Pittore russo di origini ebraiche e in seguito naturalizzato francese, Marc Chagall (Moishe Segal era il suo vero nome) nasce a Vitebsk (nell’attuale Bielorussia) il 7 luglio del 1887.
Nelle sue opere si evidenziano influenze di quelli che furono i luoghi che lo accolsero nel corso della sua vita e che l’artista osserva con stupore infantile. Le sue memorie e le sue profonde emozioni si tuffano in un universo privo di gravità permettendo così alle sue figure, umane e non, di librarsi nel cielo, come angeli. Un silenzio assoluto domina le sue opere dove non trovano spazio alcuno immagini amare ed estremamente dolorose; l’artista riesce a rappresentare un mondo per lo più scevro da ogni negatività, quel mondo che riesce a far sognare noi osservatori che stentiamo ad allontanarci dalla visione dei suoi meravigliosi dipinti.
Quadri che infondono una sublime sensazione di pace per quelle tinte vivaci e brillanti e l’abilità del pittore di catturare la luce sfumandola in visioni oniriche. Nel suo mondo sovrannaturale, che non riesce ad imprigionare in una tela, andando spesso oltre quelle linee che dovrebbero incorniciare quegli esseri angelici sospesi tra cielo e terra, protagonisti assoluti delle sue opere, si coglie il linguaggio poetico di un uomo che desidera imprimere per sempre le sue emozioni giocando con colori e sfumature con la stessa ingenua spontaneità di un bambino.
Conoscere la vita di Chagall aiuta non solo a comprendere meglio la sua arte, ma anche a guardare con occhi differenti quelle produzioni artistiche che a prima vista possono apparire gioiose. E, dopo averne conosciuto la biografia, cresce ancor più l’ammirazione per questo straordinario pittore la cui arte sorge dalla necessità di dimenticare le miserie e le sofferenze vissute dallo stesso Chagall.
La sua infanzia, forse l’unico periodo sereno della sua vita, scorre in modo tranquillo, nonostante il dominio zarista che non rende facile la vita a chi porta un cognome ebraico.
Comincia a studiare pittura sotto la guida del maestro Yehuda Pen nel 1906 e l’anno seguente, trasferitosi a San Pietroburgo, frequenta l’Accademia Russa di Belle Arti diretta da Nikolaj Konstantinovic Roerich che gli consente di venire a contatto con artisti di correnti differenti.
La sua giovinezza a San Pietroburgo, città caratterizzata da leggi antisemite, non gli risparmia sofferenze a causa delle sue origini e per un periodo di tempo viene anche imprigionato.
Si sposa nel 1914 con quella che sarà la musa delle sue opere, Bella Rosenfeld, unico grande amore della sua vita, da cui ha una figlia, Ida, nata nel 1916.
Partecipa alla rivoluzione russa del 1917 e si afferma presto come pittore al punto che viene nominato Commissario dell’Arte nelle regione di Vitebsk. Ma la sua carica, così come la sua carriera artistica, hanno breve vita in un regime che esalta solamente un tipo di arte, il suprematismo, distante dallo stile infantile e onirico del pittore.
Entrato in contrasto con il regime sovietico, decide di trasferirsi con la famiglia a Parigi nel 1923. In quella città conosce numerosi artisti dell’epoca e stringe amicizia con Apollinaire, Delaunay e Léger.
Emozionato dalle ricerche sul colore dei Fauves e l’influenza di quelle fiabe russe che incantarono la sua infanzia insieme alle suggestioni ebraiche, lascia scaturire il suo stile inconfondibile. Colorista coraggioso, racconta un universo sospeso tra il reale e il fiabesco.
Alle tematiche centrali della sua produzione, che vedono protagoniste immagini fluttuanti di esseri umani, oggetti, paesaggi e animali, accosterà elementi che evocano il mondo spirituale cristiano ed ebraico. Uno stile che mostra anche la vicinanza a molte avanguardie del periodo, sebbene l’artista non aderisca a tali correnti fino in fondo. Il suo è infatti uno stile unico, frutto di numerose influenze ed è impresa ardua affibbiare un’etichetta alle sue opere.
Qualche studioso ha definito la sua arte una sorta di fauvismo onirico. Chagall potenzia i colori in maniera espressionista, così come fa Vincent Van Gogh e, nello stesso tempo deforma le figure richiamando la “Joie de vivre” di Henri Matisse.
Sebbene alcuni critici abbiano accostato molti suoi dipinti alla corrente surrealista, in realtà le sue opere non traggono ispirazione dall’universo irrazionale di tale corrente. Inserite in una dimensione indubbiamente onirica, le immagini che Chagall trasferisce nelle sue tele attingono ai ricordi del suo passato e si nutrono anche dell’osservazione dell’opera simbolista di Gustave Moreau.
