Pensieri, citazioni e immagini ( Aprile 2025 )

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|Infatti non c’è nulla di più irritante che essere, per esempio, ricchi, di buona famiglia, dotati di bella presenza, di un’istruzione abbastanza buona, non stupidi, persino di buon carattere e allo stesso tempo non aver nessun talento, nessuna particolarità, neanche qualche stranezza, nessuna idea personale, ed essere decisamente “come tutti gli altri”. Si ha la ricchezza, ma non si è dei Rothschild; la famiglia è perbene ma non si è mai distinta in niente; la presenza è gradevole, ma molto poco espressiva; il grado di istruzione è piuttosto buono, ma non sa come metterlo a frutto; l’intelligenza c’è, ma è priva di ‘idee proprie’; il cuore c’è, ma non conosce magnanimità, e così via, per tutti gli aspetti della vita. Questa gente è la stragrande maggioranza nel mondo e ce n’è persino più di quanta non sembri; la suddetta schiera si divide, come d’altronde tutto il genere umano, in due categorie primarie: della prima fanno parte gli uomini limitati; della seconda quelli “troppo intelligenti”.|
Da “L’idiota” di Fĕdor Dostoevskij.
[“L’idiota“, pubblicato tra il 1868 e il 1869, è senza dubbio uno dei tesori della letteratura russa e riesce a catturare in modo straordinario il genio tormentato e filosofico di Dostoevskij.
Al centro del romanzo troviamo il principe Myškin, un uomo di una purezza e bontà disarmanti, che si confronta con le complessità e la corruzione della società del suo tempo. La sua ingenuità e la difficoltà di adattarsi alle norme sociali lo fanno sembrare un “idiota” agli occhi degli altri, ma allo stesso tempo lo elevano a simbolo di un’umanità ideale.
Myškin si muove in un mondo governato dalla brutalità, dal cinismo e dall’opportunismo, eppure la sua purezza d’animo rimane fermamente intatta. La sua integrità morale si illumina come un faro nell’oscurità, mettendo in evidenza, per contrasto, la meschinità e la sterilità dell’ambiente circostante. Spesso, chi ha il privilegio di incontrarlo rimane sorpreso dalla sua chiara visione della vita, come se un raggio di luce inaspettato potesse sfiorare e risvegliare un cuore ormai indurito.]
🎨”The Passion of Creation” di Leonid Osipovič Pasternak , via Pinterest.

