Kahlil Gibran: Poeta dell’Infinito e Profeta dell’Anima

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Kahlil Gibran è un’anima che ha toccato le profondità dell’essere umano, un poeta in grado di trasformare le parole in ali per volare oltre i confini del tempo e dello spazio.
Gibran continua a vivere oggi attraverso le sue opere come poeta, scrittore, artista visivo e giornalista libanese-americano per la sua creatività che non conosce alcun limite. Oltre ad incantare con le sue parole e le sue immagini, ha svolto anche il ruolo di filosofo, mescolando con abilità la filosofia occidentale e quella mediorientale. Da un lato, ha attinto alla profondità del cristianesimo e all’introspezione dell’esistenzialismo; dall’altro, ha portato con sé la saggezza antica e la spiritualità della sua terra natale, il Libano. Proveniente da una famiglia maronita, cresce immerso nelle tradizioni della sua fede, ma la sua mente e il suo cuore si avventurano oltre i limiti religiosi. La spiritualità sufi, con il suo misticismo intriso di poesia, ha un’influenza duratura su di lui, regalandogli una visione universale del divino. La sua capacità di fondere queste tradizioni lo ha reso una figura straordinaria, un ponte vivente tra mondi diversi. Non si è limitato a scrivere o dipingere: ha esplorato le grandi domande della vita e invitato i suoi lettori a guardare oltre le apparenze, verso l’infinito che si cela nell’anima umana. La sua poesia è un profondo viaggio nel cuore dell’esperienza umana, un’esplorazione intima della dualità che ci caratterizza. Gioia e dolore, luce e ombra, amore e perdita: Gibran non le considera come opposti in conflitto, ma come fili intrecciati di un’unica trama che dà forma alla vita. Nelle sue opere, il poeta ci invita a guardare oltre le apparenze e ad abbracciare la complessità dell’esistenza come una fonte di crescita e trasformazione. Secondo la sua visione, entrambe le emozioni nascono dalle esperienze fondamentali che ci rendono umani. La gioia è effimera e preziosa proprio perché si contrappone al buio del dolore; quest’ultimo, invece di essere un semplice peso, diventa un maestro che plasma l’anima, preparando il terreno per una gioia più profonda e autentica. Attraverso immagini ispirate dalla natura, come il ciclo delle stagioni e il legame tra la vita e la morte, illustra l’alternarsi continuo di gioia e dolore, sottolineando come ogni perdita possa portare ad una nuova rinascita. Le sue parole, cariche di saggezza e sensibilità, invitano il lettore a riconoscere e accettare entrambe le emozioni come parti essenziali della vita. In questa accettazione, suggerisce che si trovi il segreto per vivere pienamente, riconoscendo ogni attimo, sia esso felice o difficile, come parte di una melodia universale che risuona dentro di noi.


