Rembrandt, il poeta del chiaroscuro.

«Scegliete un solo maestro, la Natura

“Autoritratto con capelli scompigliati”, 1628. Rembrandt Harmenszoon Van Rijn.

Artista olandese estremamente versatile, Rembrandt Harmenszoon Van Rijne ha realizzato incantevoli dipinti mostrando un approccio sempre nuovo che attinge ad una piccola tavolozza dominata da diverse tonalità della terra scura e riflessi dorati. Maestro del chiaroscuro, utilizza sapientemente luci e ombre per enfatizzare il viso e le mani delle persone da lui ritratte, senza tralasciare l’ambiente in cui si muovono. Particolarmente interessato a ritrarre scene tradizionali e bibliche, sfugge all’ostentazione estetica di molti artisti barocchi e mai incasella le sue opere in uno stile, né tanto meno mostra di adattarsi ad una qualsivoglia corrente artistica. È lui stesso a guidare le tendenze, innovando e cambiando costantemente il suo modo di dipingere. Un altro dei suoi tratti distintivi è dato dalla sua abilità di rappresentare un coinvolgente e suggestivo effetto di movimento, riuscendo a rappresentare la drammaticità delle scene da lui ritratte e a prendersi cura del più piccolo dettaglio di abbigliamento.

Cristo nella tempesta sul mare di Galilea“, 1633.

Lo studio profondo della luminosità, ottenuto grazie ad una pennellata pastosa e ad un’illuminazione misteriosa e simbolica, pur richiamando l’influenza di Caravaggio, si allontana pian piano da quest’ultimo lasciando il posto a una caratteristica pittura personale e drammatica.
L’innovazione delle tematiche si rileva principalmente nella rappresentazione di scene religiose in cui riesce a contribuire con una visione intima e molto personale. La sua genialità è ben evidente non solo con l’innovazione del ritratto collettivo, ma soprattutto nei suoi autoritratti, che mostrano magistralmente l’inesorabile scorrere del tempo. La sua pennellata riesce a cogliere la sua anima e quella dei personaggi ritratti riflettendone con forza il mondo interiore. I suoi sono personaggi vivi dalle emozioni estremamente palpabili.

Autoritratto all’età di 63 anni“, 1669.

Ritenuto uno dei più grandi maestri barocchi della pittura e dell’incisione, è senza dubbio l’artista più importante nella storia dell’Olanda e il suo contributo alla pittura coincide con quello che gli storici hanno chiamato l’età dell’oro olandese, considerato il momento culminante della sua cultura, scienza, commercio, potere e influenza politica. Il riconoscimento della sua arte è tuttavia relativamente recente; gli intenditori e i critici del diciottesimo e diciannovesimo secolo preferiscono altri pittori.
I pochi fatti conosciuti della sua vita contribuiscono ben poco a spiegare la nascita del suo genio.

Autoritratto giovanile“, 1634.

Rembrandt Harmenszoon Van Rijne nasce il 15 luglio del 1606 a Leida in una famiglia numerosa e agiata: il padre è proprietario di un mulino sulle sponde del Reno e chiamato perciò “Van Rijn” (del Reno), la madre è figlia di un fornaio. Il padre è un uomo ambizioso che vorrebbe vedere il figlio elevarsi dal proprio ceto sociale e lo iscrive dapprima alla scuola di latino e successivamente alla facoltà di lettere di Leida. La permanenza di Rembradt all’università è di pochi mesi: il giovane mostra ben presto la sua passione per l’arte ed inizia a frequentare lo studio del poco conosciuto pittore Jacob van Swanenburgh con il quale lavora per tre anni. Durante questi anni di formazione artistica Rembrandt conosce l’arte italiana e i suoi capolavori grazie al suo maestro.

L’artista nel suo studio“, 1626-28.

Trasferitosi ad Amsterdam, trascorre un breve periodo di apprendistato presso lo studio alla moda di Pieter Lastman. Dopo appena un anno fa ritorno alla sua città natale dove apre una propria bottega. Molti dei primi dipinti, soprattutto a soggetto religioso, mostrano la lezione di Lastmann da cui apprende l’utilizzo del colore italiano. È di questo periodo “La lapidazione di Stefano” (1625) che mostra ancora chiare influenze dell’arte rivoluzionaria del Caravaggio

La lapidazione di Stefano“, 1625.

