José Saramago, il dissacratore eretico.

«Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte».
saramago 1Primo scrittore in lingua portoghese a vincere il Premio Nobel per la LetteraturaJosé de Sousa Saramago è noto per le sue opere dissacratorie che mettono implacabilmente a nudo i mali della nostra società.
Acerrimo nemico della globalizzazione, da lui vista come un subdolo totalitarismo, deplora senza mezzi termini il fallimento della democrazia contemporanea incapace di arginare il dominio incontrastato delle multinazionali.
Caustico e sagace, dedica la sua vita a denunciare le ingiustizie sociali.
Il suo stile, destinato a segnare la letteratura futura contemporanea, rileva la sua acutissima genialità nel ritrarre l’uomo universale, visto nella sua nudità, come un qualsiasi personaggio anonimo invischiato in una grande o piccola avventura quotidiana, che l’autore cattura mirabilmente nei suoi gesti.
Personaggio scomodo per il suo atteggiamento dissidente nei confronti della società ha creato delle opere volte a scuotere la coscienza umana.

Saramago nasce il 16 novembre del 1922, quattro anni prima del colpo di stato che avrebbe instaurato la dispotica dittatura fascista di Salazar, ad Azinhaga, un piccolo villaggio a nord di Lisbona, da una modesta famiglia di braccianti agricoli.
saramago 2A causa delle difficoltà economiche in cui versa la famiglia, è costretto ad abbandonare prematuramente gli studi e a trasferirsi a Lisbona per cercare un lavoro. Lavora inizialmente come fabbro, meccanico e disegnatore e riesce poi a trovare degli impieghi che gli consentono di acquisire una cultura letteraria che, con il passare degli anni, gli permette di ottenere la carica di direttore letterario e di produzione in una casa editrice.
La soffocante dittatura fascista instaurata da Antonio de Oliveira Salazar nel 1926 non gli permette di esprimere liberamente il proprio pensiero ed i suoi primi articoli vengono sistematicamente censurati dal regime. Nel 1947 riesce a pubblicare il suo primo romanzo, “Terra del peccato” accolto tiepidamente dai lettori e dalla critica. Ambientato nella regione portoghese dell’Alentejo, il libro descrive con dolorosa ironia l’umile esistenza di quattro generazioni di braccianti agricoli sistematicamente sfruttati e vilipesi dalla classe dei latifondisti. Già in questa sua prima opera emerge quello stile innovativo cadenzato da quel ritmo dell’oralità presente in tutta la sua produzione letteraria.
In quegli anni bui l’autodidatta Saramago lavora anche come critico letterario e s’iscrive clandestinamente al Partito Comunista Portoghese riuscendo a sfuggire alle persecuzioni della spietata polizia politica di Salazar.

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Solamente dopo la caduta del regime fascista, nel 1974,  denominato “L’anno della Rivoluzione dei Garofani” a causa del movimento militare che si oppone al regime fascista e che usa come distintivo il garofano, Saramago può finalmente dedicarsi alla scrittura lasciando fluire impetuosamente il suo pensiero e ottenendo nel 1998 il Premio Nobel per la Letteratura che così motiva l’assegnazione di tale onorificenza a quello scrittore che «con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria». Molto significativo il discorso iniziale di Saramago quando gli viene consegnato il premio: «l’uomo più saggio ch’io abbia mai conosciuto non era in grado né di leggere né di scrivere». L’uomo saggio a cui si riferisce era suo nonno.
Quel riconoscimento inasprisce ulteriormente le polemiche nel mondo cattolico per le note posizioni atee e comuniste di Saramago.
Tra le sue opere bisogna ricordare “Memoriale del Convento” (1982), “L’anno della morte di Ricardo Reis” (1984), “Storia dell’assedio di Lisbona” (1989), “Il Vangelo secondo Gesù Cristo“(1991), “Cecità” (1995) e “Caino” (2009).
saramago 4Non pochi considerano “Cecità” il capolavoro assoluto dello scrittore per l’impietoso ritratto di un’umanità cieca che assurge a metafora di una vita condizionata dall’egoismo e dall’incapacità di guardare dentro l’animo degli altri.
Un’indifferenza a cui sembriamo esserci ormai abituati in un mondo in cui ci si aggira per le strade con gli occhi bendati e che, quando scoppia un’improvvisa ed inspiegabile epidemia che sottrae la vista ad un’intera popolazione, vede esplodere la violenza e l’emarginazione verso chi ne viene inizialmente colpito ed immediatamente rinchiuso in un’ex casa di cura per malati mentali.
«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono».
Ed in questo pensiero si può cogliere la visione pessimista di Saramago nei confronti di una massa feroce e crudele immersa in un mare lattiginoso che le impedisce di vedere.
Solo una donna, “la moglie dell’oculista“, lascia intravedere una tiepida speranza in una umanità preoccupata unicamente di se stessa. Unica rimasta vedente, si prodiga per aiutare i non vedenti impedendo così che si abbandonino alla disperazione.
La cecità che investe quel paese non identificato non è nera.
Il malato vede una luce accecante che sembra alludere a quella cecità insita nell’essere umano che rifiuta di vedere la realtà che si pone davanti ai suoi occhi e preferisce fingere di essere cieco. Un messaggio universale che lo scrittore lancia all’umanità e certamente non difficile da comprendere: è cieco solo chi guarda con gli occhi.