Lo stile di Gibran si distingue per una combinazione di bellezza poetica, profondità filosofica e una potente risonanza spirituale. Grazie a un uso attento di simboli ed immagini evocative, riesce a trasmettere emozioni e idee universali, suscitando nel lettore profonde riflessioni. La sua scrittura mescola prosa e poesia, dando vita a un linguaggio unico che è al contempo accessibile e ricco di significati. Si presenta come una guida saggia e non invadente, condividendo pensieri sulla vita e sull’esperienza umana senza pretendere di imporre verità assolute. La sua capacità di accompagnare il lettore in un viaggio interiore, lasciando libero il confronto e l’interpretazione personale, rende il suo stile straordinariamente coinvolgente e senza tempo.
Nato il 6 gennaio del 1883 a Bsharre, un villaggio sulle montagne del Libano, Gibran proviene da una terra dura e poetica, dove la spiritualità si fonde con la bellezza naturale. Forse è proprio da quei panorami, caratterizzati da cedri secolari e cieli vasti, che attingerà l’ispirazione per la sua visione così ampia. Tuttavia, la sua vita non inizia sotto i migliori auspici. Suo padre, un modesto funzionario del governo ottomano, finisce in prigione per frode, lasciando la famiglia in miseria. Sua madre, Kamila, una donna forte e piena di sogni, decide di emigrare negli Stati Uniti nel 1895, portando con sé i suoi figli e lavorando come merciaia ambulante a Boston. Boston diventerà la loro nuova casa, ma adattarsi a un mondo così diverso non si rivelerà affatto facile. Solitario e timido, il giovane Gibran si distingue dai suoi coetanei in quanto prova più attrazione verso la tranquillità della natura piuttosto che dal caos delle compagnie rumorose. Trascorre ore a riflettere su cascate scintillanti, rocce modellate dal tempo e maestosi cedri verdi, elementi che poi diventeranno protagonisti viventi delle sue opere. Le difficoltà economiche della sua famiglia non gli consentono di frequentare la scuola con regolarità, ma il destino lo porta ad incontrare un sacerdote illuminato. Questa figura mentore lo guida nell’apprendimento della lettura e della scrittura e lo introduce alla cultura religiosa e ai testi biblici, gettando le basi per la sua futura profondità spirituale. Nel frattempo, il padre, vittima dell’alcolismo, rimane in Libano, lasciando Gibran e la sua famiglia a cercare nuove opportunità altrove. Su consiglio della madre, a 16 anni Kahlil torna in Libano e si iscrive al Collège de la Sagesse, un prestigioso istituto superiore maronita di Beirut. Qui si dedica con passione allo studio della letteratura araba, approfondendo la poesia e i classici, mentre la letteratura romantica francese comincia a catturare il suo interesse e ad influenzare la sua sensibilità artistica. È in questo periodo che inizia a scrivere saggi e poesie in arabo, ponendo le basi per la sua carriera letteraria. Tuttavia, la convivenza con il padre si rivela difficile e segnata da continui conflitti. Al termine degli studi, nel 1902, il giovane decide di tornare negli Stati Uniti per seguire il suo percorso lontano dalle tensioni familiari. In questo paese si trova ad affrontare momenti di grande tristezza. Tra il 1902 e il 1903, perde tre persone a lui molto care: sua sorella Sultana, suo fratello e infine sua madre. Nonostante il dolore di queste perdite, continua a contribuire al giornale Al-Mouhajer (L’Emigrante), scrivendo articoli e saggi in arabo. I suoi primi libri in lingua araba, “Le ninfe della valle” (1906) e “Spiriti ribelli” (1908), si distinguono per l’acuta ironia, la rappresentazione realistica della vita delle classi meno abbienti e una critica audace verso le istituzioni religiose. Tuttavia, queste opere non ricevono il consenso del pubblico. La sua lingua araba, pur arricchita dall’esperienza libanese, riflette l’influenza del dialetto e non si allinea completamente alle aspettative stilistiche del panorama letterario arabo dell’epoca. Anche il suo stile narrativo, innovativo e distante dalle tradizioni locali, risulta poco in sintonia con i gusti dell’epoca. Probabilmente per questo motivo, negli anni successivi, Gibran decide di dedicarsi quasi esclusivamente alla scrittura in inglese, trovando in questa lingua il mezzo ideale per esprimere il suo pensiero.

Questo ritratto dipinto da Gibran sembra raffigurare Josephine Peabody. (Immagine reperita su Pinterest)

Nel frattempo, grazie a Josephine Peabody, si unisce a un gruppo selezionato di intellettuali e artisti. Con Josephine sorge una relazione profonda, alimentata dal loro spirito fiero e indipendente. Tuttavia, la passione tra di loro svanisce in fretta, lasciando spazio ad un legame che si affievolisce col tempo.
Nel 1904, durante la sua prima mostra alla galleria di Frederick Holland Day, incontra Mary Haskell, preside di un istituto femminile di Boston, che diventerà una figura chiave nella sua vita. Tra i due nasce un’intensa connessione; l’uomo, profondamente innamorato, le dedica una vasta corrispondenza ricca di emozioni e riflessioni. Questo incontro segna un momento cruciale nel suo percorso personale e artistico, gettando le basi per un legame che avrà un impatto profondo sulla sua vita e sulla sua opera.

