Immergiamoci ancora una volta in un periodo letterario molto affascinante: l’inizio del XIX secolo. Il Romanticismo, con le sue tempeste emotive e i suoi ideali ferventi, inizia a imperversare in Europa. In questo clima di passione intellettuale e creatività, la Russia si fa strada come una forza culturale vivace, e il suo rappresentante più straordinario è sicuramente Aleksàndr Sergeevič Puškin. La sua arte, un vero e proprio ponte tra tradizione e innovazione, ha trasformato la lingua e la letteratura russa, portandole a un livello di raffinatezza e profondità mai visto prima.
Vero maestro nell’arte dell’architettura della lingua russa moderna, Aleksàndr Puškin adotta uno stile molto affascinante che si può paragonare ad una danza ammaliante, in grado di passare da una chiarezza cristallina a profondità abissali, sorprendendo per la sua straordinaria abilità di essere sia semplice che immensamente complesso. Pur affondando le radici nella ricca tradizione letteraria russa, la sua opera sboccia in forme fresche e innovative, unendo con abilità le regole classiche, l’inquietudine preromantica e la passione romantica in una sintesi originale senza pari.
Puškin non si limita a scrivere; trasforma un’intera lingua. È lui a liberare il russo dalle catene dell’eccessiva formalità e dalle rigidità delle slavonie ecclesiastiche, donando al linguaggio una freschezza colloquiale ed una flessibilità espressiva mai vista prima. La sua prosa scorre limpida e essenziale, priva di qualsiasi retorica superflua, mentre la sua poesia incanta con una melodia intrisa di musicalità che colpisce l’anima. Ma il suo genio non si ferma alla lingua; si estende alla sua maestria nella versificazione, dove si dimostra un vero esperto. Maneggia con grazia una vasta gamma di forme metriche, ma è il suo inconfondibile “metro puškiniano” – il tetrametro giambico – a diventare un marchio distintivo. È un ritmo che avvolge il lettore, conferendo alle sue opere una fluidità e un coinvolgimento che le rendono irresistibili.
A differenza di molti dei suoi contemporanei romantici, evita gli eccessi e si tiene lontano dal sentimentalismo. Il suo stile è un inno alla sobrietà e all’eleganza, trovando un equilibrio perfetto tra l’intensità della passione e la lucidità della ragione, tra il lirismo più puro e un realismo inaspettato.
Un elemento che lo rende davvero speciale è la sua ironia, spesso rivolta anche verso se stesso. È un’ironia raffinata e mai tagliente, che gli consente di affrontare temi delicati con una leggerezza sorprendente. Grazie a questo, riesce a distaccarsi dalle convenzioni, osservando il mondo con uno sguardo acuto e distaccato, invitando così il lettore ad un’esplorazione più profonda. E infine, la sua versatilità è sbalorditiva. Puškin non si limita a un solo genere; passa dalla poesia lirica che ti emoziona all’epos maestoso, dal dramma storico che ti coinvolge al romanzo in versi che ti fa compagnia, dalla prosa più incisiva al racconto più appassionante. Questa capacità di saltare tra generi così diversi dimostra un’incredibile abilità di adattare il suo stile, modellandolo perfettamente alle esigenze di ogni narrazione e di ogni tema che decide di esplorare.
