Lo scrittore statunitense David Foster Wallace viene spesso evocato con l’etichetta, tanto ammirata quanto ambigua, di genio postmoderno, creatura letteraria proiettata più avanti della propria epoca. È una formula che suona come un elogio, ma che nasconde — sotto il velluto delle parole — un riferimento più cupo, quasi sussurrato: quello alla sua fine volontaria, alla scomparsa improvvisa che interrompe la traiettoria di una mente ancora in piena combustione.
Ci sono scrittori che raccontano il mondo e scrittori che lo radiografano.
Wallace appartiene alla seconda specie, quella più rara e più inquietante, perché non si limita a descrivere ciò che vede: lo disseziona, lo interroga, lo mette sotto una lente così potente da restituircelo quasi irriconoscibile. Per comprenderlo davvero bisogna immaginare un giovane americano alto, impacciato, con la bandana in testa e lo sguardo di chi pensa troppo.
Non è una posa.
Pensa davvero troppo.
E pensa con una precisione quasi dolorosa, come se ogni frase fosse una micro-operazione chirurgica sul linguaggio e sulla coscienza.
Non narra soltanto vicende, ma processi mentali; non descrive personaggi, ma coscienze alle prese con la vertigine di esistere. Nei suoi libri l’intelligenza non è un ornamento, è un campo di battaglia. Egli osserva l’uomo contemporaneo con lo sguardo di chi, più che giudicare, disseziona — e lo fa con una precisione quasi clinica, benché intrisa di una pietà sotterranea.
Il suo bersaglio privilegiato è la civiltà dell’intrattenimento permanente, quella in cui ogni esperienza diventa spettacolo e ogni sentimento performance. Wallace intuisce prima di molti che il vero rischio non è l’eccesso di informazioni, ma l’assenza di silenzio; non la scarsità di libertà, bensì l’incapacità di usarla. Nei suoi saggi e romanzi compare di continuo l’individuo molto consapevole, paralizzato dalla stessa lucidità che dovrebbe salvarlo. È la tragedia moderna: sapere troppo e capire troppo poco. Un altro filo rosso del suo pensiero è la dipendenza — chimica, emotiva, tecnologica — vista non come deviazione marginale ma come metafora universale. Per lui ogni essere umano dipende da qualcosa: approvazione, distrazione, successo, amore. Cambia l’oggetto, non il meccanismo. E quel meccanismo, osservato da vicino, rivela una struggente fragilità: l’uomo desidera disperatamente uscire da sé, ma non possiede altro luogo dove abitare.

“Il valore reale e corretto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedirvi di trascorrere la vostra comoda, agiata, rispettabile vita da adulti come morti, inconsapevoli schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita, che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.”
Colpisce, infine, la sua ostinata ricerca di autenticità. Crede che la vera ribellione sia tornare alla sincerità, parola che suona quasi scandalosa nel lessico letterario contemporaneo. Scrivere, per lui, significa rischiare il patetico pur di dire il vero. Leggerlo oggi provoca una sensazione singolare: quella di trovarsi non davanti ad un autore del passato recente, ma a un contemporaneo che ci precede di qualche passo e si volta indietro per avvertirci — con garbo e con una serietà che non ammette repliche.

“La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.“
D’altronde, se si osserva con un minimo di distacco la scena contemporanea, si nota un paradosso degno di nota: mai come oggi gli individui sono stati così connessi, e mai come oggi appaiono così soli. La società dello spettacolo permanente — una giostra luminosa che non chiude mai — ha sostituito il silenzio con il rumore di fondo, l’attesa con la distrazione, la riflessione con il consumo rapido di stimoli. Non si tratta soltanto di un mutamento di abitudini; è una trasformazione del modo stesso in cui l’essere umano percepisce sé e gli altri. Le dipendenze moderne non hanno più soltanto la forma riconoscibile dei vizi antichi. Sono spesso eleganti, tascabili, socialmente accettate. Offrono l’illusione di una compagnia costante mentre, in realtà, anestetizzano la facoltà più preziosa che possediamo: l’attenzione. E senza attenzione non c’è relazione, senza relazione non c’è comunità, e senza comunità l’individuo resta prigioniero di una libertà apparente ma sterile.

