duro) di Torino. Negli anni ’70 la scuola era una caserma: giacche chiuse, compiti infiniti, preside che girava con il registro come un ispettore. Non volava una mosca e ci alzavamo in piedi quando un prof entrava il classe.
Poi un giorno arrivò lui: il professore di filosofia. Capelli lunghi, niente cravatta, giubbotto di velluto e un sorriso ironico. Il primo giorno si sedette sulla cattedra, non dietro. Disse solo: “Io non interrogo, io parlo. Se non vi interessa, potete dormire.”
Non dormì nessuno. Ci parlava di Marx, di Pasolini, di libertà. Portava dischi di De André, li ascoltavamo perché lui dentro ci vedeva la vera filosofia e tanta, tanta poesia. Leggevamo Gramsci, che diceva che “istruirsi è difficile, ma non istruirsi è ancora più difficile”. Brecht, che insegnava a diffidare di chi parla sempre di destino. Don Milani, con la sua scuola ribelle di Barbiana. Il preside lo odiava, i colleghi lo temevano, noi lo adoravamo.
Una mattina non venne. Poi non venne nemmeno la settimana dopo. Dissero che era stato “trasferito d’ufficio” per comportamento non conforme al decoro dell’istituto.
Il giorno in cui ricevemmo la notizia, qualcuno scrisse sulla lavagna: “La libertà non si firma sul registro.” Nessuno la cancellò per mesi.
Oggi insegno anch’io, e non metto mai la cravatta. Forse per rispetto verso quell’uomo che mi fece capire che “pensare” era una forma di disobbedienza gentile.|
Da “La situazione è grammatica
( 📸 da Pinterest )

 