Foto di José Carlos Carvahlo

Foto di José Carlos Carvahlo

Lo stile narrativo di Saramago pone le basi ad una scrittura scevra di regole che si caratterizza per la lunghezza delle frasi, il singolare uso della punteggiatura priva di virgolette nei dialoghi e del punto interrogativo nelle domande. L’utilizzo del punto viene sostituito dalle virgole e i personaggi dei suoi romanzi sono uomini comuni catapultati in un mondo che lo scrittore non mostra di amare.
In molte sue opere la narrazione comincia in modo inusuale: un episodio accidentale che si verifica in un paese non precisato. Da quell’evento prende il via una storia che è solamente un pretesto per poter esaminare la complessità dell’animo umano ed i suoi personaggi, quasi sempre privi di nomi, sono costretti a cercare, contando solo sulle loro forze, di superare quella prova che la vita impone loro. I protagonisti non sono esseri perfetti, ma profondamente umani e l’autore non lesina critiche verso i loro atteggiamenti tramite un’ironia accompagnata da una ben evidente compassione.

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Dichiaratamente ateo, nella sua opera “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” si scontra con la Chiesa Cattolica per aver ricostruito la storia di Gesù attraverso la lettura dei Vangeli Apocrifi ripudiati ancora oggi da tale istituzione religiosa.

José Saramago, biografia, opere e citazioniA causa delle polemiche sorte dopo la pubblicazione del suddetto libro e l’ottusa arroganza delle persone che della loro ignoranza supina ne sono fieri, Josè Samarago lascia il Portogallo e si stabilisce nelle Isole Canarie insieme alla sua seconda moglie Pilar del Rio che traduce le opere del marito in lingua spagnola.
Osservatore implacabile della società contemporanea esprime sempre il suo punto di vista mettendo in rilievo, attraverso le metafore, le nostre meschinità ed il nostro individualismo.
Comunista fino alla fine dei suoi giorni, a chi gli fa notare gli errori e i crimini commessi dal regime sovietico, risponde semplicemente che “essere comunista è uno stato spirituale“. Ama definirsi un “comunista ormonale” e rigetta il sistema capitalista che, a parer suo, ha disumanizzato l’uomo.
In tutte le sue opere ed in particolar modo ne “La Caverna“(2000), acuta rivisitazione del mito platonico, lo scrittore cerca di mettere in guardia l’uomo di oggi di fronte al capitalismo e al consumismo.
Secondo Saramago bisogna cercare un nuovo modello di vita che possa donare a tutti gli uomini la dignità e che quindi non preveda alcuna competizione e mercificazione. Ma per far ciò bisognerebbe avventurarsi nell’isola sconosciuta «imparando a navigare navigando».
Malato da tempo di leucemia, si spegne il 18 giugno del 2010 a Tìas, in quelle Isole Canarie dove aveva deciso di autoesiliarsi.
Di seguito una raccolta dei suoi pensieri più significativi per ricordare quello scomodo intellettuale che ha lasciato un’impronta indelebile nella letteratura contemporanea.

