“Qualcuno volò sul nido del cuculo”, il romanzo cult di Ken Kesey.

«Randle sa che si deve ridere delle cose dalle quali si è feriti soltanto per mantenere l’equilibrio, soltanto per impedire che il mondo ti renda pazzo furioso. Sa che esiste un aspetto doloroso, ma non vuole consentire alla sofferenza di cancellare l’umorismo, non più di quanto consenta all’umorismo di cancellare la sofferenza».

Una scena del film "Qualcuno volò sul nido del cuculo" tratto dall'omonimo romanzo di Ken Kesey.

Una scena del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey.

Qualcuno volò sul nido del cuculo“, scritto da Ken Kesey e pubblicato nel 1962, si può considerare uno dei migliori romanzi americani degli anni sessanta.
Lo scrittore, nato il 17 settembre del 1935 a La Junta, nel Colorado, si trasferisce con la famiglia, nel 1946, a Springfield, nell’Oregon.
Cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, interiorizza sin da ragazzino l’etica cristiana.

Ken Kesey, biografia, pensiero e citazioni

Ken Kesey insieme a Faye Haxby

Terminate le scuole superiori, in cui mostra una particolare predisposizione agli studi, si sposa con Faye Haxby, sua fidanzata al liceo, dalla quale avrà tre figli.
Dopo aver intrapreso gli studi di giornalismo presso la “University of Oregon“, consegue la laurea in Scienze delle Comunicazioni.
I risultati brillanti ottenuti durante tutto il percorso scolastico e universitario non lasciano presagire quel comportamento fuori dagli schemi convenzionali che accompagnerà la sua vita e lo farà diventare un simbolo della controcultura americana degli anni ’60.
La lettura delle opere di William Burroughs, di Allen Ginsberg e di Jack Kerouac influenzeranno notevolmente la sua crescita culturale che si tradurrà con la pubblicazione, ad appena ventisette anni, del romanzo cult “Qualcuno volò sul nido del cuculo“.
Il successo finanziario del romanzo gli consente di fondare una comunità che usa l’acido lisergico (LSD) come strumento di nuove esperienze conoscitive e creative.
Nel 1968 Tom Wolfe gli dedica il suo libro “The Electric Kool – Aid Acid Test, presentando lo scrittore come una sorta di eroe culturale.
Prima del suo esordio letterario, lo scrittore è già molto famoso tra i giovani californiani degli anni sessanta a causa del pittoresco viaggio intrapreso negli Stati Uniti insieme ai suoi seguaci, i “Merry Pranksters“. Un percorso finalizzato a raccogliere materiale cinematografico per un documentario.

Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo, recensione
Il principale scopo dell’iniziativa è quello di ottenere una percezione originale e immediata della vita americana, sfidando i condizionamenti imposti dai falsi valori convenzionali dei mass media ad ogni visione spontanea e indipendente dalla realtà.
Accusato, e poco dopo giudicato colpevole di possesso di marijuana, si rifugia per tre anni in Messico, dopo aver inscenato un finto suicidio ed essersi nascosto dentro il cofano dell’auto di un amico.
Quando però farà ritorno negli Stati Uniti, sarà arrestato e costretto a trascorrere cinque mesi in prigione.
Al suo rilascio, torna nella fattoria della sua famiglia, situata nell’Oregon, e lì decide di trascorrere il resto della sua vita. Continuerà a scrivere e si spegnerà a causa di un tumore il 10 novembre del 2001 a Pleasant Hill.
Tra le sue opere più importanti, oltre al già citato romanzo, bisogna ricordare “Sometimes a Great Notion” (1964), “Kesey’s Garage Sale” (1972), “Demon Box(1986), “Caverns” (1990) e “Sailor Song” (1992).