Zohran Mamdani, 34 anni, socialista, è il primo sindaco musulmano nella storia di New York. La sua elezione, conquistata senza il sostegno dell’establishment, sembra segnare un cambio d’epoca: la politica che torna a farsi sogno collettivo. Per una notte, la città che non dorme mai ha creduto davvero di poter rinascere.
Ha parlato delle case che costano più del sonno di chi ci vive dentro, degli autobus che dovrebbero limitarsi a portare le persone, non a pesare sui loro portafogli, delle scuole aperte a tutti come porte senza serratura. Ha immaginato supermercati pubblici per chi non arriva a fine mese e un’economia che non lasci nessuno sull’uscio.
E poi ha alzato la voce per G@z@, per la giustizia sociale, per quei diritti che non dovrebbero mai dipendere dal coraggio di chi li chiede.
In un Paese dove metà della gente ha smesso di credere che il voto conti davvero, non vince chi ruba consensi al vicino, ma chi riesce a rimettere in cammino chi si era fermato da tempo. Per riuscirci non bastano accordi improvvisati né sorrisi di circostanza: servono idee che bruciano, ragioni che scaldano il cuore e un pizzico di quella follia luminosa che chiamiamo utopia. È questa, forse, la lezione che la sinistra italiana dovrebbe raccogliere dal voto di New York.
Ecco alcuni passaggi significativi del suo discorso di vittoria.
|Grazie, amici miei. Il sole potrebbe essere tramontato sulla nostra città questa sera, ma come disse una volta Eugene Debs, “Posso vedere l’alba di un giorno migliore per l’umanità.”
Per quanto possiamo ricordare, ai lavoratori di New York è stato detto dai ricchi e dai ben collegati che il potere non appartiene alle loro mani.
Dita livide dal sollevare scatole sul pavimento del magazzino, palmi callosi dai manubri delle bici da consegna, nocche segnate da ustioni di cucina: Queste non sono mani a cui è stato permesso di detenere il potere. Eppure, negli ultimi 12 mesi, avete osato raggiungere qualcosa di più grande.
Stasera, contro ogni previsione, l’abbiamo afferrato. Il futuro è nelle nostre mani. Amici miei, abbiamo rovesciato una dinastia politica.[…]
Stasera siamo passati dal vecchio al nuovo. Quindi parliamo ora, con chiarezza e convinzione che non può essere fraintesa, di ciò che questa nuova era porterà, e per chi. […]
In questo momento di oscurità politica, New York sarà la luce. Qui, crediamo nel difendere coloro che amiamo, che tu sia un immigrato, un membro della comunità trans, una delle tante donne nere che Donald Trump ha licenziato da un incarico federale, una madre single che aspetta ancora che il costo della spesa scenda, o chiunque altro si trovi con le spalle al muro. La tua lotta è anche la nostra. […]
Ora, so che molti hanno sentito il nostro messaggio solo attraverso il prisma della disinformazione. Decine di milioni di dollari sono stati spesi per ridefinire la realtà e per convincere i nostri vicini che questa nuova era è qualcosa che dovrebbe spaventarli. Come è accaduto così spesso, la classe dei miliardari ha cercato di convincere coloro che guadagnano 30 dollari all’ora che i loro nemici sono quelli che guadagnano 20 dollari all’ora.
Vogliono che la gente si scontri tra di noi, in modo da distrarci dal lavoro di ricostruzione di un sistema ormai in rovina. Ci rifiutiamo di lasciare che siano loro a dettare ulteriormente le regole del gioco. Possono giocare secondo le stesse regole del resto di noi.
Insieme, daremo inizio a una generazione di cambiamento. E se abbracciamo questo nuovo corso coraggioso, invece di rifuggirlo, potremo rispondere all’oligarchia e all’autoritarismo con la forza che temono, non con l’appeasement che bramano.
Dopotutto, se c’è qualcuno che può mostrare a una nazione tradita da Donald Trump come sconfiggerlo, è proprio la città che lo ha generato. E se c’è un modo per terrorizzare un despota, è smantellare le condizioni stesse che gli hanno permesso di accumulare potere.
Non è solo così che fermeremo Trump; è così che fermeremo anche il prossimo.
Quindi, Donald Trump, visto che so che mi stai guardando, ho quattro parole per te: alza il volume.
Chiederemo conto ai proprietari di casa infedeli, perché i Donald Trump della nostra città si sono abituati fin troppo bene ad approfittarsi dei loro inquilini. Porremo fine alla cultura della corruzione che ha permesso a miliardari come Trump di evadere le tasse e sfruttare le agevolazioni fiscali. Staremo al fianco dei sindacati e amplieremo le tutele del lavoro perché sappiamo, proprio come Donald Trump, che quando i lavoratori godono di diritti incrollabili, i datori di lavoro che cercano di estorcerli diventano davvero molto piccoli.
New York rimarrà una città di immigrati: una città costruita da immigrati, alimentata da immigrati e, da stasera, guidata da un immigrato.
Quindi ascoltami, Presidente Trump, quando dico questo: per arrivare a uno qualsiasi di noi, dovrai passare attraverso tutti noi. Quando entreremo in Municipio tra 58 giorni, le aspettative saranno alte. Le soddisferemo. Un grande newyorkese una volta disse che mentre si fa campagna elettorale in poesia, si governa in prosa.
Se questo deve essere vero, che la prosa che scriviamo continui a essere in rima e che costruiamo una città splendente per tutti. E dobbiamo tracciare un nuovo percorso, audace quanto quello che abbiamo già percorso. Dopotutto, la saggezza convenzionale vi direbbe che sono ben lungi dall’essere il candidato perfetto.
Sono giovane, nonostante i miei sforzi per invecchiare. Sono musulmano. Sono un socialista democratico. E, cosa più grave, mi rifiuto di scusarmi per tutto questo.|
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|La nostra narrazione ci racconta come i buoni, e gli altri come i cattivi. Ma non finisce qui.
La nostra visione del mondo — quella pedagogica, quella che ci viene insegnata quasi senza accorgercene — ci pone, noi occidentali, come il traguardo dell’evoluzione umana. È un pensiero che non dichiariamo apertamente, ma che serpeggia sotto la pelle.
Così, ogni volta che scoppia una rivolta da qualche parte nel mondo, siamo pronti a schierarci con i ribelli. Perché? In parte perché, onestamente, di ciò che accade sappiamo poco o nulla. E schierarsi non costa niente. All’ora dell’aperitivo basta dire: “Io ho espresso solidarietà.” È un esercizio molto italiano, quello di sentirsi a posto con una frase.
Ma c’è anche altro. Ci è stato insegnato — talvolta apertamente, più spesso in modo sottile — a credere che gli altri, se solo fossero liberi, costruirebbero una società identica alla nostra. È un presupposto: noi siamo liberi, loro no.
Così, se gli iraniani si ribellano a Teheran, decidiamo che vogliono vivere come noi. Non l’hanno mai detto, ma lo abbiamo stabilito noi. Forse non vogliono più la teocrazia — e questo è probabile — ma chi ci ha autorizzati a pensare che aspirino alla nostra stessa forma di vita?
Questo è l’atteggiamento dell’occidentalista: credere che gli altri, in fondo, vogliano essere come noi, e che noi rappresentiamo il punto d’arrivo della storia umana.
Un tempo potevamo anche prenderci sul serio, quando il mondo era sotto il nostro dominio. Oggi no. Ora a dominare, e ancora per poco, sono solo gli americani. Gli occidentali, invece, non lo fanno più. E gli altri — beh, gli altri non ci prendono più sul serio nemmeno lontanamente.|
Dario Fabbri
( 📸 da Pinterest )