Quando ci si immerge nelle pagine delle sue opere, si avverte subito un amore pulsante in ogni fibra: non si tratta di un sentimento unico, ma piuttosto di un caleidoscopio di passioni. Si passa dall’ideale struggente del languore romantico, capace di elevare l’anima, alla devastante tempesta della gelosia che consuma, fino ad arrivare all’amore tragico, segnato da un destino inesorabile. Accanto a questa vertigine di emozioni, si percepisce un forte vento di libertà, un grido silenzioso ma potente contro ogni forma di tirannia. Puškin, con una sensibilità acuta, denuncia le catene che imprigionano lo spirito, siano esse politiche di un impero oppressivo o sociali che limitano le scelte individuali. La tensione tra il desiderio di emancipazione e la dura realtà dell’oppressione è il filo conduttore che unisce le vite dei suoi personaggi. Onore e vendetta danzano pericolosamente nelle sue trame, spesso culminando in duelli e tragedie che rivelano le dinamiche spietate di un’epoca. Le sue storie ci mostrano come la ricerca della giustizia personale, o la difesa della propria reputazione, possano portare a conseguenze irrevocabili, intrecciandosi con il fatalismo che sembra dominare le vite di molti dei suoi protagonisti. Spesso, si ha l’impressione che un disegno superiore, un destino ineluttabile, guidi i passi dei personaggi verso un epilogo già scritto. Nel mondo di questo immenso autore, la natura non è mai solo uno sfondo; è un personaggio silenzioso ma eloquente. I paesaggi russi, con la loro vastità e le diverse atmosfere, riflettono gli stati d’animo più reconditi dei protagonisti, diventando vere e proprie metafore visive delle loro gioie, dolori e inquietudini.

E poi c’è la figura dell’artista, del poeta, su cui Puškin si interroga incessantemente. Qual è il suo ruolo? Da dove trae l’ispirazione? Qual è la sua responsabilità nei confronti della società? Queste domande risuonano in molte delle sue liriche, rivelando la sua profonda consapevolezza del potere e del dovere della parola. Non meno importante è la sua abilità nel ritrarre in modo autentico la società russa del suo tempo. Con un tocco di ironia e talvolta di satira, l’autore mette a nudo le convenzioni, le ipocrisie e le contraddizioni di un mondo in evoluzione, offrendo al lettore uno spaccato genuino e mai scontato dei costumi e delle relazioni sociali. Infine, ci fa immergere con passione nella storia russa, riportando in vita epoche e personaggi che hanno forgiato l’identità del suo popolo. Attraverso le sue narrazioni, la storia prende vita, diventando un palcoscenico dove le gesta del passato si confrontano con le domande eterne dell’esistenza. A volte, la sua penna si è avventurata verso l’esotismo, esplorando mondi lontani, come quelli del Caucaso e dell’Oriente, arricchendo il suo panorama letterario con nuove suggestioni e colori. Puškin ci invita a intraprendere un viaggio senza tempo attraverso l’animo umano e le sue complesse interazioni con il mondo, un viaggio che, sebbene scritto secoli fa, continua a risuonare nel nostro presente con una sorprendente attualità.
Nato a Mosca il 6 giugno del 1799 in una famiglia aristocratica con un passato affascinante, Puškin è un bambino pieno di vita e curiosità. La famiglia inizia la sua avventura in campagna, ma poi si sposta a Mosca, dove il futuro poeta e scrittore frequenta un collegio zarista riservato ai giovani aristocratici, il liceo imperiale di San Pietroburgo, tra il 1811 e il 1817.
È proprio in questo ambiente che scopre la letteratura europea, in particolare i classici francesi e i poeti italiani, e comincia a scrivere le sue prime poesie, rivelando sin da giovane un talento straordinario nel maneggiare versi e nel cogliere le sfumature del linguaggio.
Nel 1817, si diploma e entra nell’affascinante e decadente società di San Pietroburgo, che gli offre l’opportunità di conoscere circoli letterari, nobili dissidenti e, inevitabilmente, le autorità politiche zariste. Le sue prime poesie, piene di un’incontenibile passione giovanile e di una critica sociale acuta, attirano l’attenzione di tutti. Purtroppo, il suo spirito libero e le sue audaci poesie non tardano a finire nei radar della polizia zarista. Il destino di un poeta che sfida il potere è già segnato.
In pochi mesi, si rende conto che la vita da scrittore può anche significare dover affrontare le autorità: un suo poema audace, ricco di allusioni politiche, fa scalpore e attira l’attenzione della polizia. All’inizio del 1820, un duello d’onore, scaturito da una pungente satira nei confronti di un ufficiale influente, costringe Puškin a lasciare temporaneamente la città. Il giovane poeta viene esiliato verso sud: prima ad Odessa, poi a Chișinău, lontano dai lussi dei palazzi di pietra.