José Saramago, biografia, stile, pensiero e citazioni
Dimentichiamo troppo spesso che gli uomini sono fatti di carne facilmente rassegnata. È dall’infanzia che i maestri ci parlano di martiri, che diedero esempi di civiltà e di morale a loro spese, ma non ci dicono quanto doloroso fu il martirio, la tortura. Tutto rimane in astratto, filtrato come se guardassimo, a Roma, la scena attraverso spesse pareti di vetro che ammortizzano i suoni, e le immagini perdessero la violenza del gesto per opera, grazia e potere di rifrazione. E allora possiamo dirci tranquillamente l’un l’altro che Giordano Bruno fu bruciato. Se gridò, non lo sentiamo. E se non lo sentiamo, dove sta il dolore?
Ma gridò, amici miei. E continua a gridare.
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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
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Marx ed Engels hanno scritto nella Sacra famiglia: “Se l’uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente”. Niente di più chiaro, niente di più eloquente, niente di più ricco di senso. Non avevo ancora trent’anni quando, per la prima volta, lessi quelle parole. Furono, per così dire, la mia via di Damasco. Capii che mi sarebbe stato impossibile tracciare una rotta per la mia vita al di fuori di quel principio e che solo un socialismo integralmente inteso (dunque, il comunismo) avrebbe potuto soddisfare i miei aneliti di giustizia sociale. Molti anni più tardi, in una intervista con Bernard Pivot, che voleva sapere perché continuassi a essere comunista dopo gli errori, i disastri e i crimini del sistema sovietico, risposi che, essendo un comunista “ormonale”, mi era impossibile avere delle idee diverse: gli ormoni avevano deciso. La spiegazione è più seria di quanto sembri: e forse si capisce meglio se dico che, in qualche modo, ha un equivalente nel “non possumus” biblico. Recentemente, suscitando lo scandalo di certi compagni dediti alla più canonica ortodossia, ho osato scrivere che il socialismo – e a maggior ragione il comunismo – è uno stato dello spirito. Continuo a pensarlo. E la realtà si incarica giorno dopo giorno di darmi ragione.
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Te l’immagini, una scala che prima ero capace di salire e scendere a occhi chiusi, così sono le frasi fatte, non hanno alcuna sensibilità per le mille sottigliezze semantiche, questa, per esempio, ignora la differenza tra il chiudere gli occhi ed essere ciechi.
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Trovarsi d’accordo non sempre significa condividere una ragione, la cosa più abituale è che un gruppo di persone si riuniscano all’ombra di un’opinione come se fosse un parapioggia.
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josè samarago il dissacratore eretico
Penso che per gli studenti sarebbe molto meglio partire dalla contemporaneità. Si rimane sempre indietro di un secolo, nella scuola si vive come dentro una specie di capsula senza collegamento con il tempo presente, mancano i nessi.
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Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo.
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Con quella mano e quell’uncino puoi fare tutto quanto vuoi, e ci sono cose che un uncino fa meglio di una mano intera, un uncino non sente dolore se deve fissare un filo e un ferro, non si taglia, né si brucia, e io ti dico che Dio è monco, e ha fatto l’universo.
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Forse solo il silenzio esiste davvero.
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Il tempo, a volte, sembra che non passi, è come una rondine che fa il nido sulla grondaia, esce ed entra, va e viene, ma sempre sotto i nostri occhi.
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Come direbbe il mio gatto, tutte le ore sono buone per dormire.
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Si dice che il male non regge a lungo, anche se, per la fatica che si porta dietro, a volte sembra di sì, ma quello su cui non c’è dubbio è che non dura il bene per sempre.
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Un uomo ha bisogno di fare la sua provvista di sogni.
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C’era la luna piena, di quelle che trasformano il mondo in fantasma, quando tutte le cose, le animate e le inanimate, stanno sussurrando misteriose rivelazioni, ma ciascuna dicendo la sua, e tutte discordanti, perciò non riusciamo a capire e patiamo quest’angoscia di essere sul punto di conoscerle e di non conoscerle.
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Chiaro che siamo in guerra, ed è una guerra di accerchiamento, ognuno di noi assedia l’altro ed è assediato, vogliamo abbattere le mura dell’altro e mantenere le nostre, l’amore verrà quando non ci saranno più barriere, l’amore è la fine dell’assedio.
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Mi ami, e lei se ne sta zitta, guardandolo soltanto, impassibile e distante, rifiutando di pronunciare quel no che lo distruggerà, o quel sì che li distruggerebbe, concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo.
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Forse i sogni sono i ricordi che l’anima ha del corpo.
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Mica perché le assenze sono brevi la gioia sarà minore, in fondo anche l’assenza è una morte, l’unica e importante differenza è la speranza.