 

Esistono persone infelici che, quando non trovano un orecchio disposto ad ascoltarli, si riversano nel primo spazio che ne offre l’illusione: Internet.
La rete è diventata il loro campo di sfogo, il luogo dove il veleno trova finalmente un’uscita. Li riconosci subito perché parlano solo per negare, per correggere, per ferire. Non si lasciano mai sfuggire un sorriso né una parola gentile. Hanno un’arte sottile, quella di trasformare ogni conversazione in un’arena, ogni pensiero in una sfida.
Nei loro commenti si sente un’eco di amarezza che non appartiene all’argomento di cui parlano, ma a qualcosa di più profondo — un dolore che non sono in grado di nominare. Scrivono frasi che odorano di aceto, commenti che grondano sarcasmo, come se ogni parola fosse un modo per non guardarsi dentro.
Purtroppo, dietro quella scorza acida, c’è solo una grande solitudine. Una mancanza di amore per sé, un cuore che si è staccato dal suo battito.
Chi è in pace con se stesso non ha bisogno di colpire nessuno: passa, e dove passa lascia un po’ di bellezza — come una brezza leggera che rinfresca senza far rumore.
Per fortuna, qui sono in pochi a comportarsi così.
A chi viene soltanto per cercare rissa, consigliamo con affetto di rivolgersi altrove — magari a quelle pagine create solo per raccogliere applausi facili e litigi inutili.
Questo è uno spazio dedicato alla riflessione: le offese non sono le benvenute.
Le critiche, certo, sono sempre ammesse — ma gli insulti restano fuori dalla porta.
( “Duel“, illustrazione di Pawel Kuczynski )

 

Ogni rivoluzione si evapora lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia.
– Franz Kafka
@alexey_titarenko_photo

 

Oggi fare il giornalista vero significa rischiare il lavoro per una semplice domanda.
Gabriele Nunziati, giornalista italiano che lavorava per l’Agenzia Nova, l’ha fatto — e per questo ha pagato il prezzo che tocca a chi non accetta di tacere.
Il 13 ottobre, durante una conferenza stampa della Commissione europea sulle sanzioni di guerra, ha compiuto ciò che ogni cronista degno di questo nome dovrebbe fare: ha posto una domanda “scomoda”.
Una di quelle che molti colleghi evitano, per prudenza o per convenienza.
Ma cosa è successo?
Nunziati aveva semplicemente chiesto, rivolgendosi alla portavoce Paula Pinho, se, alla luce delle distruzioni a Gaza, Israele dovesse contribuire alla sua ricostruzione, così come l’Europa chiede alla Russia di risarcire l’Ucraina.
Una domanda limpida, legittima, fondata sul semplice dovere di cercare coerenza nel potere.
La risposta della Commissione fu il silenzio — un “no comment” che chiude ogni porta e lascia nell’aria un gelo pesante.
Dieci giorni dopo, la notizia: licenziato in tronco.
La motivazione, surreale come un incubo burocratico, parlava di “domanda fuori luogo e di natura erronea”.
Tradotto: punito per aver fatto il suo lavoro.
Nunziati non ha insultato, ha solo osato chiedere.
Solidarietà a chi ha avuto il coraggio di parlare mentre tanti altri scelgono di tacere.
#gabrielenunziati
#gazadimenticata
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|Il cuore umano non poteva contenere che una certa quantità di disperazione. Quando la spugna è imbevuta, può passarci sopra il mare senza che assorba una lacrima di più.|
Da “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo.
Notre-Dame de Paris è un romanzo che sembra respirare da solo, come un luogo in cui le emozioni rimangono sospese nell’aria. Victor Hugo racconta una Parigi in cui ogni persona porta con sé una ferita segreta, e la grande cattedrale diventa il punto in cui tutte queste vite si sfiorano senza toccarsi davvero.
C’è qualcosa di profondamente umano nella storia: amori che nascono nel momento sbagliato, desideri che fanno male, vite che si intrecciano solo per perdersi di nuovo. E sopra tutto questo, la cattedrale rimane lì, immobile, come un cuore antico che ha visto troppo ma continua a battere.
Leggere questo romanzo è un po’ come attraversare una stanza in penombra: ogni tanto una luce improvvisa illumina qualcosa di prezioso, e poi torna la quiete. È una storia fatta di fragilità, di bellezza e di quella lieve tristezza che a volte ci accompagna senza farci paura.
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Er nemmico” di Trilussa
Un Cane Lupo, ch’era stato messo
de guardia a li cancelli d’una villa,
tutta la notte stava a fa’ bubbù.
Perfino se la strada era tranquilla
e nun passava un’anima: lo stesso!
Nu’ la finiva più!
Una Cagnola d’un villino accosto
je chiese: – Ma perché sveji la gente
e dài l’allarme quanno nun c’è gnente? –
Dice: – Lo faccio pe’ nun perde er posto.
Der resto, cara mia,
spesso er nemmico è l’ombra che se crea
pe’ conserva’ un’idea:
nun c’è mica bisogno che ce sia.
( 📸 da Pinterest )