Mia amata Mary,
mi sento come un seme nel cuore dell’inverno, consapevole nell’approssimarsi della primavera. Il germoglio spezzerà il baccello, e la vita ancora addormentata in me dovrà emergere in superficie, quando sarà chiamata.
Il silenzio è doloroso, Ma è nel silenzio che le cose prendono forma, e ci sono momenti nelle nostre vite in cui l’unica cosa che abbiamo da fare è attendere. In ciascuno di noi, nel più profondo del nostro essere, c’è una forza che vede e sente quello che non possiamo ancora percepire. Tutto ciò che siamo oggi è nato dal silenzio di ieri.
Noi abbiamo molte più capacità di quante immaginiamo. Ci sono momenti in cui l’unica maniera di imparare è non prendere nessuna iniziativa, non fare niente. Perchè, anche negli attimi di totale inazione, questa nostra parte segreta sta lavorando e apprendendo. Quando la conoscenza occulta all’anima si manifesta, siamo sorpresi di noi stessi, e i nostri pensieri invernali si trasformano in fiori che intonano canti mai sognati prima.
La Vita ci darà sempre più di quanto riteniamo di meritare.’
Ritratto di Mary Haskell di Kahlil Gibran.

La vita personale di Gibran è un mosaico di relazioni intense e profonde passioni, ma si può ritenere che uno dei legami più significativi è proprio quello con Mary Haskell, che non solo lo sostiene finanziariamente, ma diviene anche la sua confidente più fidata. Anche se la loro relazione è platonica, la donna rappresenta per l’uomo una musa e una preziosa consigliera, aiutandolo a perfezionare le sue opere e a credere nel proprio talento. Nel 1908, grazie al supporto di Mary Haskell, Gibran realizza un sogno ambizioso: trasferirsi a Parigi per perfezionare la sua arte. Qui si iscrive all’Accademia di Belle Arti, immergendosi nel fervore culturale della capitale francese, e ha l’onore di studiare sotto la guida del leggendario scultore Auguste Rodin. Questo periodo rappresenta per lui un momento cruciale, un’opportunità per affinare il suo talento e nutrire la sua visione artistica in un ambiente ricco di ispirazione. Nel 1911, Gibran torna negli Stati Uniti e si stabilisce a New York, una città vibrante e piena di stimoli, dove inizia a farsi un nome come pittore. Immerso nel fermento artistico del Greenwich Village, si ritrova in un ambiente creativo che ispira e alimenta la sua visione. È proprio qui, tra pennelli e parole, che compie un passo decisivo: nel 1918 pubblica il suo primo libro in inglese, “Il Folle”, una raccolta di racconti e aforismi che segna l’inizio della sua ascesa come scrittore di fama internazionale. La New York di Gibran diventa così non solo il suo rifugio, ma anche il palcoscenico in cui prende vita la sua genialità. La scrittura di Gibran trasmette un’intensità emotiva unica. Ogni parola sembra provenire non dalla mente, ma dall’anima. Il suo capolavoro, “Il Profeta”, pubblicato nel 1923, non è semplicemente un libro: è un’esperienza. In questa raccolta di poesie in prosa, Gibran fa parlare Almustafa, un saggio che risponde alle domande della sua comunità su temi come l’amore, la libertà, il dolore e la morte, senza però cercare di influenzare le loro menti. Ci insegna infatti che la vera conoscenza nasce da un viaggio di scoperta interiore. Un maestro illuminato non è solo una fonte di sapere, ma anche un faro di ispirazione e guida, in grado di risvegliare in noi ciò che già esiste, accompagnandoci nel nostro percorso verso la consapevolezza.

