Il gatto nell’arte

«Osservare un gatto è un po’ come assistere alla realizzazione di unopera d’arte.» Oliver Herford

 

Il gatto nell'arte

Henri Matisse (1869-1954)

Il fascino del gatto ha infervorato la creatività di pittori e scultori facendo sì che il piccolo felino entrasse da protagonista nell’arte figurativa.
L’ammaliante testa di gatto che raffigurava la dea egizia Bast e le innumerevoli sculture realizzate nell’antico Egitto che alludevano alla sacralità del gatto, risalenti a tre o quattromila anni fa, sono a noi pervenute integre.

Il gatto nella storia dell'arte

La dea Bast, conosciuta anche come dea Bastet, era il simbolo della femminilità nell’antico Egitto.

Durante il periodo classico romano e greco, fatta eccezione per qualche mosaico e affresco pompeiano, nonché le insegne di varie legioni romane, si nota una carenza di opere dedicate al gatto perché considerato animale utile solo per tener lontano i topi e quindi non ancora fonte d’ispirazione artistica. Non visto come membro della famiglia, ma come famelico predatore, venne relegato ad una posizione ben poco nobiliare.

Il gatto nella storia dell'arte

Mosaico dalla Casa del Fauno, a Pompei. Un gatto che azzanna un uccello e anatre, uccelli, pesce e conchiglie.

L’avvento del Medioevo sconvolse drammaticamente l’esistenza del piccolo felino a causa delle persecuzioni della Chiesa che nel comportamento misterioso del gatto percepiva presenze demoniache da sconfiggere per allontanare il male. Persino le opere prodotte poco dopo la fine del Medioevo mostrano per lo più quella visione distorta che l’indottrinamento clericale aveva recato con sé. Un chiaro esempio di quella malsana visione si nota nella seguente opera di  Jacopo Da Ponte detto il Bassano.

Il gatto nella storia dell'arte

L’Ultima Cena, Jacopo Bassano (1542)

Nel dipinto si nota, infatti che, a differenza del cane, accovacciato placidamente sotto i piedi di Gesù, il gatto, la cui espressione appare malvagia, striscia accanto al traditore Giuda.
Anche in pieno Rinascimento, l’influenza della Chiesa è ancora viva in alcuni artisti.
Ma ciò non accadde di certo a Leonardo da Vinci, che non riuscì a resistere al fascino del gatto da egli stesso definito “il capolavoro della natura“, non mostrando interesse alcuno per certi retaggi fortunatamente destinati a scomparire. Attraverso numerosi studi, Leonardo realizzò dei disegni in cui l’enigmatico felino assurse a modello da ritrarre persino nel contesto di un’immagine religiosa.

Il gatto nella storia dell'arte

La Vergine del gatto, 1480-1483

Alla fine del 1500 si notò un cambiamento del costume, soprattutto nelle famiglie nobiliari. Tuttavia, tranne nelle sopracitate opere di Leonardo e nel dipinto ad olio “Adamo ed Eva” del massimo esponente rinascimentale tedesco Albrecht Düre, il gatto diventò realmente uno dei protagonisti dell’arte solo durante il periodo moderno.

Il gatto nella storia dell'arte

“Adamo ed Eva”- Albrecht Düre, 1507.
Nel dipinto si nota un gatto ai piedi di Eva.

Prima di allora la sua figura venne ritratta per lo più marginalmente in contesti sacri che, a causa dell’insolita presenza dipinta, accompagnarono il titolo con il nome generico dell’animale.
È il caso dell’opera “La Madonna della gatta” di Giulio Romano, datata 1523.

Il gatto nella storia dell'arte

“La Madonna della gatta”-Giulio Romano, 1523

Nell’estasi mistica del quadro, quasi inavvicinabile a noi comuni mortali, la nostra attenzione si focalizza su quel gatto dallo sguardo estraneo e sfuggente, facendo sì che sorga l’interrogativo del motivo di quella presenza in un contesto sacro. Inoltre non sfugge un particolare che esalta il misterioso significato del quadro; San Giuseppe, anche se ben visibile, non è posto in primo piano, a differenza del criptico felino.

Il gatto nella storia dell'arte

“Madonna della gatta”-Federico Barocci, 1598

Nei dipinti di Federico Barocci il felino domestico appare frequentemente e non solo nel quadro “Madonna della gatta” sopra riportato. Collocato al centro della tela assume quel ruolo moderno che si addice ad ogni gatto che si rispetti. Il suo è un ruolo da primadonna compiaciuta di dominare le scene di una rappresentazione religiosa che secondo gli studiosi rimandava ad un episodio realmente accaduto.
L’opera fu commissionata da papa Clemente VIII, ospite del ducato d’Urbino. E, proprio nell’anno in cui il dipinto venne commissionato, il duca di Urbino aveva perso la moglie. A causa di un accordo siglato con il papa, se non vi fossero stati eredi, alla morte del duca tutti i suoi averi sarebbero finiti nelle mani dello Stato Pontificio. Il pericolo indusse il duca a risposarsi con una cugina quattordicenne che qualche anno dopo gli diede un figlio.
E di tale vicenda il pittore ne trasse quel noto capolavoro usando la figura di Giuseppe che nell’apocrifo “Libro sulla natività di Maria” veniva definito anziano, così come lo era il duca. Si nota infatti Giuseppe accanto ad una giovanissima ragazza che coccola il proprio bambino. E il gatto si muove a suo agio, così come già accadeva nelle famiglie nobiliari del tempo, mostrando che il Medioevo delle persecuzioni era ormai un lontano ricordo.
Francisco Goya nel quadro “Gatti che litigano” pose in primo piano il nostro amico felino in uno dei momenti più affascinanti e inquietanti del suo comportamento, spesso definito “la posizione della strega“. Quel momento di rabbia felina che il grande William Burroughs descrisse in modo sublime: «La rabbia di un gatto è meravigliosa: brucia di pura fiamma felina, il pelo ritto e scintille sfavillanti di blu, gli occhi fiammeggianti che lanciano saette.» E in modo altrettanto mirabile Goya ritrasse tale rabbia in due gatti che si affrontano con i dorsi arcuati e il pelo ritto. Sembra quasi di sentirli soffiare.