“La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.“
La letteratura, quando è tale, compie invece l’operazione opposta. Non anestetizza: risveglia. Non distrae: concentra. Leggere significa esercitare l’empatia con metodo, allenarsi a entrare nella mente altrui con rispetto e curiosità. È un atto silenzioso ma profondamente civile, perché ci ricorda che ogni esistenza è un racconto complesso e irripetibile. Per questo, oggi più che mai, gentilezza, precisione dello sguardo sulle piccole cose e sincerità emotiva non sono virtù minori, bensì forme di resistenza. In un’epoca che premia la superficialità veloce, prestare attenzione diventa un gesto quasi sovversivo. E forse la vera modernità, quella che non invecchia, consiste proprio qui: nel saper riconoscere, dietro il brusio del mondo, la voce sommessa ma tenace dell’umano.
Ma torniamo a Wallace. Definito dal New York Times una sorta di Émile Zola dell’era post-millenaria, lo scrittore ha consegnato ai lettori qualcosa di più di un’opera letteraria: un brulichio di esistenze, un mosaico umano in perpetuo movimento. La sua è una prosa smisurata, digressiva, talvolta labirintica, ma tutt’altro che arbitraria. È, piuttosto, una scelta necessaria — quasi morale — per restituire sulla pagina la trama intricata del presente, dove il senso si smarrisce sotto il peso di informazioni incessanti e distrazioni elevate a sistema.

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”
I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?
Nato il 21 febbraio del 1962 a Ithaca, nello Stato di New York, cresce in Illinois, in una casa dove le parole sono di casa quanto i libri. Il padre insegna filosofia, la madre letteratura inglese: una combinazione che sembra progettata da un romanziere ironico e che invece è il primo laboratorio mentale di Wallace. Lo scrittore narra — e resta volutamente sospeso il dubbio su quanta invenzione si mescoli al ricordo — di genitori che, stretti l’uno all’altra nel letto coniugale, si leggevano a voce alta l’Ulisse di Joyce, come se quel romanzo fiume fosse una liturgia domestica. Racconta anche di un lessico familiare singolare: quando l’emozione si faceva troppo intensa per essere pronunciata, circolavano biglietti infilati sotto le porte, messaggi clandestini di sentimenti. Già allora, sembra suggerire, la parola scritta non era un semplice strumento, ma il solo varco possibile per ciò che la voce non osava dire.

“Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi bui, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che mettere in scena il fatto che sia tutto buio e stupido? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità per abitarlo in maniera viva e umana.”
Il risultato è un ragazzo brillante, precoce, dotato di una mente matematica e di una sensibilità letteraria che raramente convivono nello stesso cervello senza farsi guerra. Studia filosofia e inglese, e già nella tesi universitaria — che è insieme un saggio filosofico e un racconto — si intravede la sua vocazione: usare la narrativa come strumento di indagine metafisica.
Chi lo incontra da giovane nota subito due caratteristiche opposte e complementari: un’intelligenza vertiginosa e una timidezza quasi infantile. Non ama il successo mondano, diffida dell’idea di “scrittore celebre” e, paradossalmente, diventa proprio questo. Il primo romanzo, “La scopa del sistema” (1987), esce quando ha poco più di vent’anni e mostra già i segni distintivi della sua prosa: frasi lunghe come corridoi, digressioni che sembrano deviazioni e invece sono autostrade parallele, ironia improvvisa, precisione quasi scientifica.