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[…] il deserto non è quello che normalmente si crede, deserto è tutto quanto sia privo di uomini, anche se non dobbiamo dimenticare che non è raro trovare deserti e aridità mortali tra le folle.
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Sapremmo assai di più della complessità della vita se ci fossimo applicati a studiare con determinazione le sue contraddizioni, invece di perdere tanto tempo con le identità e le coerenze, le quali hanno il dovere di spiegarsi da sole.
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Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.
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C’è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di una fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda.
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È come se stessimo camminando nel buio, il passo successivo può servire tanto ad avanzare come a cadere… La vita non è molto diversa.
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È il solito problema di sempre, se non parliamo siamo infelici, e se parliamo non ci comprendiamo.
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Sembra che non sappiamo vivere in altra maniera, Forse non c’è un’altra maniera di vivere, O forse è troppo tardi perché che sia un’altra maniera.
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Com’è difficile separarci da quello che abbiamo fatto, sia esso cosa o sogno, anche quando lo abbiamo già distrutto con le nostre stesse mani.
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Si osservò nello specchio, non si trovò nessuna ruga in più, Ce l’ho dentro, di sicuro, pensò.
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Capisco che ci sono cose che mi stanno sfuggendo di mano e altre che minacciano di farlo, il mio problema è distinguere fra quelle per cui vale la pena lottare e quelle che bisogna lasciar andare senza pena, O con pena, La pena maggiore, figlia mia, non è quella che si sente al momento, è quella che si sentirà dopo, quando non c’è più rimedio, Si dice che il tempo cura tutto, Non viviamo abbastanza per averne la prova, disse Cipriano Algor.
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Abbiamo tutti i nostri momenti di debolezza, per fortuna siamo ancora capaci di piangere, il pianto spesse volte è una salvezza, ci sono circostanze in cui moriremmo se non piangessimo.
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Con le budella in pace chiunque può avere delle idee, discutere, per esempio, se esista un rapporto diretto fra gli occhi e i sentimenti, o se il senso di responsabilità sia la naturale conseguenza di una buona visione, ma quando la tortura incalza, quando il corpo ci fa impazzire di dolore e angoscia, allora sì, si vede che povero animale siamo.
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Cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza.
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È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria.
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Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente, è l’unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un’anima.
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Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra.
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Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.
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Gli esseri umani sono universalmente conosciuti come gli unici animali capaci di mentire, e se è vero che a volte lo fanno per paura, e a volte per interesse, a volte lo fanno anche perché si sono accorti in tempo che era l’unico modo che avevano per difendere la verità.
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È interessante come spendiamo tutti i giorni della vita a congedarci, dicendo e sentendoci dire a domani, e, fatalmente, uno di quei giorni, che per qualcuno sarà stato l’ultimo, o non ci sarà più colui a cui lo abbiamo detto, o non ci saremo più noi che lo abbiamo detto.
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Ci sono momenti così, crediamo nell’importanza di ciò che abbiamo detto o scritto fino a quel punto, soltanto perché non è stato possibile far tacere i suoni o cancellare i tratti, ma ci entra nel corpo la tentazione del silenzio, il fascino dell’immobilità, stare come stanno gli dèi, zitti e tranquilli, solo ad assistere.
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È quasi sempre così, un uomo si tormenta, si preoccupa, teme il peggio, crede che li mondo gli chiederà un rendiconto completo, e il mondo è già avanti, a pensare ad altri fatti.
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Chissà perché le parole si servono tante volte di noi, le vediamo avvicinarsi, minacciare, e non siamo capaci di allontanarle, di tacerle, e così finiamo col dire quel che non avremmo voluto, è come l’abisso irresistibile, cadremo e andiamo avanti.
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La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice.
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Il corpo, di per sé, potendolo, evita i fastidi, per questo dormiamo alla vigilia della battaglia o dell’esecuzione, per questo, infine, moriamo, quando non riusciamo più a sopportare la luce violenta della vita.
