Julio Cortázar, l’arte di destabilizzare il reale

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Lo scrittore e poeta argentino Julio Cortázar, vero maestro nel tessere mondi dove il reale e l’irreale si fondono, è uno di quegli autori che hanno rivoluzionato la narrativa del Novecento, creando uno stile letterario che non ha eguali. La sua eredità ha superato i confini, lasciando un segno indelebile nella letteratura contemporanea.
Nei suoi racconti e romanzi, sovverte le convenzioni narrative, spingendoci ad esplorare un universo di enigmi, sorprese e riflessioni sulla condizione umana. Il suo stile, unico e audace, si distingue per una prosa sperimentale e poetica che infrange le strutture tradizionali, giocando con le parole per creare effetti che disorientano e affascinano il lettore.
Una delle sue cifre distintive è l’abilità di navigare tra il quotidiano e il surreale, sfidando la nostra percezione e portandoci in territori inesplorati. È un’arte che unisce l’assurdo e l’onirico, creando un’atmosfera dove la logica si scioglie e il fantastico coesiste senza sforzo con la realtà.
La sua prosa si muove in bilico tra realismo e fantastico, tra quotidianità e sogno, tra razionalità e delirio. La peculiarità più evidente del suo stile è il gusto per la sperimentazione: frasi che scivolano fuori dagli schemi tradizionali, racconti che si spezzano e si ricompongono, romanzi che non vanno letti in modo lineare ma “giocati”.
Il fantastico cortazariano non è mai fuga dalla realtà, bensì un modo per farla esplodere dall’interno: l’irruzione di un dettaglio assurdo in una situazione comune, ad esempio un cronopio che attraversa la strada, oppure un axolotl che diventa specchio della coscienza, o ancora un appartamento invaso misteriosamente, apre crepe nel reale, obbligando il lettore a interrogarsi. A questo si accompagna un umorismo sottile, a volte surreale, altre volte tenero, che convive con la malinconia e con una profonda attenzione alla dimensione esistenziale.
Ma cosa si intende esattamente per axolotl e perché si usa il nome di questo anfibio come metafora?
L’axolotl è molto più di un semplice animale: è il simbolo di una metamorfosi sospesa, di una crescita che non rinnega le proprie origini. La sua

Un bellissimo esemplare di axolotl ( foto da Pinterest )

capacità di rigenerare parti del corpo e di restare giovane anche nell’età adulta lo rende un’immagine potente di resistenza. Nella cultura azteca, inoltre, è legato al mito e al sacro, diventando un ponte tra natura e mito. Oggi lo si può leggere anche come un emblema della fragilità e al tempo stesso della forza della vita, e della necessità di custodire ciò che è raro e prezioso nel nostro mondo naturale.
Cortàzar scrive non solo per destabilizzare, ma anche per creare comunità col lettore: la sua narrativa chiede partecipazione, non passiva ricezione. I suoi temi ricorrenti sono il gioco, l’amore, il doppio, il tempo circolare, la musica (soprattutto il jazz), e un senso costante di estraneità, come se i suoi personaggi vivessero sempre un po’ “fuori posto” rispetto al mondo.
I temi da lui esplorati sono davvero tanti e tutti affascinanti. In pratica, nelle sue storie c’è un po’ di tutto: dalle domande sul senso della vita alle ingiustizie sociali. Tante volte, come già sottolineato prima, i suoi personaggi si sentono dei veri e propri “pesci fuor d’acqua”, e trascorrono il tempo a cercare un posto nel mondo, una loro identità. È una ricerca che li porta a fare dei viaggi, a perdersi in labirinti che sono sia reali che simbolici.
Poi, c’è un altro aspetto che mi colpisce: Cortázar mette in dubbio la nostra idea di realtà. Le sue storie sono piene di colpi di scena e mondi che si mescolano, e ti spingono a chiederti se quello che credi sia vero lo sia davvero.
E come se non bastasse, scava a fondo anche nelle relazioni umane. L’amore e la solitudine sono un tema ricorrente. I suoi personaggi si sentono soli, anche quando sono vicini ad altre persone, e questo porta a riflettere su quanto l’amore a volte sia effimero e, diciamocelo, spesso un po’ illusorio.
Infine, non si può ignorare il suo lato politico. Scrittore che ha a cuore il suo tempo, ha usato la penna per denunciare le ingiustizie, l’oppressione e la violenza. In pratica, le sue storie diventano una forma di sostegno per chi lotta per la libertà e la giustizia sociale.
Pablo Neruda ha detto: “Chi non legge Cortázar è spacciato. Non leggerlo è una malattia molto seria e invisibile, che col tempo può avere conseguenze terribili.” Secondo me, quando Neruda ha pronunciato quella frase sul nostro scrittore, non stava semplicemente scherzando. Per lui, la letteratura non era solo un passatempo, ma qualcosa di vitale, e lo stesso valeva per quella di Cortázar.
Il punto è che Cortázar ti costringe a guardare le cose in modo diverso. Le sue storie ti prendono la realtà e te la ribaltano, ti fanno dubitare di tutto quello che credevi di sapere. Non leggerlo è come rifiutarsi di aprire una porta su un mondo più complesso e, in un certo senso, più vero. Se si ignora un autore così, purtroppo poco conosciuto in Italia, è un po’ come se si decidesse di vivere in una scatola. Ti perdi la magia, la stranezza, la profondità che c’è dietro il quotidiano. Per Neruda, era un po’ una “malattia invisibile” perché le conseguenze non le vedi subito, ma col tempo ti ritrovi con una mente meno aperta, meno elastica. In fondo, la sua frase è un avvertimento: non leggere questo grande scrittore significa non darsi la possibilità di crescere, di vedere oltre l’ovvio e di arricchirsi intellettualmente. È un po’ come condannarsi alla banalità.