 

L’unica cosa veramente sacra è la possibilità di scegliere il destino della propria esistenza. Non c’è religione, Stato o ideologia che possa sostituirsi alla voce silenziosa con cui ciascuno, nel più segreto dei pensieri, decide chi essere e quando smettere di esserlo. Eppure questa sovranità intima, così fragile e così umana, non è riconosciuta in tutti i paesi. In alcuni luoghi viene concessa con dignità; in altri rimane un tabù che si preferisce nascondere o concedere solo in alcuni casi.
Il caso delle sorelle Kessler ci ricorda quanto sia sottile la linea che separa la vita dal suo significato. Non sappiamo davvero cosa abbia abitato il loro ultimo pensiero e non lo vogliamo nemmeno sapere. Non abbiamo alcun diritto di giudicare la loro scelta.
Il suicidio assistito, nel loro caso, non è stato un gesto di rinuncia ma una quieta rivendicazione di libertà. Una libertà che, paradossalmente, diventa più luminosa proprio quando riguarda la fine. Hanno scelto la possibilità di congedarsi con lucidità, senza trasformare la sofferenza in spettacolo o condanna.
L’uomo è libero solo nelle sue scelte minime, mentre le scelte supreme vengono sequestrate dal potere, che teme ciò che non può controllare.
Eppure, se davvero crediamo che la vita sia un valore, dovremmo permettere che lo sia anche la morte, quando diventa un atto consapevole. Forse un giorno tutti gli esseri umani capiranno che non si tratta di proclamare una vittoria sulla sofferenza, ma di restituire all’individuo la sovranità sul proprio silenzio finale.
Nessuno dovrebbe poter decidere il passo conclusivo al posto nostro.
( 📸 da Pinterest )
#suicidioassistito

 

Quando mai uno stupido è stato innocuo?
Lo stupido più innocuo trova sempre un’eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi. Inutile poi aggiungere che niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo.
– Ennio Flaiano
#phpinterest

 