Con me usò la scopa, però ti parlo di quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, e Lenore mi fece sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l’affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dai che scopava, allora l’essenza della cosa era la chioma.
“La scopa del sistema” si presenta come una storia eccentrica, ma sotto l’apparente leggerezza nasconde una riflessione assai più sottile.
Tutto prende avvio dalla scomparsa della bisnonna di Lenore Beadsman, antica studiosa di Wittgenstein, da una casa di riposo, sparita insieme ad alcuni anziani ospiti come in un numero di prestigio.
Lenore, che lavora come centralinista in un’azienda di pappe per bambini, si trova così trascinata in una ricerca piena di episodi improbabili, telefonate interminabili e personaggi che sembrano usciti da una caricatura filosofica.
Più che un giallo, però, è un’indagine sul linguaggio stesso.
Accanto al mistero corre una storia sentimentale: quella con Rick Vigorous, fidanzato premuroso ma ossessivamente verboso, capace di trasformare ogni conversazione in un monologo analitico sull’amore stesso. Il loro rapporto è il vero banco di prova del romanzo, perché mostra come anche i sentimenti, quando passano attraverso troppe parole, rischino di smarrire consistenza. Wallace sembra suggerire che l’intimità, come il significato, non tollera l’eccesso di spiegazioni.

Ricordo perfettamente la mia costante e atroce paura. O, se non atroce paura, atroce rabbia. Ero sempre disperatamente teso. O, se non teso, allora in uno strambo stato di euforia spasmodica che mi faceva camminare con l’andatura liquida della persona cui davvero non frega un cazzo di come vadano le cose. Ero sempre o così insensatamente e inspiegabilmente felice da non trovare luogo che fosse grande abbastanza da contenere tutta la mia felicità oppure talmente triste, malinconico e abbattuto da non avere il coraggio di mettere piede altrove che in un gabinetto.
Il libro procede così, tra comicità e pensiero, come un piccolo esperimento narrativo sul potere del linguaggio. Non è solo la storia di una sparizione o di un amore complicato: è il ritratto di una coscienza moderna intrappolata nelle frasi con cui tenta di definirsi. E proprio qui si intravede già lo scrittore che diventerà: curioso, ironico, e soprattutto convinto che capire il mondo significhi prima di tutto interrogare le parole con cui lo raccontiamo.
Dietro le situazioni assurde aleggia un’idea precisa: che le parole non si limitino a descrivere il mondo, ma contribuiscano a crearlo. Il pensiero di Wittgenstein fa capolino qua e là, come una presenza discreta ma decisiva, e trasforma le disavventure di Lenore in una domanda filosofica: siamo ciò che diciamo di essere, o esistiamo anche fuori dalle frasi che ci definiscono?
Il risultato è un libro giovane, vivace, talvolta spiazzante, che già lascia intravedere il suo talento. Non tutto è perfetto, eppure proprio questa imperfezione gli conferisce fascino: si ha l’impressione di assistere alla nascita di una voce che cerca la propria misura e, cercandola, racconta con sorprendente lucidità il disordine del presente. Come se l’autore, divertendosi, stesse già prendendo molto sul serio il mestiere di capire il mondo.
È con “Infinite Jest“ nel 1996 che il suo nome entra nella geografia letteraria mondiale. Quel libro non è soltanto un romanzo: è un continente. Mille pagine, centinaia di personaggi, note a piè di pagina che diventano racconti dentro il racconto, una trama che si piega su se stessa come una spirale. Chi lo apre capisce subito di trovarsi davanti a qualcosa di diverso da tutto ciò che ha letto prima.
“Infinite Jest“ (1996) è uno di quei romanzi che hanno la fama di essere difficili prima ancora di essere letti. Eppure, se lo si avvicina senza timore, ci si accorge che Wallace non ha scritto un enigma per pochi iniziati, ma un grande racconto sul nostro tempo, solo più ampio, più ricco e più affollato del consueto.
La storia si svolge in un futuro prossimo e leggermente deformato, dove gli anni non portano numeri ma nomi di sponsor e dove due mondi si specchiano l’uno nell’altro: da una parte l’Accademia di tennis fondata dalla famiglia “Incandenza“, dall’altra una clinica per tossicodipendenti. Al centro c’è un oggetto misterioso, un film chiamato appunto Infinite Jest: chi lo guarda resta ipnotizzato da un piacere così assoluto da perdere ogni volontà di fare altro, fino a lasciarsi morire. Intorno a questa premessa si intrecciano decine di personaggi, ciascuno con la propria solitudine, la propria ossessione, la propria fragilità.
Detta così, la trama potrebbe sembrare stravagante. In realtà è solo il contenitore di una domanda molto concreta: che cosa accade a una società quando il desiderio di intrattenimento diventa più forte del desiderio di vivere? Il nostro scrittore osserva il mondo contemporaneo — la dipendenza da sostanze, da spettacoli, da successo, da approvazione — e lo traduce in una metafora narrativa gigantesca. Il film letale non è altro che l’estremizzazione di ciò che già conosciamo: il piacere che, invece di arricchirci, ci svuota. Lo stile è ampio, digressivo, pieno di note, salti temporali, cambi di prospettiva. Ma non è un capriccio: è il modo scelto dall’autore per imitare il funzionamento della mente moderna, attraversata da stimoli continui. Wallace non vuole semplificare il caos; vuole mostrarlo così com’è, lasciando che il lettore ne faccia esperienza diretta.