Il gatto nella storia dell'arte

“Gatti che litigano”-Francisco Goya, 1786

Con il passare degli anni ben pochi furono gli artisti che riuscirono a sfuggire al fascino del gatto.

Tralasciamo il periodo illuminista che, tranne qualche caso, a causa della razionalità a tutti i costi insita nel movimento, non si mostrò molto attratto dalla figura sfuggente di quel misterioso animale difficilmente catalogabile.
Naturalmente non tutti gli artisti aderirono all’Illuminismo e il grande pittore Jean Siméon Chardin donò alcuni meravigliosi dipinti che vedevano protagonista il gatto. Una delle opere da menzionare è “Gatto con la razza” realizzato nel 1728.

Il gatto nella storia dell'arte

“Gatto con la razza”-Jean Siméon Chardin, 1728

Al di là della pittura, molti furono i pittori vissuti tra l’Ottocento e il Novecento, che, oltre a ritrarre gli splendidi felini, tennero accanto a sé uno o più esemplari di gatti.
Henri Matisse, uno dei maggiori esponenti dei “Fauves”, trascorse la sua vita insieme ai gatti.
E molte sono le sue opere che videro protagonisti i suoi deliziosi compagni di vita.

Il gatto nella storia dell'arte

Gatto e pesci rossi, Henri Matisse

Anche nelle opere di Paul Gauguin l’affascinante animale venne raffigurato in alcune sue splendide tele ove, accanto a figure umane pensierose o fiori recisi la cui vitalità è ormai destinata a svanire, venne affiancato quell’animale spesso in movimento o preoccupato essenzialmente di se stesso in un sano egoismo che sembra sottolinearne la sua superiorità rispetto a noi, schiacciati spesso da piccoli e grandi problemi quotidiani.

Il gatto nella storia dell'arte

“Fiori e gatti”-Paul Gauguin, 1899

Impossibile resistere al fascino del gatto e ciò avviene in modo particolare per gli artisti che vedono riflessa in quella personalità indipendente e inafferrabile la loro stessa anima.
Il gatto ama il silenzio e manifesta il bisogno di avere dei propri spazi in cui sonnecchiare o lasciar vagare la mente oltre quello che a noi umani riesce comprensibile. La sua personalità poliedrica sfugge ad ogni vano tentativo di reale penetrazione e che l’arte e la letteratura abbiano dedicato un ampio interesse verso questo animale non reca alcuna meraviglia.
Dalla famosa opera “Olympia” di Édouard Manet ad altri dipinti di autori del calibro di Marc ChagallPablo PicassoSalvador Dalì e Lucian Freud, il gatto incontra un numero considerevole di interpretazioni pittoriche grazie a quella singolare personalità in grado di suscitare innumerevoli e contrastanti letture.

Il gatto nella storia dell'arte

“Parigi dalla finestra”-Marc Chagall, 1913

E se a carpire la personalità di questo piccolo felino nel suo lato più animalesco, sensuale, mistico, diabolico e rassicurante molti sono stati gli artisti a sbizzarrirsi, si può tranquillamente affermare con serena rassegnazione che comprendere il gatto è impossibile.
Ed è proprio questo particolare a renderlo l’animale più ritratto nella storia dell’arte.

E se osservare un gatto è come assistere alla realizzazione di un’opera d’arte, così come recita il pensiero che introduce questo articolo, ritengo sia importante sottolineare che ritrarlo richiede un impegno di notevole entità e che nessuna opera d’arte può riuscire a rendere pienamente quello sguardo magnetico che magicamente attrae ogni essere umano sensibile all’infinita bellezza della natura.
A cercare di imprigionarne la mutevole essenza del suo animo hanno provato in molti, ma non si può non concordare con Leonardo da Vinci che lo definì un capolavoro. E i capolavori, si sa, dovrebbero semplicemente essere contemplati. Infatti la maggioranza degli artisti che hanno provato ad immortalare il gatto ne hanno contemporaneamente ospitati moltissimi, così come fece il disegnatore e cartellonista francese Théofile Steinlen, la cui casa venne soprannominata “l’angolo dei gatti“. Ed i suoi gatti diventarono famosi attraverso i manifesti realizzati dal noto disegnatore che fu il primo a riuscire a ritrarli in animato e realistico movimento.

N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo lacapannadelsilenzio@yahoo.it e saranno immediatamente rimossi.

 

 

 

 

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Categorie: Arte

2 commenti

  • ritaru69 ha detto:

    Post molto interessante non solo per chi subisce in modo irresistibile il fascino di queste deliziose creature, la cui ambiguità sfugge alla nostra comprensione, ma anche per chi è appassionato di arte. Il paragone tra l’animo dell’artista e quello del gatto è particolarmente efficace.Continuate così. Veramente un blog unico.

  • lacapannadelsilenzio ha detto:

    Grazie, cara Rita. Si tratta di un blog nato da meno di un anno. Creato quasi per gioco. Ma la passione di scrivere, unita ad una profonda curiosità, ha fatto sì che diventasse quasi un impegno dovuto a noi stesse per approfondire o cercare di rammentare quel bagaglio di conoscenze che con il passare del tempo tende a precipitare nell’oblio.
    Certo che continueremo; ormai la passione ha preso il sopravvento.
    Ciao e grazie 🙂

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