I titoli per parlare? Si chiamano coscienza…

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Provo sempre un imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra. Il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura e il proclama buttato giù dal palco, anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente. C’è bisogno che Springsteen dica che è contro un’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere. Per citare Dylan, anzi Whitman, ‘contengo moltitudini’: non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, tanto meno da un uomo di spettacolo. Che titoli ha per farlo?”. ( Francesco De Gregori )

( 📸 da Pinterest )

C’è qualcosa di profondamente triste nelle parole di Francesco De Gregori su Bruce Springsteen.
Non perché il noto cantautore non abbia il diritto di pensarla così. Ce l’ha, ci mancherebbe. Ma perché sentire un cantautore che ha costruito una vita sulla parola, sulla coscienza, sul racconto del potere e dei suoi margini dire che un “uomo di spettacolo” dovrebbe quasi farsi da parte quando si parla di guerra, politica e diritti, fa un certo effetto. E non è di certo un bell’effetto.
Perché allora dovremmo chiederci: che titoli aveva De André per cantare gli ultimi? Che titoli aveva Dylan per cantare “Blowin’ in the Wind“? Che titoli aveva Gaber per mettere a nudo il conformismo italiano? Che titoli aveva Pasolini per parlare di tutto, disturbando tutti?
Nessuno, forse.
Se non quello più importante: essere dentro il proprio tempo.
Springsteen non è “un uomo di spettacolo” che una sera si sveglia e decide di impartire lezioni geopolitiche tra una chitarra e un riflettore. È un artista che da decenni racconta l’America reale, quella degli operai, dei reduci, dei dimenticati, dei figli del sogno americano rimasti sul ciglio della strada. Un artista che ha sempre messo la politica dentro le canzoni, anche quando qualcuno faceva finta di non sentirla perché il ritornello era comodo da cantare.
E poi questa storiella dei “titoli” è curiosa.
Come se per indignarsi servisse un master.
Come se per dire no a un’amministrazione autoritaria bisognasse prima presentare il curriculum alla commissione dei moderati perplessi.
Come se il silenzio fosse neutralità, e non spesso la forma più elegante della complicità.
De Gregori cita Walt Whitman: “contengo moltitudini”. Bellissimo. Ma contenere moltitudini non significa non prendere mai posizione. Significa accettare la complessità senza usarla come divano su cui sdraiarsi mentre il mondo brucia.
Il punto non è che un artista debba sempre parlare.
Il punto è che quando sceglie di farlo, non dovremmo chiedergli “che titoli hai?”, ma semmai: quello che dici è giusto? È onesto? È necessario?
E sì, lo è.
In particolar modo oggi.
Anche detto da un palco.
Anche detto con una chitarra in mano.
Anche detto da Bruce Springsteen.
Perché l’arte, quando non ha paura, non intrattiene soltanto. Disturba. Sveglia. Prende posizione. E ricorda a chi ascolta che essere spettatori non significa per forza restare seduti.
Forse il mito non si distrugge mai davvero in un’intervista.
Forse.
Ciò che però sicuramente accade è che si incrina.

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