“Per qualche motivo ora stavo riflettendo su quella specie di filantropo che sembra repellente sul piano umano non malgrado la sua carità, ma per via di essa: a un certo livello si capisce che lui vede coloro che ricevono la sua carità non come persone, ma piuttosto come strumenti attraverso i quali può sviluppare e dimostrare la sua virtù. La cosa schifosa e repellente è che questo genere di filantropo ha chiaramente bisogno delle privazioni e delle sofferenze per andare avanti, poiché è la propria virtù che gli interessa, e non i fini verso i quali la sua virtù sembra essere diretta.“
Alla fine, ciò che resta non è tanto la trama — volutamente frammentaria — quanto un’impressione precisa: quella di aver attraversato un mondo vivo, contraddittorio, spesso comico e spesso doloroso. Non è un romanzo da risolvere, ma da abitare. E la sua grandezza sta proprio qui: nel ricordarci che, dietro il rumore incessante del presente, esiste ancora la possibilità di capire qualcosa di noi stessi.
Wallace intuisce prima di molti altri che la cultura contemporanea non soffoca l’uomo con la censura, ma con la distrazione. Televisione, pubblicità, linguaggio commerciale, ironia permanente: tutto contribuisce a creare individui incapaci di restare soli con se stessi. Nei suoi libri i personaggi combattono proprio questa battaglia invisibile: cercano autenticità in un mondo che offre solo simulazioni. Non a caso uno dei temi ricorrenti è la dipendenza — da droghe, da sport, da spettacoli, da relazioni — vista come metafora dell’incapacità di sopportare il silenzio interiore.

“È sulle teste che stanno lavorando. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Un intero programma. Vi aiuterà a vedere il loro disegno. Ci danno sempre qualcosa da odiare, odiare davvero tutti insieme mentre si avvicinano gli appuntamenti importanti.“
Lo stile con cui affronta queste questioni è un laboratorio linguistico in continuo movimento. Wallace scrive come se il pensiero stesse nascendo sotto gli occhi del lettore. Inserisce parentesi dentro parentesi, note dentro note, deviazioni improvvise che imitano il funzionamento reale della mente. Non è un virtuosismo gratuito: è un modo per rendere sulla pagina la complessità della coscienza. Leggerlo richiede attenzione, ma ripaga con la sensazione rara di assistere a un’intelligenza in atto. La sua prosa sa essere comica e tragica nello stesso paragrafo; può passare da un’analisi filosofica a una battuta da palcoscenico senza che il passaggio sembri forzato. In questo equilibrio tra profondità e leggerezza sta gran parte del suo fascino.