È un periodo difficile, ma anche ricco di ispirazione: nei paesaggi selvaggi del Caucaso, tra cosacchi e tartari, osserva tradizioni e racconti locali, trovando spunti per i suoi versi. In quelle terre nascono “Il prigioniero del Caucaso” e i primi abbozzi per “Ruslan e Liudmila”, un poema che mescola folclore russo e creatività poetica, un chiaro segno della sua intenzione di creare un’arte autenticamente nazionale. L’esilio dura fino al 1824, quando Puškin riesce finalmente a ottenere il permesso di tornare a Mosca, anche se una sottile sorveglianza della polizia inizia a seguire ogni suo movimento.
Tornato nella capitale, Puškin si immerge in un ritmo di vita che sembra oscillare tra feste vivaci, lunghe passeggiate con amici letterati e momenti di profonda introspezione. È proprio in questo contesto che prende vita uno dei capitoli più delicati della sua vita: l’amore per Anna Petrovna Kern, una donna sposata.
Nel 1825, durante un incontro fugace a Mikhailovskoe, la straordinaria bellezza e intelligenza di Anna ispirano al poeta un sonetto che ancora oggi viene considerato uno dei più commoventi della letteratura russa: “Ricordo il magico istante” (1825).
Tuttavia, questo incontro è solo di breve durata: i pettegolezzi di corte, le differenze sociali e una certa paura di danneggiare la propria reputazione interrompono quel sentimento proprio quando sembrava stesse per fiorire. Da questa nostalgia, l’autore estrae versi che, pur dedicati a una donna, parlano di sogni di libertà e di quell’impossibile momento perfetto che, una volta perduto, rimane dentro di noi come un dolce-amaro eco.
La poesia, con la sua dolce melodia di parole, possiede un potere incredibile: riesce a navigare attraverso le profonde e in continua evoluzione stagioni dell’anima e della vita. È in questi versi che si eleva il più sublime inno alla donna amata, un’immagine ideale che non solo accende ispirazione e fede, ma anche il significato stesso del nostro esistere.
Ricordo il magico istante
Ricordo il magico istante:
Davanti m’eri apparsa tu,
Come fuggevole visione,
Genio di limpida beltà.
Nei disperati miei tormenti,
Nel chiasso delle vanità,
Tenera udivo la tua voce,
Sognavo i cari lineamenti.
Anni trascorsero. Bufere
Gli antichi sogni poi travolsero,
Scordai la tenera tua voce,
I tuoi sublimi lineamenti.
E in silenzio passavo i giorni
Recluso nel vuoto grigiore,
Senza più fede e ispirazione,
Senza lacrime, né vita e amore.
Tornata è l’anima al risveglio:
E ancora mi sei apparsa tu,
Come fuggevole visione,
Genio di limpida beltà.
E nell’ebbrezza batte il cuore
E tutto in me risorge già –
E la fede e l’ispirazione
E la vita e lacrime e amore.
Nei mesi successivi, il nostro autore continua a scrivere senza sosta. Tra il 1823 e il 1831 crea “Eugenio Onegin”, un vero e proprio romanzo in versi dove il protagonista, un aristocratico un po’ cinico, si destreggia tra la noia della vita mondana, riflessioni malinconiche e amori mai realizzati. Onegin diventa in parte un riflesso di Puškin stesso: un uomo che teme di fare sul serio, che si dispiace per le occasioni mancate, sempre diviso tra il proprio orgoglio e il desiderio di appartenere. La struttura metrica—dodici versi endecasillabi con uno schema di rime particolare, che poi verrà definito “stile Onegin”—segna l’inizio di una nuova era nella poesia russa, dimostrando che è possibile essere profondi e divertenti, satirici e sentimentali allo stesso tempo, rimanendo comunque vicini al linguaggio di tutti i giorni.