[Nel 1931, all’inaugurazione della biblioteca del suo paese vicino a Granada, il grande poeta spagnolo Federico García Lorca, con la sua voce vibrante e carica di passione, pronunciò un elogio indimenticabile alle biblioteche, ai libri e alla cultura, veri e propri pilastri per alimentare il pensiero critico e costruire legami di solidarietà tra i popoli. In quel momento, la Spagna respirava l’aria fresca dei primi mesi di libertà: la dittatura era crollata, e la nuova repubblica accendeva speranze per un futuro luminoso. Chi avrebbe mai potuto immaginare che, solo cinque anni dopo, nel 1936, l’ombra minacciosa di Francisco Franco si sarebbe allungata sul paese, soffocando quelle promesse con un regime autoritario destinato a segnare decenni di storia? E, in un colpo ancora più straziante, che lo stesso Lorca, poeta della libertà, sarebbe stato strappato alla vita, fucilato dai seguaci di quel nuovo ordine spietato?]
Mezzo pane e un libro
Discorso di Federico García Lorca ai cittadini di Fuente Vaqueros (Granada).
|Quando qualcuno va a teatro, a un concerto o a una festa di qualsiasi tipo, se la festa è di suo gradimento, ricorda immediatamente e si rammarica che le persone cui vuol bene, non si trovino lì in sua compagnia. “Quanto piacerebbe questo a mia sorella, quanto a mio padre”, pensa, e non si gode lo spettacolo se non velato di una lieve malinconia. Questa è la malinconia che io sento, non per i miei cari, che sarebbe piccineria spregevole, ma per tutte le creature che per mancanza di mezzi e per loro disgrazia non godono del sommo bene della bellezza che è vita ed è bontà ed è serenità ed è passione.
Per questo non ho mai un libro, perché regalo tutti quelli che compro, che sono innumerevoli, e per questo sono qui onorato e contento di inaugurare questa biblioteca cittadina, la prima sicuramente di tutta la provincia di Granada.
Non solo di pane vive l’uomo. Io, se avessi fame e fossi senza forze per la strada, non chiederei un pane; ma chiederei mezzo pane e un libro. Ed io attacco da qui violentemente quanti parlano soltanto di rivendicazioni economiche senza nominare mai le rivendicazioni culturali che è poi quel che richiedono gridando i cittadini. È un bene che tutti gli uomini mangino, ma pure che tutti gli uomini sappiano. Che godano di tutti i frutti dello spirito umano, perché il contrario è trasformarli in macchine al servizio dello Stato, è trasformarli in schiavi di una terribile organizzazione sociale.
Provo molta più pena per un uomo che vuol sapere e non può, che non per un affamato. Perché un affamato può calmare la sua fame facilmente con un pezzo di pane o della frutta, ma un uomo che è ansioso di sapere e non ne ha i mezzi, subisce una terribile agonia, perché è di libri, libri, tanti libri che ha bisogno e dove sono questi libri?
Libri! Libri! Ecco una parola magica che equivale a dire: “amore, amore”, e che la gente dovrebbe chiedere come chiede pane o come brama la pioggia per i propri seminati. Quando l’insigne scrittore russo Fëdor Dostoevskij, padre della rivoluzione russa molto più di Lenin, era prigioniero in Siberia, fuori del mondo, tra quattro mura e circondato da desolate pianure di neve senza fine; e chiedeva aiuto per lettera alla sua famiglia lontana, diceva soltanto: “Mandatemi libri, libri, tanti libri affinché la mia anima non muoia!”. Sentiva freddo e non chiedeva fuoco, aveva una sete terribile e non chiedeva acqua: chiedeva libri, cioè orizzonti, cioè scale per risalire le vette dello spirito e del cuore. Perché l’agonia fisica, biologica, naturale, di un corpo per fame, sete o freddo, dura poco, pochissimo, ma l’agonia dell’animo insoddisfatto dura tutta la vita.
Ha già detto il grande Menéndez Pidal, uno dei saggi più veri d’Europa, che la parola d’ordine della Repubblica deve essere: “Cultura”. Cultura perché soltanto per suo tramite si possono risolvere i problemi fra i quali si dibatte il popolo pieno di fede, ma privo di luce.|
( Traduzione di Nicolò Messina )
( 📸 da Pinterest )

Pianto” di Giovanni Pascoli
Più bello il fiore cui la pioggia estiva
lascia una stilla dove il sol si frange;
più bello il bacio che d’un raggio avviva
occhio che piange.
Da “Myricae” (1891).
📸 da Pinterest
( Il 6 aprile del 1912 si spegneva Giovanni Pascoli )
Immaginate un bambino che corre tra le colline verdi della Romagna, con il vento che gli scompiglia i capelli e la vita che sembra portargli via tutto: così inizia il racconto di Giovanni Pascoli, un immenso poeta in grado di trasformare il dolore in pura bellezza. Nato a San Mauro, vicino ai campi che avrebbero ispirato i suoi versi, Pascoli ha perso i genitori troppo presto, un lutto che ha segnato profondamente la sua anima. Ma invece di lasciare che il buio avesse il sopravvento, ha preso quelle ferite e le ha fatte cantare, creando una poesia che ancora oggi ci parla come un vecchio amico.
Qual è il suo segreto? La capacità di prendere le parole di tutti i giorni – quelle che usiamo per chiedere un pezzo di pane o salutare un vicino – e trasformarle in specchi del nostro animo. Nelle sue poesie, la natura non è solo uno sfondo: diventa una voce viva, che sussurra segreti tra i rami e offre conforto come farebbe una madre. La famiglia, con i suoi legami fragili e preziosi, si trasforma in un rifugio; la morte, un’ospite inevitabile che Pascoli affronta senza timore. Opere come “Myricae” ci guidano lungo i sentieri polverosi della campagna, dove ogni filo d’erba racconta una storia. “Canti di Castelvecchio” ci avvolge nei ricordi di un’infanzia che è sia dolce che amara. E con “Poemi conviviali“, ci fa viaggiare tra miti antichi, rendendoli così vicini da sembrare parte di noi.
Pascoli non scriveva per impressionare nessuno, ma per toccare il cuore di chi legge. La sua poesia è un invito: prenditi un momento, ascolta il mondo che ti circonda, scopri la bellezza nascosta nel quotidiano e la forza che può nascere dal dolore. Leggendo i suoi versi, realizziamo che la vita, anche quando ci frantuma, può diventare un canto che non smette mai di risuonare.