Distrazioni di massa
La famiglia nel bosco ( riflessione basata solo su ciò che si sa )
La storia della famiglia nel bosco, a prima vista, sembrava il genere di racconto che affascina i sognatori: una coppia arrivata da lontano per vivere tra gli alberi, in un vecchio rudere abbandonato, decisa ad inseguire una vita semplice e libera dalla confusione della modernità. Per un momento, molti di noi hanno trattenuto il fiato, come quando si scorge una capanna illuminata da una lanterna e si immagina un mondo più puro, più vero.
Ma poi la realtà, che ha sempre l’abitudine di bussare forte, ha mostrato l’altra faccia della vicenda. Quella casa cadente non era un rifugio fiabesco, ma un luogo senza acqua né riscaldamento, senza bagno interno, senza scuola, senza alcuna protezione. E quei bambini, che correvano nel bosco fidandosi della natura più di quanto la natura meritasse, sono finiti in ospedale per un avvelenamento da funghi, il prezzo amaro di una vita idealizzata ma pericolosa.
I medici hanno subito notato ciò che i genitori non volevano riconoscere: i piccoli avevano bisogno di cure e, soprattutto, di socialità e di confronto con altri bambini della stessa età. Servivano strumenti che nessun albero e nessuna gallina avrebbero potuto insegnare loro. Così i servizi sociali hanno provato per tredici mesi ad avvicinarsi alla famiglia con discrezione, offrendo aiuto, perfino proponendo di rendere abitabile quel rudere. Ma la coppia ha rifiutato ogni cosa, trattenuta da un’idea romantica trasformata ormai in ostinazione.
Certo, amare la natura non significa chiudersi fuori dal mondo. In Italia e nel mondo non poche sono le famiglie che crescono i figli tra campi e alberi, con le mani sporche di terra e il vento nei capelli. Ma quei ragazzi tornano sempre a casa, studiano, hanno una comunità intorno, imparano a conoscere il mondo mentre ci camminano dentro. Perché la vera libertà non nasce dall’isolamento, ma dalla capacità di vivere in mezzo agli altri senza perdere se stessi.
Quante volte abbiamo sognato la stessa fuga?
All’inizio tutto potrebbe sembrare poetico, quasi magico. Poi, crescendo, i figli, che non sono di certo nostra proprietà, potrebbero portare addosso un’inquietudine difficile da nominare: la fatica di affrontare un mondo sconosciuto per cui non sono stati preparati.
Per questo alcuni di noi guardano questa famiglia con rammarico: sarebbe bastato davvero poco per restare nel loro angolo di bosco senza trasformarlo in una trappola.
Gli estremismi, qualunque forma prendano, finiscono sempre per incrinare ciò che toccano. In questo caso, hanno sfiorato qualcosa di sacro: la sicurezza e il futuro dei bambini. È per proteggerli, e solo per quello, che la comunità è intervenuta.
E alla fine, al di là di polemiche e narrazioni urlate, resta una semplice verità: vivere vicino alla natura può essere una benedizione, ma dimenticare il resto del mondo non lo è mai, soprattutto se s’impone ai propri figli una scelta personale.
A dire la verità, riteniamo che la sfida più autentica sia un’altra: crescere figli in grado di pensare con la propria testa pur vivendo dentro la realtà, non fuori. Mostrare loro come si può camminare nel mondo senza lasciarsi travolgere dal materialismo imperante e dal consumismo, come si può essere indipendenti pur sapendo usare ciò che la società offre, come si può restare liberi senza dover fuggire.
( 📸 dal Web )
#lafamiglianelbosco

 

Gaza non fa più notizia.
Né sui giornali, né in televisione, né nei social dove tutto diventa incandescente per un secondo e poi svanisce come un fuoco d’artificio fuori stagione.
Tutte quelle facce che per un attimo sembravano animate da una coscienza improvvisa, attori, attrici, gente che del ruolo giusto fa una professione, improvvisamente hanno smesso di parlarne. Avevano forse solo reagito al rumore delle notizie che esplodevano da ogni lato, obbligandoli a mettersi in posa? Ora che il boato è diventato un’eco lontana, resta solo il silenzio.
Denso.
Fastidioso.
Colpevole.
Sì, c’è una tregua.
Una tregua che ha rallentato il ritmo delle bombe quanto basta per illudere i più distratti.
Ma la violenza non è uscita di scena, è solo rimasta dietro le quinte. La morte, quella, non ha mai chiuso bottega.
Da quando la tregua è finita, più di trecento palestinesi sono caduti.
Intanto Gaza affonda: piogge torrenziali, tende ridotte a pozze d’acqua sporca, fango che inghiotte ogni cosa, malattie, epidemie, fame, freddo.
Si muore anche così. In silenzio. Senza una telecamera pronta a piangere al momento giusto.
E mentre tutto questo accade, la gente si appassiona ad una famiglia che vive nel bosco, chiedendosi se accetterà una ristrutturazione gratuita o una casa nuova offerta su un piatto d’argento.
C’è chi si straccia le vesti urlando di libertà calpestate, di una magistratura mostruosa e vendicativa, come se il mondo girasse tutto intorno ad un processo da bar.
Molti, all’improvviso, si sono scoperti “bucolici”.
Dicono di rifuggire la tecnologia e poi li trovi lì, chini per ore su un computer, un tablet o uno smartphone, impegnati a difendere quella “povera ed esemplare famiglia”.
È curioso come certe convinzioni facciano presto a sgualcirsi, se osservate da vicino.
Per fortuna, almeno a sentir loro, erano “bucolici”.
Del resto anche quella famiglia così “alternativa”, sperduta nei boschi come in una favola fuori stagione, usava Internet e social network senza troppe esitazioni.
Ma su questo i loro paladini sapranno inventare ogni tipo di negazione. Tutt’al più, cambieranno discorso: è un’arte che praticano con sorprendente talento ( spesso nemmeno quello ).
Così va il mondo, dicono.
Dobbiamo davvero farcene una ragione?
O forse la ragione l’abbiamo smarrita da tempo?
( 📸 da Pinterest. Gaza. Dicembre 2025 )