Il Profeta” racconta la storia di un uomo che, dopo dodici anni trascorsi in terre lontane, si prepara a tornare a casa. Mentre attende la nave che lo riporterà, è circondato dagli abitanti della città, desiderosi di ascoltare la sua saggezza. Almustafa, rispondendo alle loro domande, offre riflessioni profonde sui temi essenziali della vita. Pur essendo ancorato a concetti spirituali, il testo supera le singole tradizioni religiose, esplorando il legame tra spirito, natura e mente umana. La struttura è ideata come un dialogo poetico: ogni volta che gli abitanti pongono una domanda, l’uomo risponde con metafore evocative e immagini potenti, trasformando ogni risposta in una meditazione sull’essenza della vita.


Ma Gibran non è solo un poeta del sublime, è anche un uomo profondamente legato alla sua identità libanese e araba. Le sue prime opere, scritte in arabo, spesso criticano l’ipocrisia delle autorità religiose e sociali del suo tempo. Nei suoi scritti, come “Le Tempeste” (1920), si percepisce la rabbia di un uomo che rifiuta le catene imposte dalla tradizione, ma anche la speranza di chi crede in un mondo diverso e più giusto.

Gibran è un ribelle gentile e un visionario che custodisce il sogno di vedere un’umanità unita. La sua personalità esprime questa dualità: è silenzioso e riflessivo, ma sempre pronto a dare il benvenuto con il cuore a chiunque entri nella sua vita. Forse è per questo motivo che ci sentiamo così legati a lui. Non si erge su un pulpito, ma si siede accanto a noi, sussurrando delle verità già conosciute, ma che tendiamo spesso a dimenticare.

Anche per chi non è credente, le sue opere riescono a superare le barriere religiose e culturali, offrendo una visione universale dell’umanità e della vita. Le sue parole hanno un’abilità straordinaria di avvolgere e coinvolgere, poiché toccano le esperienze umane più fondamentali. Con la sua prosa poetica, riesce infatti a catturare la complessità delle nostre emozioni, rendendo le sue riflessioni accessibili e significative per chiunque, a prescindere dalle proprie convinzioni. La sua capacità di esprimere verità universali con una semplicità disarmante consente a lettori di ogni provenienza di sentirsi compresi e ispirati.

Ha donato al mondo una visione di Dio che va oltre le limitazioni delle religioni tradizionali e delle norme sociali. Nei suoi scritti, ci invita a riconoscere il divino in ogni aspetto della nostra vita quotidiana: nei sorrisi, nelle sofferenze, nelle gioie e nei dolori. Dio non è confinato in un tempio né racchiuso nelle pagine di un libro sacro. È presente ovunque e in ogni cosa. La sua essenza si manifesta nella natura, nell’arte e nelle relazioni umane. Questo Dio è accessibile a tutti, indipendentemente dalla fede o dall’assenza di essa.

Cerca di farci sognare un Dio che non si rivela nelle preghiere o nei rituali, ma nel battito del nostro cuore e nella sincerità delle nostre azioni,  incoraggiandoci a cercare il divino nei piccoli dettagli quotidiani, nella bellezza del mondo che ci circonda. Ci invita a sviluppare un legame personale con Dio, privo di dogmi e obblighi religiosi. Questa visione promuove una connessione genuina e autentica con l’universo, esortandoci a scoprire il sacro in ogni attimo della nostra esistenza.

Famoso per la sua profonda spiritualità, spesso confusa con la religiosità tradizionale, il nostro poeta non si considera religioso nel modo comune, ma piuttosto un’anima spirituale. La religiosità di solito implica l’adesione a dogmi, rituali e istituzioni religiose specifiche, ed è spesso legata a pratiche formali e a credenze codificate da tradizioni antiche. La sua spiritualità, al contrario, è molto più personale, libera e universale.

Come si è già prima sottolineato, Kahlil Gibran si è anche appassionato alla pittura. Dipingere e scrivere hanno rappresentato due modi complementari per esplorare il mondo e dare forma ai suoi pensieri. Le sue opere pittoriche, spesso caratterizzate da figure eteree e misteriose, trasmettono la stessa spiritualità che permea i suoi testi. Quando dipinge, non si limita semplicemente a creare immagini, ma riesce a dar vita alle sue parole in una forma visiva. Le sue tele diventano uno spazio sacro dove emozioni e riflessioni trovano una nuova espressione.