Nel freddo inverno del 1830, lo scrittore si fidanza con Natal’ja Nikolaevna Gončarova, ma la famiglia di lei ha delle riserve: un poeta controverso, sotto sorveglianza della polizia, potrebbe mettere in difficoltà la reputazione dei Gončarov. Dopo lunghe trattative e lettere piene di passione, finalmente si sposano nel febbraio del 1831 con una cerimonia semplice. Questo legame porta a Puškin la gioia di diventare padre—quattro figli nascono in pochi anni—ma porta anche tensioni: Natal’ja, continuamente corteggiata, diventa oggetto di pettegolezzi e sospetti. Ogni volta che Puškin percepisce uno sguardo di troppo sulla moglie, il suo cuore si stringe. Da questa gelosia nascono versi carichi di tormento. Inoltre, l’ inclinazione della donna a mescolarsi con l’alta società e le spese esorbitanti che ne derivano portano lo scrittore in un profondo abisso di debiti.
Negli anni della sua vita familiare, Puškin non frena affatto la sua creatività. Scrive “Boris Godunov” ( 1825-1828) una tragedia storica in versi liberi che esplora le trame del potere zarista, dove porta in scena l’ambizione sfrenata e la mancanza di scrupoli morali: i personaggi parlano di sangue, corone e colpe, mentre la Russia sembra oscillare tra verità e menzogna. Presentata per la prima volta nel 1831 a Mosca, la storia è ambientata nella corte di Pietroburgo e al Cremlino di Mosca, in quel periodo di transizione che segue la morte di Ivan il Terribile.
Puškin costruisce un racconto che alterna scene di corte, incontri politici e momenti di tumulto popolare. A differenza dei drammi neoclassici, la sua struttura è “open”: il coro non è sempre presente, i monologhi si snodano in versi sciolti, e i dialoghi fluiscono in modo da sembrare quasi conversazioni naturali, prive di fronzoli retorici.
Il protagonista è Boris Godunov, un boiaro che, dopo la morte di Feodor I, riesce a farsi eleggere zar, pur essendo sospettato di aver causato la morte dell’erede legittimo di Ivan il Terribile, il giovane Dmitrij, noto come “il Falso Dmitrij” durante una rivolta popolare. Nelle scene cruciali, assistiamo alla lotta di Boris contro i rivali alla corte, alle sue crisi di coscienza, al suo senso di colpa per il sangue versato e all’instabilità crescente del suo potere. Nel frattempo, un gruppo di monaci e funzionari fugge in Europa con un bambino che si presenta come il vero Dmitrij, avviando una complessa manovra politico-militare che sfocerà in uno scontro pubblico. I personaggi secondari – come il principe Šuiskij, i boiardi invidiosi e il popolo russo colpito dalla carestia – offrono una galleria di volti in cui si evidenziano la corruzione del potere, l’egoismo delle élite e la disperazione delle classi meno abbienti.
“Boris Godunov” è uno dei drammi più audaci di Puškin, poiché prefigura la grande era del teatro russo che esploderà con Čechov e i drammaturghi del tardo Ottocento. Grazie alla sua abilità nel mescolare dinamiche storiche vere con una profonda introspezione psicologica, quest’opera è considerata un esempio di “dramma storico intimo”. Durante l’Ottocento, diversi registi e critici evidenziarono la sua modernità scenica: può essere facilmente portata in scena senza ricorrere a scenografie elaborate, ponendo l’accento sui sentimenti e sulle ambiguità dei personaggi. Ancora oggi, tale dramma è rappresentato in Russia come una denuncia della corruzione del potere e un avvertimento sulla responsabilità morale di chi governa una nazione.