 

Forse ti voglio bene.
Forse ti voglio molto bene.
Ma proprio per questo
sarà forse meglio
che rimaniamo così come siamo.
Forse un uomo e una donna
sono più vicino l’uno all’altro
quando non vivono insieme
e sanno soltanto di esistere,
quando sono riconoscenti l’uno all’altro
solo perché esistono
e perché l’uno sa che l’altro esiste.
E alla loro felicità questo basta.
Milan Kundera
#phpinterest

 

|Se vuoi controllare un popolo, crea un nemico immaginario che appaia più pericoloso di te, quindi presentati come il loro salvatore.|
Noam Chomsky
( 📸 da Pinterest )

 

|Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa,
chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,
agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate,
alle lunghe crepe sul fianco delle strade,
ai bambini pallidi, prima e dopo la morte
e al volto di ogni madre triste,
o uccisa!
Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra?
Significa vergognarsi,
del tuo sorriso,
del tuo calore,
dei tuoi vestiti puliti,
delle tue ore di noia,
del tuo sbadiglio,
della tua tazza di caffè,
del tuo sonno tranquillo,
dei tuoi cari ancora vivi,
della tua sazietà,
dell’acqua disponibile,
dell’acqua pulita,
della possibilità di fare una doccia,
e del caso che ti ha lasciato ancora in vita!
Mio Dio,
non voglio essere poeta in tempo di guerra.|
Hend Joudah
Nata nel campo profughi di al-Bureij a Gaza, Hend Joudah riesce a trasformare le sfide quotidiane in vera arte. Con una penna che si muove agilmente tra poesie, canzoni, racconti e sceneggiature, racconta storie di resistenza e speranza. Attraverso il suo lavoro con Workers Radio e il programma “Good Morning, Homeland” su al-Hurriya, riesce a far sentire la sua voce unica e vibrante nel cuore del pubblico. La sua prima raccolta, “Nessuno se ne va sempre“, celebra la forza della memoria, mentre la rivista “28 Magazine”, da lei fondata e diretta, si trasforma in un palcoscenico per nuove narrazioni che parlano di rinascita e determinazione.
( 📸 di Aamir Afroz via Pinterest )

 

Le reazioni contrastanti della “donna, madre e cristiana” e degli Stati Uniti evidenziano un netto doppio standard nella condanna degli eventi drammatici che stanno attanagliando la nostra terra.
Da una parte, c’è un’immediata e giusta condanna del raid a Sumy, dove 34 persone hanno perso la vita e 117 sono rimaste ferite, definito “vile e orribile attacco” dalla suddetta signora, mentre dall’altra parte, sempre dalla suddetta signora o da altri stati occidentali, si è assistito ad un silenzio assordante su tragedie altrettanto gravi, come il genocidio a Gaza. Tutto ciò è inaccettabile. Questa disparità nel trattamento degli eventi non solo mina la credibilità morale di alcune potenze occidentali, ma rivela anche come interessi geopolitici e alleanze strategiche prevalgano sull’universalità dei diritti umani. Senza una condanna univoca e senza eccezioni, l’indignazione diventa selettiva, fredda e strumentale. Né gli Stati Uniti, né il governo italiano stanno di certo facendo una bella figura: è il momento di riflettere seriamente sulla necessità di una coerenza etica che abbracci tutte le vittime, ovunque esse siano. Noi della capanna non riusciamo a restare indifferenti dinnanzi all’utilizzo di pesi e misure differenti.
( Disegno di Gianluca Foglia Fogliazza )