Per Gibran, scrivere e dipingere fanno parte di un unico processo creativo. Con le parole, esprime le sue visioni interiori; con i pennelli, dà loro una forma tangibile. Questo gli consente di esplorare temi come l’amore, la sofferenza e la bellezza da diverse prospettive, arricchendo il suo universo creativo.

L’arte visiva e la scrittura rappresentano due lati della stessa medaglia. Entrambe le arti vengono viste come strumenti per esplorare e condividere il suo mondo interiore, offrendo a chiunque una finestra sul suo viaggio alla scoperta del significato della vita. La sua capacità di fondere queste due forme di espressione lo rende unico, un vero alchimista dell’anima, capace di trasformare le sue esperienze in opere che continuano ad ispirare e commuovere.

Tuttavia, dietro il suo straordinario successo, si cela un uomo pieno di tormenti. La sua salute, particolarmente fragile, segnata da uno stile di vita irregolare e da un amore per il vino che gli serve da rifugio dalle pressioni esterne, lo conduce precocemente alla morte a New York, il 10 aprile del 1931. Gibran si spegnerà giovane per una cirrosi epatica e una tubercolosi incipiente a uno dei polmoni, lasciando un enorme vuoto. Il suo corpo è stato riportato in Libano, dove troverà riposo nel monastero di Mar Sarkis, un luogo a cui era stato sempre profondamente legato. Così infatti aveva scritto all’amico Misha: “Se soltanto tu conoscessi l’eremo che ho scelto per te e per me in Libano, […] mi diresti: “Andiamoci subito!” Si tratta di un vero e proprio chiostro, Misha, e non di un’imitazione come questo studio… È un piccolo monastero abbandonato, poco distante da Bisharri, il mio villaggio natale. Il suo nome è Mar Sarkis .[…]. La sua cappella e alcune celle sono scavate direttamente nel fianco calcareo della montagna. Il terreno terrazzato, che vi si trova di fronte, digrada a precipizio giù per la gola ed è perennemente lussureggiante […]. Perfino in Paradiso si stenterebbe a trovare un luogo più incantevole e tranquillo“.

Sebbene non sia più con noi, continua a vivere attraverso le sue parole senza tempo. Le sue parole risuonano nel corso degli anni, ispirando, confortando e illuminando chi le legge. Rappresentano la testimonianza di un uomo che ha avuto il coraggio di andare oltre le apparenze, oltre le barriere e le differenze, per abbracciare l’essenza della nostra umanità.

Gibran ci ha lasciato un’eredità preziosa: la consapevolezza che ognuno di noi ha il potenziale per diventare un profeta, un portatore di luce in questo mondo. Con la sua saggezza, ci ricorda che la nostra vera grandezza sta nel superare i limiti che ci poniamo e nel riconoscere la nostra capacità di trasformazione.

Il suo messaggio è chiaro e profondo: siamo senza dubbio molto più grandi di quanto immaginiamo. Ci invita a esplorare il nostro io interiore, a scoprire le verità più intime della nostra anima e a vivere in modo autentico. Ogni suo scritto rappresenta un invito a risvegliarci, a riconoscere la nostra dignità innata e a vivere con coraggio e amore.