Nel 1830 scrive “I racconti di Belkin“, una raccolta di cinque novelle presentate come se fossero storie raccolte da un presunto “Belkin” in vari salotti russi. Ogni racconto mescola ironia, suspense e una critica sociale affilata: si passa da drammi d’amore interrotti da malintesi a fantasmi che riemergono per svelare stranezze familiari, fino a commedie piccanti sulla nobiltà di corte. Con un linguaggio colloquiale e finali inaspettati, Puškin anticipa le tecniche narrative dei grandi narratori russi, unendo leggerezza e un’osservazione acuta della vita di tutti i giorni.

Un’altra opera che merita di essere letta è “La donna di picche” (1833) è un racconto lungo che ci trasporta nei salotti aristocratici di San Pietroburgo, dove seguiamo l’ossessione di un giovane ufficiale, Hermann, per il gioco d’azzardo. In cerca del segreto delle tre carte vincenti custodite da una misteriosa contessa, Hermann perde completamente il controllo. La storia si tinge di toni quasi gotici, con apparizioni notturne e colpi di scena che spingono il protagonista verso la follia. Puškin riesce a mescolare realismo sociale e elementi sovrannaturali, mettendo in luce la potenza dell’ossessione e la vulnerabilità della mente di chi è disposto a tutto pur di cercare la fortuna.
Nel 1836, scrive “La figlia del capitano”, il suo primo romanzo breve in prosa, un vero e proprio esperimento narrativo: per la prima volta, il poeta si avventura in una prosa fluida, senza i commenti espliciti del narratore, ma piena di digressioni che rivelano il suo tono ironico. Ambientato durante la rivolta di Pugaciov (1773–1774), la storia segue le avventure del giovane ufficiale Grigorij Melfer, in servizio presso la fortezza di Orenburg, e della sua sposa Maria Ivànovna, figlia del comandante (il “capitano”). Quando scoprono che la fortezza è circondata dai ribelli di Pugaciov, Grigorij si trova a dover affrontare una scelta difficile: restare fedele allo zar o provare pietà per i disperati che chiedono giustizia sociale.
Quando racconta eventi storici, Puškin mette in primo piano le esperienze personali e i sentimenti: Grigorij è un giovane inesperto, colpito dalla bellezza e innamorato, ma anche tormentato dal suo senso del dovere. Il suo legame con Maria è descritto con grande delicatezza: lei incarna l’innocenza e i valori “classici” come la famiglia e l’onore, mentre Grigorij rappresenta un’umanità disorientata di fronte alle ingiustizie sociali. Il ribelle Pugaciov non è solo un semplice brigante; viene dipinto con sfumature ambigue: da un lato, è la voce della rabbia del popolo esasperato; dall’altro, tradisce la sua promessa non risparmiando i civili in fuga. Nel romanzo si riflette sul peso della storia e su come gli individui più vulnerabili vengano travolti dagli eventi. Lo stile è chiaro, quasi cinematografico: l’autore alterna descrizioni paesaggistiche (come le steppe russe e le porte di legno della fortezza) a dialoghi rapidi e talvolta pungenti. Anche in questo caso, il narratore non scompare del tutto: interviene con aperture satiriche o con tocchi di autoironia, facendo sentire al lettore la sua presenza invisibile. Il romanzo viene accolto con entusiasmo, e viene tradotto in più lingue, contribuendo a diffondere il nome di Puškin in Europa come un autore dotato di enorme talento.