Tuttavia non è solo Lastman a rappresentare l’influenza formativa più importante del nostro pittore; condividere lo studio con il collega e amico Jan Lievens risulta anch’essa un’esperienza determinante nella sua formazione. Di questi anni l’opera “La resurrezione di Lazzaro” (1630-1632).
Come si può facilmente notare, le prime opere di Rembrandt si caratterizzano per effetti di luce violenti ed espressioni concitate delle persone ritratte; il suo stile iniziale è simile a quello dei seguaci di Caravaggio, pittore molto in voga in Olanda negli anni ’20.

La resurrezione di Lazzaro“, 1630-1632.

Nel 1629 Rembradt stringe amicizia con il poeta e diplomatico Constantijn Huyegens, che riesce a procurargli importanti commissioni da parte della corte reale dell’Aja. Nel 1631 è già un pittore affermato e l’anno seguente esegue una delle sue opere più celebri, “Lezione di anatomia del dottor Tulp“(1632), commissionatagli dall’associazione dei chirurghi di Amsterdam.
Grazie al suo stile particolarmente espressivo diviene ben presto il pittore più in vista del suo tempo, tramutando gli aggressivi e teatrali effetti di luce d’influenza caravaggesca in uno stile molto singolare in cui l’emotività dei personaggi è posta in primo piano grazie ad un avvolgente e misteriosamente evocativo chiaroscuro in cui le forme prendono luce e corpo apparendo pian piano da suggestive ombre.

Lezione di anatomia del Dottor Tulp“, 1632.

L’opera “Lezione di anatomia del Dottor Tulp” mostra chiaramente il personalissimo stile del nostro pittore. La scena ritratta rappresenta il medico Nicolas Tulp nell’atto di illustrare ad alcuni suoi colleghi la fisiologia dell’avambraccio sul corpo di un giustiziato. Grado d’interesse e accentuata mimica dei visi trasformano un mero ritratto corale in un’immagine viva e coinvolgente che rende noi osservatori partecipi dell’azione rappresentata.

Filosofo in meditazione“, 1632.

Ad Amsterdam, Rembrandt, trasferitosi nella casa del mercante d’arte Hendrick van Uylenburgh, lavora instancabilmente e conosce la nipote di Hendrick, Saskia, di cui si innamora profondamente. I due convoleranno a nozze nel 1634 e la donna diverrà protagonista di molti suoi dipinti. Come già evidenziato sopra il suo stile comincia a mutare proprio in questi anni, tendendo alla sobrietà della composizione resa con pennellate larghe e pastose e con colori via via sempre più caldi nelle tonalità del rosso, dorato e bruno.

Ritratto di Saskia con cappello“, 1633.

Gli anni ’30 sono dunque caratterizzati da un enorme successo per l’artista, ma i suoi dipinti ancora non contengono quella qualità di intuizione sulla condizione umana che invece caratterizzerà le sue opere successive. Sebbene sia già evidente la sua passione per l’osservazione della natura umana, le sue opere non mostrano quell’enorme abilità, che esploderà poco dopo, di andare oltre e di rappresentare mirabilmente le emozioni.
Dal 1636 Rembrandt comincia a trattare un nuovo soggetto, il paesaggio, ritraendolo sovente dal vero. Paesaggi di tipo realista e di genere fantastico, entrambi molto intensi, caratterizzano la sua produzione di questo periodo.

“Il ponte di pietra”, 1638.

Rembrandt vive per molti anni agiatamente, attorniato da colleghi, committenti e apprendisti, ma il suo stile di vita alquanto dispendioso e la drammaticità di alcuni eventi renderanno i suoi autoritratti successivi sempre più malinconici. Solo Titus, uno dei quattro figli avuti con la moglie, riesce a sopravvivere e dopo la morte della madre, avvenuta nel 1640, seguirà la prematura dipartita della sua adorata Saskia. I disegni che ritraggono la donna sul letto di morte sono particolarmente toccanti.

“Saskia sdraiata a letto”.

Così come spesso accade, il dolore si tramuta in energia creativa e, nel periodo compreso tra il 1642 e il 1655, Rembrandt produce dei capolavori molto apprezzati dai critici moderni e incompresi dai suoi contemporanei. L’intensa drammaticità degli effetti e la carica spirituale delle sue opere viene raggiunta tramite uno stile pittorico sobrio basato sulla compenetrazione e la contrapposizione di masse di luce e di ombra.

“Aristotele Contempla il busto Di Omero”, 1653.

La morte della moglie lo costringe ad assumere una governante che accudisca il figlio Titus e di cui ben presto il nostro pittore ne diventa l’amante. Questo e altri scandali, tra cui la convivenza con la giovane modella Hendrickje Stoffels, da cui ha una figlia, scandalizzano la società puritana del tempo e, nonostante produca opere di altissimo livello, Rembrandt viene escluso dalle committenze più importanti.
Schiacciato dai debiti per aver condotto una vita al di sopra delle sue possibilità, è costretto nel 1656 a dichiarare bancarotta, assistendo così alla vendita all’asta di tutti i suoi beni.