 

– Prof?
– Sì?
– Massimo mi ha chiamata troia.
– Cos’è che ha fatto?
– Mi ha chiamata troia.
– Ma è gravissimo. Adesso ci fermiamo un attimo e affrontiamo per bene la questione.
– Grazie prof.
– Aspetta, ce l’hai il consenso?
– Il consenso?
– Il consenso firmato dei tuoi per poter fare educazione sentimentale e sessuale a scuola?
– No.
– Sicura?
– Sì.
– Va bene, Troia era un’antica città dell’Asia Minore, resa celebre dai poemi omerici per la lunga guerra scoppiata dopo il rapimento di Elena. Hai domande?
– Non ho capito.
– Tranquilla, poi approfondiamo quando leggiamo l’Iliade.
– Ma prof, io veramente…
– Qualcun altro?
– Prof, Sara mi ha detto che il mio corpo fa schifo.
– Terribile, davvero terribile. Questa è violenza verbale, e io sono pronto a spiegarti tutto dopo che, cortesemente, mi hai mostrato il consenso firmato dei tuoi.
– Non ce l’ho.
– Lo sapevi che nell’arte greca il Corpo Ideale nel canone di Policleto prevedeva proporzioni precise, che peraltro oggi considereremmo irrealistiche?
– Mi ha fatto piangere.
– Mi dispiace, ma hai qualche domanda su Policleto?
– No.
– Benissimo, e anche questa è fatta.
– Prof, ieri un ragazzo mi ha toccata senza che io glielo chiedessi.
– Cosa?
– Ieri un…
– Consenso firmato?
– No.
– E allora fisica: quando due corpi entrano in contatto…
– Veramente io vorrei sapere cosa devo fare se succede ancora.
– Non posso dirtelo senza consenso firmato dai tuoi. Quello che posso dirti è l’anno della caduta dell’Impero Romano d’Occidente.
– Prof, i miei amici dicono che se non faccio certe cose sono uno sfigato. Lei che dice?
– Consenso firmato?
– No.
– E allora, caro mio, io dico 476 d.C.
– Prof, è normale che il mio ragazzo si arrabbi se esco con altre persone?
– Consenso firmato?
– No.
– La Carta delle Nazioni Unite del 1945 dice che ogni entità sovrana ha diritto alla libera autodeterminazione.
– Prof, mi ha chiesto una foto… e se poi la manda in giro?
– Nel Rinascimento il concetto di nudo…
– Prof ci spiega il consenso?
– Hai il consenso firmato dei tuoi?
– No.
– E allora senza consenso non posso spiegarti il consenso.
– Prof.
– Sì?
– Non stiamo capendo niente.
– Ah, voi non state capendo niente? Immaginate di essere me, intrappolato in un doppio paradosso. Da una parte per fare educazione affettiva ho bisogno di un consenso dei vostri genitori. Consenso che prevede la visione preventiva di tutto il materiale del corso, cosa che fra parentesi non accade per le altre materie. Senza scomodare l’articolo 33 della Costituzione, ci sarebbe anche da far notare che questo sottintende neanche troppo velatamente che i genitori sappiano meglio della scuola cosa serva ai ragazzi dal punto di vista educativo. Dall’altra parte, per quanto la scuola possa definire quali siano le esigenze dei ragazzi, non ha la più pallida idea di come mettere in pratica questa risposta a una necessità sempre più evidente. Perché questa educazione è affidata a noi docenti, che con le nostre lauree in italiano, in matematica e in chimica il più delle volte non siamo in grado di trattare un argomento così complesso e delicato. Ma la scuola, per questioni un po’ economiche e un po’ ideologiche, non è sempre disposta a farlo fare agli psicologi.
– E quindi?
– E quindi indovina chi rimane fregato? Bravissimi, giù le mani.
– Ma prof, scusi, io ho un’idea.
– Sentiamo.
– Non potrebbe rendere tutto obbligatorio e poi eventualmente i nostri genitori possono firmare per chiedere di non farci partecipare?
– Ma cosa credi che sia? L’ora di religione?
( Illustrazione di Amandine Delclos )
#educazionesessualeascuola
#educazioneaffettiva
Grazie, “Non è successo niente“.