Gli ultimi anni della sua vita diventano un susseguirsi di sfide sempre più complesse. Le pressioni economiche lo attanagliano, mentre l’ambiente di corte, con i suoi giochi politici e la superficialità che lo caratterizza, gli sembra sempre più angusto. La bellezza di Natal’ja, che dovrebbe portare amore, si trasforma anche, come già sottolineato, in un vero e proprio motore di pettegolezzi velenosi. Le incessanti voci su una presunta relazione tra sua moglie e il barone Georges-Charles de Heeckeren d’Anthès avvelenano la sua esistenza. La gelosia, l’onore ferito e la pressione opprimente culminano in un epilogo tragico. Il 27 gennaio del 1837 Puškin sfida d’Anthès a duello. Purtroppo, viene mortalmente ferito. Solo due giorni dopo, il 29 gennaio del 1837, a soli 37 anni, il cuore del più grande poeta russo smette di battere. La sua morte prematura colpisce la Russia come un fulmine, lasciando un vuoto incolmabile che si avverte ancora oggi. Tale tragico avvenimento lo trasforma in un mito, un poeta che conserva il proprio orgoglio fino all’ultimo respiro, un uomo capace di amare con ardore e di sacrificarsi per quell’amore. Ma la sua eredità va ben oltre il dramma del duello. Con una lingua semplice e musicalmente impeccabile, e una straordinaria abilità nel narrare le piccole storie di provincia accanto alle grandi questioni di potere, Puškin dimostra alla Russia e al mondo che la letteratura può fluire come un fiume—irrequieta, profonda, in grado di scavare sotto la superficie delle cose.
Di seguito alcune poesie e citazioni di questo immenso scrittore.
Uscì il seminatore a seminare i suoi semi
Solitario seminatore di libertà,
Sono uscito presto, prima della stella;
Con mano pura e innocente
Nei solchi divenuti servi
Ho gettato un seme vivificatore –
Ma ho solo perduto il mio tempo,
I buoni pensieri e la fatica…
Pascolate, pacifici popoli!
Non vi risveglierà il grido dell’onore.
A che serve al gregge il dono della libertà?
Bisogna solo accoltellarlo o tonsurarlo.
La loro eredità di stirpe in stirpe
È il giogo con i sonagli e la frusta.
Il cantore
Sentivate voi il notturno cantore
Della propria tristezza e dell’amore?
E nella quiete dei campi al mattino,
Del flauto il suono mesto e cristallino
Lo sentivate voi?
Incontravate nel bosco il cantore
Della propria tristezza e dell’amore?
Vedevate tracce di pianto, un sorriso,
O un dolce sguardo di dolore intriso,
Lo incontravate voi?
Sospiraste voi, ascoltando il cantore
Della propria tristezza e dell’amore?
Quando di un giovane avete scorti
Nei boschi gli sguardi degli occhi smorti,
Sospiraste voi?
Il prigioniero
Siedo nella prigione dietro la grata.
Giovane aquila nel servaggio allevata
La mia triste compagna batte senza tregua
Le ali e becca la sanguinante preda,
Becca, e getta, e guarda alla finestra,
Quasi pensasse: «Una cosa sola resta»
Il suo sguardo chiama e sembra che un grido dia
E voglia dire: «Voliamo via! Voliamo via!
Siamo liberi uccelli, fratello, è ora di andare!
Là, dove azzurreggiano i paesi sul mare,
Là, dietro le nubi, dov’è il monte natio,
Là, dove volano soltanto il vento… ed io!..
Poeta! Non aver caro l’amore popolare. Il rumore momentaneo delle entusiastiche lodi passerà; udrai il giudizio dello sciocco
ed il riso della fredda folla:
ma tu rimani saldo, impassibile e aggrondato.
Tu sei re: vivi solo. Per una libera strada va’, dove ti attira la libera mente, perfezionando i frutti dei pensieri tuoi prediletti, non pretendendo ricompense per la nobile azione.
Esse sono in te stesso. Tu stesso sei il tuo giudice supremo; tu più severamente di tutti sai valutare il tuo lavoro. Ne sei tu contento, o artista esigente?
Contento? Lascia pur che la folla lo biasimi e sputi sull’altare dove arde il tuo fuoco, e nell’infantile irrequietudine scuota il tuo tripode.
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[…] Divora avidamente moltissimi libri tra cui le opere scritte da Hoffmann, Goethe, Hugo, Puškin e Schiller. Gogol e Balzac cattureranno maggiormente il suo interesse e di quest’ultimo […]
[…] il cui riso amaro dà una sferzata alla Russia e che dopo aver raccolto l’eredità di Puškin, la butta via, considerandosi un fallito. Come i suoi personaggi, incapaci di adattarsi ad un mondo […]