Divenuto cittadino francese nel 1937, durante la Seconda Guerra Mondiale è costretto, insieme alla famiglia, a lasciare la Francia a causa delle persecuzioni naziste. Dopo un breve periodo trascorso in Spagna e in Portogallo, si trasferirà negli Stati Uniti nel 1941.
Ma la vita gli riserverà un immenso dolore; nel 1944, a causa di un’infezione virale, muore la sua amata Bella a soli quarantanove anni.
La morte della moglie, unico grande amore della sua vita e ritratta dolcemente in moltissimi suoi quadri, scaraventa l’artista in una profonda depressione che lo porterà a non dipingere per diversi mesi.
Lascia gli Stati Uniti nel 1949 e si trasferisce in Provenza, dove conosce Virginia Haggart da cui avrà un figlio. Si risposa nel 1952 con Valentina Brodsky e viaggia in diversi paesi, tra cui la Grecia e Israele.
Si spegnerà il 28 marzo del 1985 a Saint-Paul de Vence, nella sua amata Provenza.
Vorrei ricordare Marc Chagall con alcuni suoi pensieri accompagnati dalle immagini delle sue opere più significative che delineano la delicatezza intimista di un’artista che è riuscito a fondere attualità e leggenda, realtà e fantasia catturando la bellezza degli attimi più intensi della sua vita e preferendo tralasciare quelli più difficili.
Un quadro deve fiorire come qualcosa di vivo. Deve afferrare qualcosa di inafferrabile: il fascino e il profondo significato di quello che ci sta a cuore.
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L’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo. Lo stile non è importante. Esprimersi lo è.
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Nelle nostre vite c’è un solo colore che dona senso all’arte e alla vita stessa. Il colore dell’amore.
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La pittura deve avere un contenuto psicologico. Io stronco sul nascere ogni mio impulso decorativo. Attenuo il bianco, amalgamo il blu con mille pensieri.
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La psiche deve trovare la propria via nei dipinti. Bisogna lavorare sul quadro pensando che qualcosa della propria anima entrerà a farne parte e gli darà sostanza.
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⌊Rivolgendosi ad Apollinaire⌋ Impressionismo e Cubismo mi sono estranei. Lo so, voi siete l’ispiratore del Cubismo. Ma io preferisco qualcos’altro.
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⌈Riferendosi a Bella⌋ Lei sembra costantemente volteggiare sulle mie tele guidando la mia arte.
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I miei quadri parlavano forse di una visione del mondo, d’una concezione che si trovava fuori del soggetto e dell’occhio. Ora pensare così, in quell’epoca ‘tecnica’ dell’arte vi valeva l’accusa di cadere nella letteratura.
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L’arte è lo sforzo incessante di competere con la bellezza dei fiori – e non riuscirci mai.
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Tutti i colori sono gli amici dei loro vicini e gli amanti dei loro opposti.
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⌊La moglie Bella, dopo aver ricevuto un mazzo di fiori dal marito in occasione del suo compleanno⌋
Non muoverti, resta dove sei. Non riesco a stare ferma. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…
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Se creo qualcosa usando il cuore, molto facilmente funzionerà; se invece uso la testa sarà molto difficile.
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Non si deve cominciare dai simboli, ma giungere ad essi.
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Scorrono gli anni, volano i mesi e i giorni. Quanta pioggia è caduta, quanta neve! Ti svegli una mattina, e pare che sia finito un altro anno, ma è soltanto un nuovo giorno, e qua e là è spuntata una nuova ruga: sulla schiena, sul soffitto, sulla guancia.
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Le mie mani erano troppo morbide. Ho dovuto trovare un’occupazione speciale, una sorta di lavoro che non mi avrebbe costretto ad allontanarmi dal cielo e le stelle, che mi avrebbe permesso di scoprire il senso della vita.
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[…] Tornato a Parigi nel 1872 comincia a frequentare l’Opéra. Un pittore così affascinato dallo studio del movimento, non potrà esimersi dal ritrarre l’esecuzione dei balli di danza classica, iniziando così a rappresentare le ballerine dell’Opéra parigina. Degas non si limita a fissare sulla tela gli spettacoli, ma sembra riesca anche ad intrufolarsi dietro le quinte, oppure durante una lezione, per cogliere i gesti e le posture del lungo e faticoso lavoro che precede la rappresentazione di un ballo. Come si può notare nel dipinto “Classe di danza“, la composizione deve la sua ampiezza ad un doppio gioco illusionistico creato con l’introduzione di specchi e vetri riflettenti. L’artista ottiene così un ritratto che trasmette un’idea di spazialità in contrasto solo con alcuni elementi fissi: la porta, da cui appare una fessura luminosa, l’innaffiatoio a terra e il pianoforte. Un quadro, dunque, che supera i limiti della cornice, e che, proprio da questo punto di vista rimanda a Chagall. […]