Si può uccidere tutto meno la nostalgia, la portiamo nel colore degli occhi, in ogni amore, in tutto ciò che profondamente tormenta e libera e inganna.

Julio Cortázar nasce a Bruxelles il 26 agosto del 1914. Figlio di diplomatici argentini, i primi anni li trascorre in Europa, ma la sua vera infanzia si svolge a Banfield, un sobborgo di Buenos Aires. È un bambino solitario, cresciuto in una casa austera e senza la presenza del padre. Lì sviluppa la sua fame di libri: legge senza sosta e a nove anni scrive già poesie.
Dopo gli studi in Lettere lavora come insegnante, ma la sua strada è la scrittura.
Negli anni Quaranta pubblica i primi testi, e dieci anni più tardi prende una decisione che gli cambia la vita: si trasferisce a Parigi. Nella capitale francese trova non solo un rifugio, ma un laboratorio di idee. Lavora come traduttore per l’UNESCO, una professione che gli dà sicurezza senza imprigionarlo. Intanto vive immerso nel fermento culturale della città: i dibattiti politici, le avanguardie artistiche, i locali jazz. Parigi diventa la sua seconda patria e il punto da cui osserva l’America Latina con uno sguardo nuovo.
La sua vita sentimentale è intensa e non sempre semplice. La sua prima moglie è Aurora Bernárdez, traduttrice e compagna fedele nei suoi primi anni europei. Dopo la separazione, ci sono altre relazioni importanti, come quella con Ugné Karvelis, editrice e intellettuale molto influente a Parigi.
Negli ultimi anni, l’amore più profondo è quello con Carol Dunlop, scrittrice canadese. Con lei condivide non solo la vita, ma anche la scrittura: insieme realizzano “Gli autonauti della cosmostrada ( 1978 ), il diario di un viaggio in camper sull’autostrada Parigi-Marsiglia, raccontato come una grande avventura poetica e surreale. È un libro che parla di viaggi, ma soprattutto d’amore e di complicità. Non è un semplice libro di viaggio, e nemmeno un diario tradizionale. Julio Cortázar e Carol Dunlop prendono un’autostrada – la Parigi-Marsiglia – e invece di attraversarla velocemente, come tutti fanno, decidono di percorrerla come se fosse un continente da esplorare. Si fermano in ogni area di sosta, osservano, prendono appunti, inventano regole del gioco e trasformano un gesto banale in un’avventura surreale e tenerissima. Il risultato è un testo unico, a metà tra il reportage, il racconto fantastico e la storia d’amore.

Il mondo è pieno di aree di sosta, in fondo, dove forse ci aspettano sogni di una tale ricchezza da valere tutti i viaggi di andata e, da una di esse, nessuno di ritorno.