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Un uomo deve leggere di tutto, un poco o quel che può, da lui non si pretenda più di tanto, vista la brevità delle vite e la prolissità del mondo. Comincerà da quei titoli che a nessuno dovrebbero sfuggire, i libri di studio, così comunemente chiamati, come se non lo fossero tutti, e questo catalogo sarà variabile in base alla fonte della conoscenza a cui si va a bere e all’autorità che ne governa il flusso […]
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Il mondo dimentica, te l’ho già detto, il mondo dimentica tutto, Credi che ti abbiano dimenticato, Il mondo dimentica a tal punto da non accorgersi neanche della mancanza di ciò che ha dimenticato.
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La cosa più inutile di questo mondo è il pentimento, in genere chi si dichiara pentito vuol solo conquistare perdono e oblio, in fondo, ciascuno di noi continua a stimare le proprie colpe.
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josè saramago il dissacratore eretico
Si dice che il tempo non si ferma, che nulla ne trattiene l’incessante avanzata, lo si dice sempre con queste trite e ritrite parole, eppure non manca chi si spazientisca per la sua lentezza, ventiquattr’ore per fare un giorno, pensate, e quando si arriva alla fine si scopre che non è servito a niente, il giorno dopo è di nuovo così, sarebbe meglio che saltassimo le settimane inutili per vivere una sola ora piena, un folgorante minuto, se tanto può durare la folgore.
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Ci sarebbe da essere grati se la Chiesa Cattolica Apostolica Romana smettesse di intromettersi in quello che non la riguarda, cioè, la vita civile e la vita privata delle persone. Non dobbiamo, però, stupirci. Alla Chiesa Cattolica importa poco o niente il destino delle anime, il suo obiettivo è sempre stato controllare i corpi, e il laicismo è la prima porta da cui cominciano a sfuggirle questi corpi, e via facendo gli spiriti, giacché gli uni non vanno senza gli altri dovunque sia. La questione del laicismo non è altro, dunque, che una prima scaramuccia. Il vero e proprio scontro arriverà quando infine si contrapporranno credenza e miscredenza, quest’ultima andando alla lotta con il suo vero nome: ateismo. Il resto sono giochi di parole.
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Lì rimasero per più di due ore il cane e il suo padrone, ciascuno con i propri pensieri ormai senza lacrime piante dall’uno e asciugate dall’altro, chissà, forse in attesa che la rotazione del mondo rimettesse tutte le cose ai loro posti, senza dimenticarne qualcuna che fino ad ora non è ancora riuscita a trovare il proprio.
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La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.
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La vita è un’orchestra che suona sempre, intonata, stonata.
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josè saramago il dissacratore eretico
Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei.
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Il sonno è un abile prestigiatore, modifica le proporzioni delle cose e le loro distanze.
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Dicci com’è un albero affinché non dubitiamo che qualcosa nel mondo, fuori da queste mura, continui a combattere contro l’infamia, contro la menzogna, contro la stolta crudeltà dei nemici della vita, dicci com’è e dov’è la giustizia, perché le strappiamo la benda dagli occhi affinché veda, finalmente, a chi, di fatto, è servita, chiunque egli sia; ma non ci dicano com’è la dignità perché lo sappiamo già, perché, perfino quando sembrava non fosse che una parola, noi comprendevamo che si trattava della pura essenza della libertà, nel suo senso più profondo, quello che ci permette di dire, contro l’evidenza stessa dei fatti, che eravamo prigionieri, eppure eravamo liberi.
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Conrad Lorenz dice di aver scoperto l’anello tra le scimmie e l’essere umano e che quell’anello siamo noi: non scimmie ma ancora non umani.
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Anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l’uomo è chiaro, è il labirinto di se stesso.
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Arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare.
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Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto!
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Gesù ha avuto la sfortuna che su quello che ha detto ci hanno costruito sopra una religione.
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Il soldato è come chi dalla morte non vede altro modo di allontanarsi, sapendo comunque che se la ritroverà davanti una e tante volte e non volendo credere che la vita debba essere nient’altro che una serie transitoria di rinvii.
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Il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo.
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José Saramago, biografia, stile, pensiero e citazioni

Foto di Jean Gaumy / Magnum Photos

Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza. Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia. Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo. Che importa se compio venti, quaranta o sessant’anni! Quel che importa è l’età che sento. Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni. Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento.
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