 

Penso che scendere dagli alberi tutti insieme sia stata una decisione un po’ avventata.
Pensiero attribuito a Charles Darwin.
( Ritratto di Charles Darwin di John Collier )
#evoluzioneumana#ironia#

 

Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite. Da grande voglio fare l’avvocato e lottare affinché i bambini non lavorino affatto.
Il 16 aprile del 1995 Iqbal Masih, di appena dodici anni, venne assassinato dalla mafia tessile del Pakistan. Nato in una famiglia molto povera, già a quattro anni, fu strappato alla sua infanzia per essere dato in mano ad un produttore di tappeti.
Nella fabbrica, circondato solo da altri bambini come lui, Iqbal fu privato di ogni libertà, sfruttato senza pietà e punito per il minimo errore, subendo botte ogni volta che osava ribellarsi. Ma invece di accettare un sistema così crudele, trovò in sé il coraggio di alzare la voce: divenne un portavoce appassionato dei bambini oppressi, trasformando il suo dolore in un grido di giustizia che riuscì a catturare l’attenzione del mondo intero. A dieci anni riuscì a sfuggire alle catene della fabbrica di tappeti e, mentre fuggiva verso la libertà, incontrò Ulla Khasi, una donna che aveva dedicato la sua vita a salvare i bambini sfruttati. Iqbal decise di impegnarsi per liberare i bambini ridotti in schiavitù. Ma non si limitò solo a questo; grazie al sostegno di alcuni gruppi di volontari, raccontò al mondo la sua storia. Molte fabbriche di tappeti pakistane furono costrette a chiudere.
Oggi è rimasto un simbolo potentissimo nella lotta contro lo sfruttamento minorile, la sua incredibile determinazione scosse l’indifferenza internazionale, accendendo una fiamma di speranza e cambiamento.
Ma quanti sono ancora i bambini sfruttati in questo mondo?
( 📸 da Pinterest )

 

Mono no aware ( (物の哀れ)
Che cosa significa?
Difficile da tradurre con una sola frase questa meravigliosa e antica espressione giapponese che richiama la dolce malinconia della vita.
Qualcuno l’ha definita con le seguenti parole:
La dolceamara consapevolezza della fugacità della vita, una bellezza intrisa di malinconia che rende unico ogni istante.
Mono no aware” è, dunque, un sussurro dell’anima.
Un sussurro che si manifesta nel tremolio di un petalo danzante al vento e nel dolce sospiro dell’ultimo chiarore della giornata.
È il cuore che si scioglie al pensiero di un momento fugace, una dolce scossa di nostalgia per ciò che brilla e già svanisce.
È la carezza di un tramonto che si spegne, lasciando il cielo in un delicato equilibrio tra luce e ombra.
Mono no aware” è un invito a fermarci, a riflettere sulla fragile bellezza di un attimo, a custodirne il fascino proprio perché destinato a dissolversi.
Quante volte abbiamo provato questa emozione? Sicuramente moltissime volte.
Adesso possiamo darle un nome…
( 📸 da Pinterest )