Non è un’opera “necessaria” nel senso accademico, ma è uno di quei libri che fanno innamorare della vita e della letteratura. Un piccolo viaggio strampalato che diventa, senza mai prendersi troppo sul serio, una lezione di felicità.
Dietro il suo lato brillante e ironico, Cortázar resta un uomo malinconico, fragile, diviso tra il bisogno di libertà e la ricerca di un legame profondo. La sua eredità letteraria è davvero immensa e continua a stupire. La sua vera magia, però, si vede soprattutto nei racconti. Basta leggere raccolte come “Bestiario” (1951), “Finale di gioco” (1956), “Le armi segrete” (1959) e “Tutti i fuochi il fuoco” (1966) per capire perché: sono libri pieni di storie che oggi sono considerati dei veri classici. La sua forza sta proprio nel prendere situazioni all’apparenza normali e trasformarle in qualcosa di inquietante, misterioso, a tratti persino magico.

Il tema da cui uscirà un buon racconto è sempre eccezionale. L’eccezionalità risiede in una qualità paragonabile a quella della calamita; un buon tema attrae tutto un sistema di rapporti connessi, coagula nell’autore, e più tardi nel lettore, un’immensa quantità di concetti, intravisioni, sentimenti e perfino idee che galleggiavano virtualmente nella sua memoria o nella sua sensibilità; un buon tema è come un sole, un astro intorno al quale gravita un sistema planetario del quale molte volte non si ha notizia finché lo scrittore di racconti, astronomo di parole, non ce ne rivela l’esistenza.

Ma la vera svolta arriva con “Rayuela -Il gioco del mondo“(1963). Questo romanzo è stato un vero e proprio spartiacque: ha infranto tutte le regole e ha rivoluzionato per sempre il modo in cui pensiamo alla narrativa. Dopo averlo letto, l’esperienza della lettura e della scrittura non è più la stessa. Più che un romanzo,”Rayuela – Il gioco del mondo“è un’esperienza. Non è un libro che ti racconta una storia in modo tradizionale, ma ti porta in un viaggio nel pensiero e nei sentimenti dei personaggi.
La storia, se così si può chiamare, ha due trame che si intrecciano.

Quel che molta gente definisce amare consiste nello scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, li ho visti. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un fulmine che ti spezza le ossa e ti lascia lungo disteso in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché-la-amano, io invece credo che avvenga tutto dall’aicsevor*. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che t’inzupperà le ossa all’uscita di un concerto.
*rovescia

La prima parte, che si intitola “Dal lato di là“, è ambientata a Parigi. Qui incontriamo il protagonista, Horacio Oliveira, un intellettuale argentino che vive in un mondo bohémien, tra arte, jazz e lunghe nottate a discutere con i suoi amici del “Club della Serpente”. La trama ruota attorno alla sua storia d’amore intensa e tormentata con una donna misteriosa, la Maga. La loro relazione non è semplice, è fatta di incontri casuali, di sparizioni improvvise, ma anche di una profonda intesa spirituale.

La vita, come un commentario di un’altra cosa che non afferriamo, e che è lì all’altezza del salto che non spicchiamo. La vita, un balletto su un tema storico, una storia su un fatto vissuto, un fatto vissuto su un fatto reale. La vita, fotografia del numero, possesso nelle tenebre (donna, mostro?), la vita, prosenneta della morte, splendide carte, tarocco dalle dimenticate combinazioni che delle mani gottose avviliscono a triste solitario.

La seconda parte, “Dal lato di qua“, ci riporta a Buenos Aires. Horacio torna a casa e il suo mondo cambia completamente. Lavora in un circo, vive un’amicizia con il suo amico di sempre, Traveler, e con la moglie di lui, Talita. A poco a poco, Horacio comincia a vedere in Talita delle somiglianze con la Maga, e questo fa nascere tensioni e gelosie.

Sognando ci è dato di esercitare gratis le nostre attitudini alla follia.

C’è poi una terza parte, “Dal lato di altri” che è un vero e proprio bonus, un misto di capitoli aggiuntivi, appunti e citazioni che Cortázar ha incluso quasi come un dietro le quinte del suo lavoro.
La cosa geniale è che si può leggere il libro in modo lineare, dall’inizio alla fine, oppure si può seguire un “Tabellone” che ci fa saltare da un capitolo all’altro in un ordine completamente diverso. In questo modo, il lettore diventa parte attiva della storia e può creare il suo percorso personale, quasi come in un labirinto letterario. Non si tratta tanto di cosa succede, ma di come lo vivi e lo percepisci.