 

Gli ultimi anni della vita di Rembrandt scorrono tristemente, a causa della morte della propria compagna e del figlio Titus. Quest’ultimo si spegnerà un anno prima della morte del padre, avvenuta ad Amsterdam il 4 ottobre del 1669.
I suoi dipinti hanno emozionato e tutt’ora emozionano per la loro avvolgente e rilassante bellezza, realizzata arricchendo le sue opere di molti dettagli dentro e intorno agli occhi dei soggetti ritratti e focalizzando così l’attenzione dello spettatore sui visi dei personaggi.

Ronda di notte“, 1642.

Il suo quadro più celebre, “Ronda di notte” (1642), descrive dettagliatamente i gesti e i costumi dei membri della compagnia del capitano Frans Banning Cocq in occasione dei festeggiamenti allestiti ad Amsterdam per l’arrivo della regina di Francia Maria de’ Medici. La scena ritratta, ricca di movimento, è raffigurata con una costruzione spaziale dinamica ma razionale, ruotando attorno all’idea del graduale passaggio dal caos all’ordine.

La Ronda di Notte – particolare del viso del capitano Frans Banning Cocq.

Grazie all’uso di una luce morbida e calda, esplorata in infinite sfumature, l’artista ottiene effetti di notevole efficacia emotiva. Si può anche notare il superamento dello stereotipo dei ritratti tradizionali di gruppo.
Rembrandt non riproduce una mera e monotona sequenza di volti allineati l’uno accanto all’altro, ma infonde con le sue magnifiche pennellate di luci e di ombre una vitalità di sguardi e di pose che rivoluziona l’interpretazione convenzionale di un genere.
Di seguito alcune sue citazioni e pensieri dedicati alla sua arte accompagnate da altre immagini di opere da lui realizzate.

 

Prova a mettere bene in pratica quello che già sai; così facendo sarai sempre in tempo, e scoprirai le cose nascoste che ora stai cercando. Metti in pratica quello che sai, e ciò ti aiuterà a rendere chiaro ciò che ora non conosci.

Ritorno del figliol prodigo“, 1668.

Un quadro è finito quando l’artista dice che è finito.

Sposa ebrea“, 1665.

Un quadro è finito quando ha l’ombra di un dio.

Danae“, 1636.

Senza l’atmosfera, un quadro non è niente.

“Le tre croci”, 1653.

Chi è abituato alle belle figure dell’arte italiana può sentirsi urtato vedendo per la prima volta le opere di Rembrandt in cui l’artista pare non curarsi affatto della bellezza e, anzi, nemmeno evitare la decisa bruttezza. In un certo senso è così. Come altri artisti del suo tempo, Rembrandt aveva assimilato il messaggio di Caravaggio, di cui aveva conosciuto l’opera tramite gli imitatori olandesi. Come Caravaggio, più della bellezza e dell’armonia egli apprezzava la verità e la sincerità.
Ernst Gombrich

Autoritratto con berretto e colletto risvoltato“, 1659.

Rembrandt fu maestro quanto Rubens o Velázquez nel rendere la brillante preziosità delle superfici. Usò meno di loro i colori accesi: a una prima occhiata molte sue pitture sembrano tutte di una tonalità marrone cupo, ma sono proprio i toni scuri a far risaltare con maggior forza, per contrasto, alcuni colori accesi e splendenti.
Ernst Gombrich

Allegra coppia“, 1636.

Rembrandt, che triste ospedale pieno di mormorii, | e ornato solamente da un grande crocifisso, | dove tra singulti e orrori s’eleva una preghiera | nel raggio invernale che brusco l’attraversa.
Charles Baudelaire

 

Cristo e l’adultera“, 1644.

[…] Spesso, infatti, egli si limitava a tracciare grandi pennellate, applicando i colori l’uno accanto all’altro, senza preoccuparsi di compenetrarli e di smorzarli insieme. Nondimeno, poiché i gusti son varii, non poca gente ha in gran considerazione le sue opere. È vero, però, che egli possiede una grande arte e che ha dipinto delle teste molto belle: pur non favorite dalla grazia del pennello, esse hanno molta forza, e quando le si osservi dalla giusta distanza fanno un eccellente effetto e appaiono molto plastiche. […]
André Féliben

Testa di Cristo“, 1648.

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