“Gli attaccamenti sono una faccenda molto seria. Scegli con cautela i tuoi attaccamenti. Scegli il tuo tempio di fanatismo con grande cura. Quello che vuoi cantare come amore tragico è un attaccamento scelto male. Morire per una persona? Questa è follia. Le persone cambiano, partono, muoiono, si ammalano. Ti lasciano, mentono, si arrabbiano, si ammalano, ti tradiscono, muoiono. La tua nazione ti sopravvive. Una causa ti sopravvive.“
La sua vita sentimentale, come spesso accade agli scrittori ipersensibili, è irregolare e tormentata. Ha relazioni intense e difficili, segnate dalla stessa tensione emotiva che attraversa i suoi libri. Ama con passione e con inquietudine, oscillando tra bisogno di vicinanza e paura di non essere all’altezza. Gli amici raccontano che può passare da conversazioni scintillanti a lunghi silenzi pensosi, come se la mente si ritirasse improvvisamente in un luogo segreto. L’amore, per lui, non è mai un rifugio semplice; è piuttosto uno specchio, e negli specchi Wallace vede sempre più di quanto desideri.
Oltre ai romanzi già citati, la sua produzione comprende racconti memorabili — raccolti in volumi come “Brevi interviste con uomini schifosi“, (1999), pervasi da un senso di lucida inquietudine in cui lo scrittore sembra suggerire che la vera oscenità non stia nei fatti narrati, bensì nel modo in cui li raccontiamo a noi stessi per assolverci.

“Come risaputo, è difficilissimo fare un bel gesto per qualcuno senza volere, disperatamente, che quel qualcuno sappia che l’identità dell’individuo che l’ha fatto è la tua, e che senta gratitudine e approvazione nei tuoi confronti, e che dica a una miriade di altre persone che tu hai “fatto” quella cosa per lui, di modo che tutti sappiano che sei una brava persona.“
Libro scomodo, dunque, ma necessario, e “Oblio” (2004), una cartografia dell’inquietudine contemporanea. Wallace vi esplora territori mentali dove l’ansia, l’autoanalisi e la percezione di sé diventano labirinti senza uscita. I suoi personaggi parlano molto — troppo — e proprio in questa verbosità si rivela il loro smarrimento: la coscienza, spinta all’estremo, smette di illuminare e comincia ad accecare. Osserva l’individuo moderno come un naturalista osserva un insetto raro: con precisione, ma anche con una forma di pietà trattenuta. Il risultato è una lettura che destabilizza più di quanto consoli, perché costringe il lettore a riconoscere, sotto le nevrosi dei personaggi, qualcosa di pericolosamente familiare. Non è un libro che si “gusta”. È un libro che si attraversa — e che, una volta chiuso, continua a osservare chi lo ha letto.