 

Non lasciatevi ingannare dalla nostalgia di quel poteva essere. Non poteva essere nient’altro, altrimenti lo sarebbe stato.
( Autore sconosciuto )
Grazie, Coma Empirico.

 

In un mondo dove i media scelgono le notizie come si sceglierebbero le mele al mercato, prendendo le più lucide e lasciando marcire le più importanti, abbiamo visto ancora una volta quanto facilmente una storia di grande risonanza mediatica possa guidare i cuori. La storia di quella famiglia nascosta nel bosco è stata gettata nella piazza come un seme nel vento, e molti l’hanno raccolta senza chiedere da quale terra provenisse. Così, per opporsi a chi cerca di proteggere i più piccoli, si sono sollevate voci cariche d’ira, come se fosse un evento mai visto che dei bambini vengano tolti da un luogo che non li custodisce.
Intanto, i piccoli di Gaza, che dormono sotto la pioggia, stretti nelle tende fredde, non hanno ricevuto neppure un riflesso di quella stessa indignazione. E in quel silenzio c’era la verità più dura: che per alcuni cuori esistono figli di un’umanità luminosa e figli relegati nell’ombra, bambini di serie A e bambini di serie Z.
La storia di quella famiglia del bosco, però, non aveva né magia né mistero. C’erano funzionari che, con pazienza, avevano tentato più volte di offrire vie sicure per evitare decisioni estreme. Alla fine, quei genitori hanno accettato una casa donata da un privato, una casa che li ha “affascinati”, mentre il loro vecchio rifugio attende di essere riparato. Nessuno sa se quella ristrutturazione sarà effettuata gratuitamente, com’era già stata proposta più volte. Ciò che si sa è che i genitori rifiutavano un sondino di plastica per i figli ma accettavano strumenti pieni della stessa materia per collegarsi al mondo. Le contraddizioni, come le ferite, fanno parte dell’essere umano.
Molti si sono messi a tessere le lodi delle mirabolanti virtù dell’educazione parentale impartita da genitori che, quanto all’italiano, navigano a vista; altri ancora hanno sguainato petizioni online.
Qualche giorno fa, su questa stessa pagina, era comparsa una delle tecniche di manipolazione di massa elencate da Chomsky, la strategia della distrazione: “L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
Be’, il piccolo esperimento sociale che ne è seguito è andato ben oltre le aspettative. E non c’è bisogno di un grande detective per capire che cosa ci abbia rivelato: quando si tratta di distogliere lo sguardo da ciò che davvero importa, si è allievi fin troppo zelanti.
E intanto, una domanda rimane sospesa nell’aria: non si è pensato di offrire una casa ai senzatetto, o a chi ogni mese lotta per pagare l’affitto e le utenze? Quell’idea non è stata neppure sfiorata. Ma ora alcune persone, quelle che si sentono giuste perché la giustizia è stata “fatta” secondo il loro sguardo, si dicono soddisfatte. Hanno il cuore in pace, come se il dolore fosse una moneta da distribuire solo a chi assomiglia a loro.
( 📸 da Pinterest )

 

Gli ignoranti saranno sempre ignoranti, perché la forza è nelle mani di chi ha interesse che la gente non capisca.
Da “La luna e i falò” di Cesare Pavese.
( 📸 da Pinterest )

 

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