L’infinito naufragar di un “giovane favoloso” _ Omaggio a Giacomo Leopardi

«Non vivono fino alla morte, se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita».

Il giovane favoloso, recensione film

Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi nel film di Mario Martone

Oggi ricorre l’anniversario della nascita del grande poeta Giacomo Leopardi, che, dopo l’ambizioso film di Mario Martone a lui dedicato, non pochi adesso sono soliti chiamarlo “Il giovane favoloso“, usando cioè il titolo di quel famoso lungometraggio interpretato magistralmente da Elio Germano e realizzato nel 2014.
Giovane e favoloso. Con due aggettivi viene racchiusa intensamente la grandezza di quel poeta amato ancor’oggi e che viene celebrato ogni anno a Recanati dal 29 giugno fino al 3 luglio. Anche nel luogo in cui è nato, la festa in memoria di Leopardi è stata ribattezzata con il nome I Giorni del Giovane Favoloso. Il titolo usato da Mario Martone è ispirato alle parole usate dalla scrittrice Anna Maria Ortese nel suo libro “Da Moby Dick all’Orsa Bianca” che con le seguenti parole parla del suo pellegrinaggio alla tomba del poeta: «Così ho pensato di andare verso la grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso».

Giacomo Leopardi ritratto da A. Ferrazzi.

Giacomo Leopardi ritratto da A. Ferrazzi.

Martone è riuscito a delineare in modo ammirevole l’immensità d’animo di colui che con un “linguaggio lunare” è stato in grado di suscitare indefinite associazioni, cogliendo la drammatica contraddizione umana tra l’ineludibile bisogno di un piacere infinito e la condizione oggettiva dell’uomo, destinato a lasciare velocemente questa terra nell’indifferenza della natura.
Quella profondità d’animo, già a noi nota con quei canti indimenticabili di cui ancora i suoi versi accompagnano la nostra vita, viene penetrata in modo sublime da Elio Germano che riesce a far sentire ancora una volta e per sempre il poeta di Recanati uno di noi, chiamandoci a contribuire al messaggio poetico con il nostro bagaglio di emozioni e il nostro desiderio di infinito.

Trema il cuore negli impatti visivi che il regista ha donato, e che in poche ore riesce a descrivere la vicenda biografica del poeta, suddivisa nei tre luoghi principali in cui si consuma la sua esperienza umana e artistica. Quel giovane favoloso pallido e malaticcio ha sempre incantato le giovani generazioni di ogni tempo, affascinate dal suo vissuto e dal suo pensiero divenuti dei punti di riferimento irrinunciabili a quegli interrogativi esistenziali destinati a restar sospesi.
Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno del 1798 nell’asfittica Recanati, paese tagliato fuori dalle vie maestre della storia d’inizio Ottocento. La sua vita non è altro che il cammino di una sofferenza sorta da una visione inizialmente soggettiva e lentamente mutata in concezione universale e metafisica.  In un grigio palazzo settecentesco comincerà ad esplodere il canto poetico di quel ragazzo oppresso da una famiglia bigotta di nobili decaduti a causa dei debiti contratti.
Latita l’affetto dei genitori e il nostro Giacomo cresce in compagnia del fratello Carlo e della sorella Paolina ai quali si sente legato da una sorta di inerme e sofferente solidarietà.

Una scena del film "Il giovane favoloso" in cui Giacomo Leopardi legge una lettera insieme al fratello Carlo e alla sorella Paolina.

Una scena del film “Il giovane favoloso” in cui Giacomo Leopardi legge una lettera insieme al fratello Carlo e alla sorella Paolina.

L’educazione dei figli viene affidata dal padre, il conte Monaldo, (interpretato da Massimo Popolizio) ad un ecclesiastico erudito, sebbene ancora quattordicenne, Giacomo è capace di cominciare un instancabile studio di autodidatta attingendo dai numerosi libri della biblioteca paterna. Legge i classici latini e apprende da sé il greco, interpretandone i testi poetici, e nel medesimo tempo studia i suoi contemporanei mostrando un’appassionata predilezione per gli illuministi francesi.