Qualcuno volò sul nido del cuculo, recensione del romanzo di Ken Kesey

Qualcuno volò sul nido del cuculo” è noto in tutto il mondo grazie alla superba trasposizione cinematografica effettuata da Miloš Forman.
Il film ottiene cinque premi Oscar tra cui il premio come miglior attore protagonista a Jack Nicholson.
Il romanzo merita di essere letto perché ancora oggi il messaggio che emerge è estremamente attuale e non si limita ad una critica spietata nei confronti della psichiatria che, come tutte le istituzioni create dall’uomo, non può essere considerata infallibile visto che focalizza la sua attenzione sul concetto astratto di “normalità”.  Ma ciò che rende estremamente attuale la lettura di questo romanzo è l’uso metaforico attuato dallo scrittore, attraverso la descrizione degli eventi accaduti nell’istituto psichiatrico in cui il romanzo è ambientato, per denunciare il sistema brutale creato dagli stessi uomini.
Un sistema che impedisce, a chi non riesce ad integrarvisi, di vivere liberamente. Nel romanzo, infatti, emerge anche una feroce critica nei confronti della società.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, recensione del romanzo di Ken Kesey

Jack Nicholson in una scena del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”
Foto di Roy Jones/Getty.

Ken Kesey scrive il libro dopo aver lavorato come volontario nel Veterans Administration Hospital, situato a Palo Alto, in California. In quel luogo aveva trascorso molto tempo a parlare con i pazienti e a volte ingerito psicofarmaci che venivano loro somministrati per testarne i devastanti effetti.
Ken Kesey, biografia e analisi del romanzo "Qualcuno volò sul nido del cuculo"Secondo l’autore, le persone ricoverate nell’ospedale non erano da considerarsi pazze, ma solamente emarginate perché non in grado di adattarsi ad una società che impone stereotipi convenzionali di comportamento e pensiero. Rifiuterà di vedere il film di Forman perchè non condivide la scelta del regista di non lasciare narrare la vicenda al Grande Capo.
Il nido del cuculo è un’espressione gergale americana per riferirsi al manicomio. Negli Stati Uniti esiste una famosa filastrocca riguardo tale nido: «Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo».
Ma perché proprio il cuculo?

L’uccello in questione non costruisce il proprio nido e depone le uova nel nido di altri uccelli. Quando l’uovo si schiude, il piccolo del cuculo si sbarazza degli altri nuovi nati e ne prende il posto.
E proprio in uno di questi nidi, il reparto ospedaliero psichiatrico dell’Oregon, l’autore ambienta il suo romanzo.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, recensione del romanzo di Ken Kesey

“Yellow One Second Noise” (2007), Graham Dean.

Chief Bromdem, un capo indiano che da più di vent’anni finge di essere sordomuto, narra la triste storia del reparto in cui è ricoverato a causa della sue visioni paranoiche.
Per Chief Broom (Capo Scopa), così soprannominato dagli infermieri dato che trascorre la maggior parte del suo tempo spazzando il pavimento del reparto in cui è ricoverato, la paura è costituita dal Combine (La Cricca), un minaccioso sistema che governa la vita dell’istituzione mentale e del mondo intero. Quest’ultima caratteristica del romanzo evidenzia il pensiero del suo autore che vede la società guidata da una forza imperscrutabile che controlla e manipola tutti i suoi membri.

McMurphy (Jack Nicholson) e Chief Bromden (Will Sampson) in una scena del film "Qualcuno volò sul nido del cuculo" tratto dall'omonimo romanzo di Ken Kesey.

McMurphy (Jack Nicholson) e Chief Bromden (Will Sampson) in una scena del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey.

Chief Broom è uno dei componenti di quelle minoranze etniche che popolano i ghetti delle grandi città statunitensi. Ritiene di possedere delle ottime ragioni per guardare l’ordine sociale con paranoia e sordità; il Combine ha scacciato gli indiani dalle loro terre e ora tiene il suo pugno di ferro sul manicomio e sul mondo.
E la nebbia che, allucinazione o realtà, compare nella sala e costringe Chief Brondem e gli altri a guadagnare precipitosamente il letto, rappresenta l’artificio dell’isolamento imposto dal potere.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, recensione del romanzo di Ken Kesey
A Chief Broom non resta altro che fingere la sordità perché, come lui stesso dirà «bisogna fare il sordo se si vuole sentire.» E aggiunge: «⌊ non ero stato io a cominciare a fingermi sordo: era stata la gente a comportarsi come se io fossi troppo stupido per udire, o vedere, o dire qualsiasi cosa.»
Il pellerossa decide di fingere di essere incapace di parlare perché vuole sentirsi invisibile.