Negli anni successivi, Cortázar ha continuato a scrivere romanzi importanti come “Il viaggio premio” (1960 ), “Componibile 62” (1968) e “Libro di Manuel” (1973), dove la sua voce si fa sempre più impegnata politicamente.
Non è un caso: negli anni Sessanta e Settanta, Cortázar si schiera apertamente. Sosteneva la rivoluzione cubana, denunciava le dittature sudamericane e si batteva per i diritti umani. Per lui, insomma, la scrittura non era mai separata dalla vita: erano due fiumi che scorrevano insieme, mossi dalla stessa passione e dallo stesso senso di responsabilità.
Il viaggio premio” infonde una sensazione di mistero e di curiosità per tutto il tempo della lettura. Un gruppo di persone vince una crociera in barca, ma c’è un trucco: non sanno dove stanno andando e, a un certo punto, la nave comincia a navigare in un oceano che non somiglia per niente al nostro. I giorni passano e tutto diventa sempre più assurdo e surreale. Cortázar è un genio nel farti sentire a bordo di quella nave, con quella sensazione di avere la testa tra le nuvole e di non capire più cosa è vero e cosa non lo è.

Oh, le maschere. Tutti pensiamo al volto che nascondono, ma in realtà ciò che conta è la maschera, che sia questa e non altra. Dimmi che maschera porti e ti dirò che volto hai.

Non è un libro che ci dà risposte, al contrario, ci riempie di domande e induce molte riflessioni. Ne consiglio la lettura se vi piacciono le storie che vi fanno viaggiare con la mente e che vi spingono a guardare il mondo da un punto di vista un po’ diverso, come se stessi navigando su quel Malmo, senza sapere dove si sta andando.

Conta il viaggio che il sogno ti fa fare. Conta non stare mai fermi, non importa dove arrivi, tanto poi devi ripartire.

Nemmeno in “Componibile 62” c’è una trama vera e propria. Non aspettatevi di seguire una storia dall’inizio alla fine. Il libro è come un grande puzzle, con tanti personaggi e situazioni che si incrociano a Parigi, ma anche in una città che si chiama “la Città“, che non esiste, e che lo scrittore crea nella sua fantasia. I protagonisti sono un gruppo di amici e amanti che vivono in un mondo fatto di sogni, ossessioni e riflessioni. Le loro vite si mescolano in modo imprevedibile, senza una logica apparente.

Ciascuno a modo suo, il passato ci aveva insegnato l’immensa inutilità di essere seri, di fare appello alla serietà nei momenti di crisi, di afferrarsi ai baveri ed esigere comportamenti o decisioni o rinunce; niente più logico di quella tacita complicità che ci aveva riuniti attorno al mio paredro per intendere in altro modo l’esistenza e i sentimenti, andare in direzioni che non erano consigliabili in tutte le circostanze, lasciandoci andare, saltando su un tram come aveva fatto Juan nella città, o restando in un letto come continuavo a fare io con Nicole, sospettando senza una ragione precisa né grande interesse che tutto ciò tendeva o distendeva a modo suo quelle cose che sul piano del buon senso si sarebbero tradotte in spiegazioni, grandi telefonate, lettere e forse tentativi di suicidio o improvvise escursioni nell’azione politica o nelle isole del Pacifico.

Cortázar ha scritto questo libro come una specie di esperimento, esplorando l’idea che la vita, come l’arte, non segue per forza un percorso lineare. Se cercate un romanzo classico con una trama definita, forse questo non fa per voi. Ma se vi piace essere sorpresi, se non vi spaventa perdervi in un mondo surreale e se volete leggere qualcosa che vi farà pensare a lungo, allora “Componibile 62” è una vera scoperta. È un libro che non si “legge”, ma si “vive”.