“Non era un pazzo; forse quell’idea non sarebbe mai decollata. Eppure. Esisteva la Reality tv, che poggiava su basi nate grazie al contributo dello stesso Corliss, e la nuova tendenza ad assorbire le celebrità in quella matrice di violazione e messa a nudo che era il Reality: le gaffe delle celebrità, le celebrità che ti mostrano casa loro, le celebrità che fanno la boxe, i colloqui politici delle celebrità, gli appuntamenti al buio delle celebrità, i consigli delle coppie celebri. Già ai tempi in cui lavorava alla TPE di Leach, Corliss aveva capito che la logica di certi programmi era inattaccabile e conduceva inesorabilmente alla messa a nudo suprema: gli interventi chirurgici seri sulle celebrità, la morte delle celebrità, l’autopsia delle celebrità. Sembrava assurdo solo se visto da fuori. A quale punto dell’arco finale si collocava la Defecazione Sonora al Rallentatore in Alta Definizione delle Celebrità?“
Nel 2002 ottiene la cattedra di letteratura inglese e scrittura creativa al Pomona College, in California: un riconoscimento accademico che, osservato da lontano, potrebbe sembrare il coronamento lineare di una vocazione. Dietro quella facciata ordinata, tuttavia, si agita un’esistenza assai meno disciplinata. Gli stessi anni sono segnati da una battaglia privata contro l’alcol, le droghe e una depressione tenace che più di una volta lo spinge fino alla soglia dell’autodistruzione. A ciò si aggiungono condotte sentimentali e sessuali discutibili, non di rado sconfinanti nell’imprudenza ossessiva, che lo vedono coinvolto con alcune sue studentesse e, talvolta, protagonista di attenzioni indesiderate verso diverse donne.
Da non dimenticare i suoi saggi che mostrano un altro lato del suo talento. Nei reportage e negli articoli, dedicati ai temi più vari, dalle crociere di lusso alla politica americana, dimostra di possedere una capacità di osservazione quasi antropologica. Sa descrivere una nave turistica con la stessa precisione con cui un naturalista descrive un ecosistema, rivelando sotto la superficie brillante le ansie, le ipocrisie e le solitudini dei passeggeri. È uno scrittore totale: narratore, saggista, moralista ironico, analista culturale.
Prendiamo ad esempio la raccolta “Considera l’aragosta” (2005). Un libro che dimostra quanto sottile sia la linea tra il giornalismo e la filosofia morale, e quanto facilmente la si possa attraversare senza accorgersene. Wallace parte da un incarico apparentemente innocuo — raccontare un festival gastronomico nel Maine — e lo trasforma, con una discrezione quasi notarile, in un’indagine sul problema più antico di tutti: che diritto abbiamo di infliggere dolore ad altri esseri viventi per il nostro piacere?

“È giusto bollire una creatura viva e senziente solo per il piacere delle nostre papille gustative?“
Il suo metodo non è accusatorio, bensì analitico. Osserva, annota, registra. E proprio questa apparente neutralità produce l’effetto più perturbante: il lettore si scopre coinvolto in un interrogatorio senza accusatore visibile. Wallace non alza la voce; la abbassa, costringendoci ad avvicinarci. E più ci avviciniamo, più le domande diventano difficili da eludere. È un libro breve, ma possiede la densità delle opere che non si limitano a informare: mettono in discussione. Come certi articoli di cronaca che, letti anni dopo, rivelano di essere stati, in realtà, saggi sulla coscienza.
Le centomila persone che affollano il festival, festose e voraci, si muovono tra concorsi di bellezza, concerti, gare podistiche, stand rumorosi e non sempre impeccabili nella pulizia. Il cuore della scena è il grande tendone-ristorante, dove si consumano tonnellate di crostacei appena pescati e lessati nella “pentola più grande del mondo”, trasformati in ogni possibile variante culinaria: zuppe, involtini, insalate, ravioli, fritti. Intorno, un corollario quasi allegorico: magliette, giocattoli gonfiabili, cappelli con chele oscillanti. La festa, insomma, come parata gastronomica e spettacolo popolare insieme.

“Per quale motivo una forma di dolore primitiva, non verbalizzata, dovrebbe essere meno urgente o scabrosa per la persona che se ne rende complice pagando per il cibo in cui essa risulta?”
Ma Wallace, con la pazienza di un enciclopedista illuminista, non si limita alla scena. L’aragosta viene sezionata — intellettualmente — sotto molte lenti: zoologica, nutrizionale, gastronomica, linguistica, commerciale. È un inventario minuzioso, apparentemente neutrale, che finisce per trasformarsi in un dispositivo morale. Perché quando l’autore descrive l’animale vivo che, immerso nell’acqua bollente, si agita e tenta di fuggire aggrappandosi ai bordi della pentola, la domanda emerge inevitabile: è lecito provocare quella sofferenza per il piacere del palato?
Non c’è invettiva, non c’è sentenza. C’è soltanto una domanda posta con calma, quasi con pudore. Ed è proprio questa calma a renderla difficile da ignorare. Wallace non accusa: espone. Ma nel farlo ci costringe a riconoscere quanto spesso assolviamo le nostre consuetudini solo perché sono condivise. Un saggio, dunque, che sotto la cronaca gastronomica nasconde qualcosa di più esigente: un esame di coscienza.