Le sue parole risuonano ancora, attraversando il tempo e lo spazio, raggiungendo ogni generazione. Lo scrittore offre una visione di speranza e unità, un’ incessante promemoria che, nonostante le sfide e le difficoltà, possediamo dentro di noi una luce capace di brillare e trasformare il mondo.
Che tu sia un poeta, un artista o semplicemente una persona in cerca di significato, il messaggio di Gibran continua a brillare come un faro di speranza e ispirazione. Le sue parole ci ricordano che con la nostra vita possiamo davvero fare la differenza.
Di seguito alcuni brani tratti dalle sue principali opere, tra cui non dobbiamo dimenticare “Sabbia e Schiuma” (1926), una raccolta di aforismi che condensano la sua filosofia in brevi frammenti e “Gesù, Figlio dell’Uomo” (1928), una riflessione profonda e poetica sulla figura di Gesù, vista attraverso gli occhi di coloro che lo hanno incontrato ed in cui invita i lettori a riscoprirne il messaggio universale, al di là delle interpretazioni religiose dogmatiche.

Per sempre me ne andrò per questi lidi,
Tra la sabbia e la schiuma del mare.
L’alta marea cancellerà le mie impronte,
E il vento disperderà la schiuma.
Ma il mare e la spiaggia dureranno
In eterno.
( Dipinto di Kahlil Gibran )

 

Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola.
(Dipinto di Kahlil Gibran)

 

 

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.
Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.
Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.
(Dipinto di Kahlil Gibran)

 

Anelo all’eternità,
perché lì troverò i miei quadri non dipinti e le mie poesie non scritte.
(Dipinto di Kahlil Gibran )

 

Amatevi, ma non tramutate l’amore in un legame.
Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime.
Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una stessa coppa.
Scambiatevi il pane, ma non mangiate da un solo pane.
Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma fate in modo che ognuno di voi sia anche solo, come sono sole le corde di un liuto, sebbene vibrino alla stessa musica.
Mettetevi fianco a fianco, ma non troppo vicini. Perché la quercia non si rialza all’ombra del cipresso.
(Dipinto di Kahlil Gibran)

 

Le cose che il bambino ama rimangono nel regno del cuore fino alla vecchiaia.
La cosa più bella della vita è che la nostra anima rimanga ad aleggiare nei luoghi dove una volta giocavamo.
(Dipinto di Kahlil Gibran)

 

Religione?
Cos’è? Io conosco solo la vita.
Vita significa il campo,
il vigneto e il telaio…
La Chiesa è dentro di te.
Tu stesso sei il suo sacerdote.
(Dipinto di Kahlil Gibran)

 

E un oratore disse: Parlaci della Libertà.
E lui rispose:
Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà,
Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento.
In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.
Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio ?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.
E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi ?
L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare.
Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto.
Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio ?
E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto.
E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute.
In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio.
Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi.
e quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce.
E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.
(Dipinto di Kahlil Gibran)

 

Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza.
I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.
(Dipinto di Kahlil Gibran)

 

Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.
Quando l’amico vi confida il suo pensiero,
non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa
nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate,
come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero
non è amore,
ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.
E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.
(Disegno di Kahlil Gibran)

 

 

 

Non dimenticate che la terra si diletta a sentire i vostri piedi nudi e i venti desiderano intensamente giocare con i vostri capelli.
(Gibran’s Art)

 

Quando la mano di un uomo tocca la mano di una donna, entrambi toccano il cuore dell’eternità. (Dipinto di Gibran)

 

Il vostro dolore è il rompersi del guscio che racchiude il vostro intendimento.
Come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo seme possa ricevere il sole, così dovete conoscere il dolore.
Se poteste mantenere in cuore tutta la meraviglia per il prodigio quotidiano della vita, anche il dolore non vi sembrerebbe meno stupefacente che la gioia;
E accogliereste le stagioni del cuore come avete sempre accolto le stagioni che passano sui vostri campi.
E vegliereste sereni nell’inverno della vostra sofferenza.
Molte pene le avete scelte voi.
È la pozione amara con cui il medico in voi cura il vostro io malato.
Fidatevi del medico e bevete il rimedio tranquilli e in silenzio;
Perché la sua mano, anche se rude e pesante, è guidata dalla
mano premurosa dell’Invisibile.
E la tazza che vi porge, anche se brucia le labbra, è stata modellata con l’argilla che il Vasaio ha bagnato con le Sue lacrime sacre.
(Dipinto di Kahlil Gibran)


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