Libro di Manuel” è probabilmente l’opera più apertamente politica di Julio Cortázar. Nasce in un momento in cui lo scrittore sente forte la necessità di impegnarsi direttamente nelle vicende dell’America Latina, segnata da dittature, repressioni e violenze. Il romanzo è costruito in modo originale: accanto alla narrazione compaiono ritagli di giornale, documenti, testimonianze reali. L’autore mescola finzione e cronaca, gioco e denuncia, cercando di scuotere il lettore e costringerlo a guardare in faccia la realtà. È un libro corale, disordinato a tratti, ma proprio per questo vivo: riflette la complessità e il caos del mondo che racconta.
Al centro c’è Manuel, un bambino, figura simbolica a cui è dedicato il “libro dentro il libro”: un manuale di resistenza e di speranza, pensato per le nuove generazioni. Nonostante la durezza dei temi, Cortázar non rinuncia mai al suo stile: l’ironia, il gioco, le invenzioni linguistiche restano, ma stavolta convivono con la rabbia e l’urgenza politica.

Personalmente continuo ad avvertire la presenza di qualcosa che si trova dall’altra parte delle cose, per questo non smetterò mai di cercare.

Negli anni Ottanta, già malato di leucemia, continua a scrivere e a viaggiare con Carol Dunlop.
Poco dopo, il 12 febbraio del 1984, muore a Parigi, a 69 anni. Riposa al cimitero di Montparnasse accanto a Carol. La loro tomba, semplice e piena di piccoli oggetti lasciati dai lettori, è diventata un luogo di pellegrinaggio.

Julio Cortàzar e Carol Dunlop

Cortázar non appartiene solo al Novecento: la sua voce è ancora viva perché ci invita a guardare la realtà con occhi diversi. Ci insegna che dietro l’ovvio c’è sempre un’altra dimensione, che il fantastico non è evasione ma un modo per capire meglio la vita. I suoi testi sono un gioco, sì, ma un gioco serissimo, che mette in discussione tutto ciò che crediamo stabile.
Leggerlo vuol dire accettare la sfida di non restare spettatori: diventare complici, partecipare al rischio, lasciarsi sorprendere. Per questo continua a parlarci ancora oggi, come se fosse qui, pronto a indicarci un’altra porta da aprire.

Di seguito potete leggere alcune frasi e poesie di questo grande autore.

Il futuro

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

A volte ci si sveglia con il desiderio di spegnersi, come se fossimo candeline sulla torta poco appetitosa di qualcuno.

Incarico

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

 

In materia amorosa i pazzi sono quelli che ne sanno di più. Non chiedere d’amore agli intelligenti, amano intelligentemente, che è come non aver amato mai.

Gli amanti

E chi li vede che se ne vanno per la città
se tutti sono ciechi?
Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.

Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.

Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.

 

La vera profondità di un uomo è l’uso che fa della propria libertà.

Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
dl pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

 

Amo i luoghi dove ho incontrato un minuto di pace, non li dimentico mai, li porto con me e conosco la loro essenza intima.

La tua mano

Guarda, non chiedo molto,
solamente la tua mano, tenerla
come una piccola rana che così dorme contenta.
Io ho bisogno di questa porta che aprivi
perché vi entrassi, nel tuo mondo, questo pezzetto
di zucchero verde, di tonda allegria.
Non mi presti la mano questa notte
di fine d’anno, di civette rauche?
Tu per ragioni tecniche non puoi. Allora
io la tesso nell’aria, ordendo ogni dito,
e la pesca setosa della palma
e il dorso, questo paese d’alberi azzurri.
Così la prendo così la sostengo, come
se da ciò dipendesse
moltissimo del mondo,
il succedersi delle stagioni,
il canto dei galli, l’amore degli uomini.

 

Occorre lottare contro la lingua affinché non imponga le sue formule, i suoi cliché, le frasi fatte, tutto ciò che caratterizza così bene un cattivo scrittore.

L’amore breve

Con quanta dolcezza e quanta grazia 
mi solleva dal letto dove sognavo 
campi profondi e fragranti, 
mi accarezza la pelle e mi disegna 
nello spazio, sospeso, finché il bacio
si accende curvo e ricorrente 
una lenta fiamma che si accende 
la danza ritmica del falò 
intrecciandoci in lampi, in spirali, 
andando e venendo in una tempesta di fumo…
(Perché allora 
ciò che resta di me, dopo, 
è solo un sprofondare nelle ceneri 
senza un addio, con niente di più che un gesto 
di lasciar andare le nostre mani?)

 

Camminavamo senza cercarci, eppure sapendo che camminavamo per incontrarci.

 

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