Will Sampson interpreta Chief Bromden nel film capolavoro di Forman "Qualcuno volò sul nido del cuculo".

Will Sampson interpreta Chief Bromden nel film capolavoro di Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.

La figura del “Grande Capo” riporta alla mente Holden, l’inquieto protagonista del romanzo di Jerome David Salinger, che sogna di fuggire e di abbandonare una società ipocrita e nauseante rifugiandosi in una capanna vicino ad un bosco e fingendosi sordomuto per evitare di essere coinvolto nelle chiacchiere stupide della gente.
Il Grande Capo non medita alcuna via di fuga; vuole restare in quell’ospedale psichiatrico perché teme il mondo esterno più del manicomio, teme quella società materialista e consumista che ha annientato i valori su cui era fondata la filosofia di vita dei pellerossa.

Miss Ratched interpretata da Louise Fletcher.

Miss Ratched interpretata da Louise Fletcher.

Il sistema contro cui si scaglia Kesey è simboleggiato nel romanzo da Miss Ratched, la capoinfermiera sorridente e inflessibile, perfetta rappresentazione di un matriarcato mitico e oppressivo. La donna domina tutti i pazienti del reparto che le è stato affidato sfruttando con freddezza e cinismo la loro paura del mondo esterno; non pochi sono infatti i ricoverati che hanno deciso di autorecludersi per l’incapacità di sopportare le pressioni esercitate da una società che li vorrebbe uguali agli altri. Molti pazienti, invece, sono vittime di reclusioni chieste dalle famiglie d’origine non in grado di aiutarli e terrorizzati dalla loro diversità.

Jack Nicholson nel ruolo di Randle Mc Murphy.

Jack Nicholson nel ruolo di Randle Mc Murphy.