 

|Mai visti in vita mia così tanti maestrini e maestrine col dito puntato come una pistola. Sui social, alla tele, in parlamento, sugli autobus, persino in famiglia. Tutti convinti di aver capito tutto, ciascuno con la ricetta in tasca, la soluzione facile, la risposta pronta. Nessuno disposto a svolgere il duro mestiere della conoscenza, a nuotare nel Mare della Perplessità, a masticare l’amaro di un dubbio o a sforzarsi di approfondire l’argomento. Nessuna esitazione, meditazione, rispetto dell’opinione di chi è più competente. L’ha detto Einstein? La scienza? Dio? Stronzate, la verità te la dico io. Tutti mettono la lingua su tutto, nessuno capisce più niente. È la democrazia, bellezza! No, è deprimente. Una follia. È una dittatura così carogna che le purghe di Stalin in confronto erano carezze. Tra algoritmi e pubblicità martellanti, chatbot che fingono di essere la tua ragazza o il tuo ragazzo, immagini generate dall’IA che trasformano l’inferno di Gaza in Miami Beach (e se t’indigni fai solo il loro gioco potenziandone la diffusione virale) mi sembra che il mondo dispotico immaginato da George Orwell in confronto a questo era il paese dei campanelli, una dittatura da operetta, o quello di Biancaneve e i sette nani con la strega cattiva che, paragonata agli stregoni alla Elon Musk che ci governano e sottomettono, fa tenerezza. Perché il capitalismo non ha più bisogno di metterci la mano nel portafogli e indurci a comprare. Come una piovra occulta ha immerso i tentacoli direttamente nel nostro cervello, generando immagini proprie, impiantandoci colonie di opinioni che si autoriproducono, manipolando la tua e la mia fantasia a un livello così subdolo, malefico, ingannevole da trasformare la nostra vita in una sopravvivenza posticcia e “soprannaturale”. Altro che robot dai quali stare in guardia perché ci stanno rubando i posti di lavoro! Ormai i robot siamo noi e neppure ce ne siamo accorti. Pure io, in questo istante, sono indirettamente schiavo del “padrone”. Se mi leggi, se interagisci, condividi o polemizzi con la mia libera opinione, è “lui” l’unico che ci guadagna, lasciando a noi le briciole di un’illusione: quella di poter leggere o scrivere ciò che ci pare. Che bisogno c’è di fare un colpo di Stato, quando è bastato avvelenare i pozzi della democrazia? Perché dovrebbero mandarci al confino, come il fascismo faceva con i dissidenti? O nei gulag in Siberia? E su quali montagne riparare per fare Resistenza, se hai il cellulare in tasca che ti pedina come un cane poliziotto? Forse il film di fantascienza che ci aveva visto più a lungo di tutti era l’assurdo “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, del 1956, in cui i cittadini venivano rimpiazzati da copie identiche all’originale, ma senz’anima, senza più umanità. C’è una sola possibilità di sopravvivere a questo massacro della civiltà, dove il nemico è invisibile: restare visibili a noi stessi, illuminati nella mente e nel cuore, perché sottrarsi a questo immondo gioco del Domino è ormai praticamente impossibile.|
Diego Cugia
( “Perfect Garden“, illustrazione di Pawel Kuczynski )
#capitalism #selfishness #neoliberalism #and #mindlessness

 

Quando tratti male un bambino, lui non smette di amare te. Smette di amare se stesso.
Gabriella Tupini
( 📸 da Pinterest )

 

|Ci hanno trasformati tutti in merce di scambio, siamo tutti in vendita.
Abbiamo inventato una società del consumo, con un bisogno costante di crescere.
Perché se l’economia non cresce è una tragedia.
Abbiamo inventato una montagna di bisogni superflui, buttando via, comprando, buttando via e …
Ma è la nostra vita che stiamo sperperando.
Perché quando compro qualcosa o tu compri qualcosa, non la compriamo con i soldi.
La compriamo con il tempo della nostra vita che abbiamo speso per guadagnare quei soldi.
Con l’unica differenza che l’unica cosa che non si può comprare è la vita.
La vita si esaurisce.
Ed è terribile sprecare la propria vita per perdere la libertà.|
Pepe Mujica
( 📸 da Wikipedia )

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