“Essere turisti di massa significa diventare puri americani dell’ultimo tipo: alieni, ignoranti, smaniosi di qualcosa che non si potrà mai avere, delusi come non si potrà mai ammettere di essere.”
Non è uno scrittore prolifico per la sua smania di perfezionismo. Scrive poco perché riscrive molto. La sua prosa non procede: scava. Le note si moltiplicano, le frasi si ripiegano su se stesse, il pensiero torna indietro per verificare ciò che ha appena affermato. È una letteratura che non si concede alla facilità e che non concede tregua neppure a chi la produce. Non stupisce, allora, che la sua opera si concentri più in intensità che in estensione. Non scrive molto; scrive necessario. E questa necessità, oggi, continua a interrogarci.
Tra le sue opere bisogna anche citare, “La ragazza dai capelli strani” (1989), “Una cosa divertente che non farò mai più” (1997), “Il re pallido“ (2011, postumo).
Il 27 dicembre del 2004 si sposa con la pittrice Karen L. Green. Le testimonianze disponibili suggeriscono che quello tra David Foster Wallace e Karen L. Green è un matrimonio autenticamente affettuoso, ma attraversato da ombre profonde. Dalle lettere e dai ricordi di amici e familiari, emerge un legame tenero, fatto di complicità intellettuale e di sincera devozione reciproca. Karen, in particolare, gli resta accanto con grande dedizione negli anni più difficili. Tuttavia la loro vita coniugale è segnata dalla depressione cronica di Wallace, una presenza costante e devastante che nessun affetto riesce davvero a dissipare. Non risultano resoconti che parlino di un’unione infelice nel senso ordinario del termine; piuttosto, appare come una relazione intensa e amorevole, gravata però dal peso di una sofferenza psichica che precede il matrimonio e che purtroppo lo supererà.
Dietro questa vitalità intellettuale si muove un’ombra costante.
L’ombra della depressione.
Wallace soffre di depressione da molti anni, una malattia che non si vede ma pesa come una gravità invisibile. Ne parla raramente in pubblico, ma chi legge i suoi testi avverte quella tensione sotterranea. Non è la malinconia romantica dello stereotipo letterario; è qualcosa di più clinico, più spietato, una condizione che richiede cure, farmaci, disciplina. Per lunghi periodi riesce a conviverci e a lavorare, insegna scrittura creativa e continua a pubblicare.
Ma la lotta è quotidiana.

La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.
A quarantasei anni, la battaglia termina. Il 12 settembre del 2008 Wallace compie un gesto che appare insieme improvviso e preparato. Scrive un messaggio di addio di due pagine, poi si toglie la vita nella sua casa di Claremont, in California. Sarà la moglie, Karen Green, a trovarlo. La notizia colpisce il mondo letterario come un silenzio improvviso dopo una musica complessa. Molti lettori provano la sensazione paradossale di aver perso qualcuno che conoscono intimamente pur non avendolo mai incontrato. È uno degli effetti della grande letteratura: crea legami invisibili ma profondissimi. Non è difficile non rileggere, alla luce di quel gesto, certi passaggi dei suoi libri come se contenessero già un’eco lontana. Non una profezia, ma una tensione.
David Foster Wallace resta così, nella memoria della letteratura contemporanea, come una mente luminosa e inquieta, un cartografo delle ansie moderne, uno scrittore che trasforma la complessità in forma narrativa. Leggerlo non è sempre facile, ma raramente la grandezza lo è. Alcuni autori si limitano a raccontare storie; altri cambiano il modo in cui leggiamo il mondo. Wallace appartiene senza dubbio alla seconda categoria — quella che non consola, ma illumina.
E la luce, si sa, non è mai una cosa semplice.

“La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno.“
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