In questo piccolo e crudele reparto di Miss Ratched, irrompe un elemento di disturbo, Randle Mc Murphy, un chiassoso giocatore d’azzardo irlandese, allegro e ribello, “a bold goose loony” (uno sfacciato stupido pazzo), come egli stesso ama definirsi. Per evitare qualche mese di prigione si finge pazzo, ma resterà intrappolato in quel nido che vorrebbe capovolgere.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, recensione del romanzo di Ken KeseyRandle non vuole adattarsi al sistema e, come dice Chief Broom, è “un bersaglio in movimento difficile da colpire.
MacMurphy è l’imprevisto negli ingranaggi del sistema e gli psichiatri gli affibbiano la diagnosi di psicopatico per il suo atteggiamento di ribellione nei confronti di ogni imposizione ingiustificata.
La psichiatria, con la sua richiesta che tutti si adattino alla nostra disumana società, per Ken Kesey assume le sembianze di uno strumento che l’autorità impiega per reprimere e affermarsi.
MacMurphy però non si rassegnerà e guiderà la progressiva presa di coscienza degli altri internati. Sarà lui a lottare contro The Big Nurse, la Grande Infermiera, anche se consapevole di rischiare la vita perchè Miss Ratched fa punire i ribelli con la lobotomia, un barbaro intervento psicochirurgico che mira a rendere le persone più docili. Tale pratica è stata adesso sostituita dagli psicofarmaci, di certo non meno devastante dei vecchi metodi usati della psichiatria.
La lotta di Randle non si limita a combattere la perfida Grande Infermiera, impaurita da ogni scintillio anticonvenzionale che miri a sconvolgere l’apparente ordine del suo reparto. L’uomo vuole abbattere un sistema disumano che emargina i diversi e li imbottisce di psicofarmaci con lo scopo di annientarne qualsiasi capacità reattiva.
Il Grande Capo segue con attenzione ogni suo passo e resta affascinato dal modo insolito che usa per affrontare l’aspra condizione in cui si vive nell’istituto psichiatrico e nel mondo: «Randle sa che si deve ridere delle cose dalle quali si è feriti soltanto per mantenere l’equilibrio, soltanto per impedire che il mondo ti renda pazzo furioso. Sa che esiste un aspetto doloroso, ma non vuole consentire alla sofferenza di cancellare l’umorismo, non più di quanto consenta all’umorismo di cancellare la sofferenza».
Ken Kesey, biografia e analisi del romanzo "Qualcuno volò sul nido del cuculo"Randle pagherà con la vita il suo sogno libertario e, nelle ultime pagine, assumerà i contorni di una figura cristologica: il tavolo dell’elettroshock dove viene legato è la sua croce e le scintille degli elettrodi la sua corona di spine.
La battaglia di MacMurphy per la libertà non sarà però inutile: grazie a lui Chief Broom si aprirà al linguaggio, un linguaggio sconnesso che, dopo più di vent’anni di silenzio, al momento di ridere suona come “more like crying than laughing” (“più simile ad un pianto che ad un riso”), ma non per questo meno glorioso ed umano. La prima parola che dirà sarà “grazie“.
Dall’incontro con Mac Murphy, Chief Broom guadagnerà sufficiente fiducia in se stesso per ribellarsi e fuggire dall’ospedale, non prima però di aver soffocato l’amico ridotto ormai solamente ad una carcassa umana a causa dell’operazione a cui viene sottoposto.
Qualcuno volò sul nido del cuculo“, che è stato un punto di riferimento di parecchi giovani degli anni sessanta in America, è un libro molto coraggioso per la sua aspra satira contro la pseudo libertà della civiltà, definita da Chief Broom un “cartoon world“, ma non un mondo buffo perché, purtroppo, abitato da “real guys” (“gente vera”).
Il mondo del manicomio diventa un triste affresco di un’umanità derisa, umiliata, frustrata. Un’umanità responsabilizzata attraverso una costruzione etica che poggia su fondamenta psichiche molto incerte, non più segregata nella cella medievale, non più vittima della repressione, ma di un’impalpabile autorità.
La posizione di Ken Kesey nei confronti della psichiatria non oscilla tra due poli contrastanti; lo psichiatra non gli appare una figura salvatrice e benefica. Per lo scrittore lo psichiatra è un personaggio minaccioso, oscuro e malefico.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, recensione del romanzo di Ken Kesey
Lo stile asciutto del romanzo, caratterizzato da dialoghi dinamici e incisivi, alterna istanti di alta poesia a fredde narrazioni di pratiche efferate accompagnate da descrizioni di violenza insopportabili. La forza espressiva delle parole riesce a trasmettere al lettore l’intensità di un’umanità dolente considerata “anormale“.
Chi ha visto il film dovrebbe anche leggere il romanzo da cui è tratto perchè la descrizione dei personaggi, in modo particolare del Grande Capo, è più approfondita. Il film, pur essendo un capolavoro, non riesce a trasmettere tutte quelle sfumature che solo la parola scritta riesce a far cogliere.
«Ne ho conosciuti a migliaia di taglia-coglioni. Individui che tentano di fiaccarti per far sì che tu ubbidisca, che rispetti le loro regole, che viva come vogliono loro.»
Quante persone così abbiamo conosciuto nella nostra vita?
Troppe, direi.
E sarebbe il caso di sputare le pillole che, a nostra insaputa, cercano di farci ingoiare ogni giorno.
Ricordo ancora la pubblicità che i maggiori quotidiani fecero ad un farmaco presentato come la “pillola della felicità“.
Un potente antidepressivo con effetti collaterali non trascurabili.
Ancora una volta ci si domanda chi stabilisca il concetto di normalità e in che modo siano cambiati i metodi della psichiatria. Adesso tutto è molto più soft, vengono diagnosticate malattie mentali a chiunque. Siamo tutti malati oppure c’è un business dietro questa proliferazione di farmaci che “donano la felicità“?

Ed ecco alcune immagini del capolavoro cinematografico di Forman.

Incipit del romanzo:

Sono laggiù. Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli. Lo stanno lavando quando esco dal dormitorio, tutti e tre imbronciati e pieni d’odio contro ogni cosa: l’ora della giornata, il luogo in cui si trovano, la gente per la quale devono lavorare. Quando odiano in questo modo, è meglio che non mi vedano. Striscio lungo la parete, silenzioso come la polvere, con le scarpe di tela, ma quelli hanno speciali apparati sensitivi, intercettano la mia fifa e alzano gli occhi tutti insieme, tutti e tre contemporaneamente, occhi splendenti nelle facce nere come lo sfavillio duro delle valvole nella parte posteriore di una vecchia radio.

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