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Sette lunghissimi anni di “studio matto, disperatissimo” rappresentano la sua fuga dall’ambiente che lo circonda. Sette anni di intensa dedizione allo studio, intervallate solamente da brevi passeggiate, logorano però inesorabilmente il suo fisico causando una vistosa deformità dovuta ad una grave deviazione della colonna vertebrale. Anche la sua vista viene compromessa, ma è soprattutto la sua salute psichica a subire un deterioramento che lo accompagnerà per tutta la sua breve esistenza. Il ragazzo progetta mentalmente una fuga, per lungo tempo impossibile, e da una siepe, un paesaggio notturno o dal canto di Silvia, (Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di cui è segretamente innamorato e che morirà nel 1818)) trae ispirazione per liriche volte ad interrogarsi sulla condizione umana.

Il giovane favoloso, recensione del film
Quel giovane senza giovinezza dall’animo estremamente sensibile e assetato di conoscenza e affetto, trae conforto dalla corrispondenza epistolare con Pietro Giordani (interpretato da Valerio Binasco), uno dei più importanti scrittori del periodo, la cui amicizia è vista con fastidio dall’accigliato e reazionario padre del poeta, estremamente preoccupato del sovversivo vento illuminista che soffia prepotentemente in molte città italiane e che vorrebbe vedere il figlio, perennemente curvo sui libri, intraprendere la carriera ecclesiastica.

La confidente relazione epistolare con Pietro Giordani gli apre uno spiraglio verso il mondo esterno e nello stesso anno in cui Teresa Fattorini si spegne due sue prime canzoni vengono pubblicate a Roma.

Il conte Monaldo insieme al figlio Giacomo in una scena del film "Il giovane favoloso".

Il conte Monaldo insieme al figlio Giacomo in una scena del film “Il giovane favoloso”.

Ma la dipartita di “Silvia”, insieme a tutti i dolori di quegli anni assumono le sembianze di un urlo dell’anima, nel 1819. Non reca alcun sollievo al dolore del poeta, l’austera e anaffettiva madre, la Marchesa Adelaide Antici, figura appena accennata dal regista che la fa poi irrompere in una suggestiva scena visionaria di una statua di sabbia, simbolo di una natura ostile e indifferente agli affanni umani.

Una statua si sgretola riflettendo nello sguardo gelido della donna quella “natura matrigna” che irrompe ne “Il dialogo della Natura e di un Islandese” in tutto il suo distacco alle sorti degli esseri viventi.

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L’ansia di fuggire da Recanati si esprime disperatamente portandolo a cercare senza successo di fuggire dalla casa paterna e a nuove avventure dell’animo: le tragedie, un romanzo epistolare, una serie di inni sacri che tuttavia saranno destinati a rimanere bozze perché il giovane preferisce dar sfogo a tutto il suo dolore spirituale nella poesia. Tra le prime liriche, scritte tra il 1819 e il 1821, troviamo, oltre “Alla Luna“, “La sera del dì di festa“, “Il sogno” e “La vita solitaria“, uno dei suoi idilli più significativi, “L’infinito“, il più bel canto di prigioniero che sia mai stato scritto.

Dopo un primo tentativo di fuga dalla grigia e stanca Recanati, Giacomo Leopardi riesce ad allontanarsi definitivamente dal “natio borgo selvaggio” trascinando con sé il suo fisico ormai compromesso e deforme, che non gli impedisce tuttavia di stabilirsi prima a Firenze e poi a Napoli, accompagnato dal suo migliore amico, l’esule ed esuberante poeta napoletano Antonio Ranieri (interpretato da Michele Riondino). Le sue opere vengono stroncate dai saccentoni dell’epoca che le considerano troppo pessimiste o pericolosamente sovversive nella Roma papalina.
Allegramente inconsapevoli della loro superficialità, attribuiscono la malinconia del poeta al suo aspetto fisico poco attraente. L’urlo fino a quel momento silenzioso del poeta sfocia in una sua reazione sarcastica che schiaccia quella stupidità nel momento in cui agita il bastone che lo sorregge e rivolge a quei critici parole che avremmo voluto pronunciare insieme a lui: «Non attribuite al mio stato ciò che si deve al mio intelletto!»

Il giovane favoloso, recensione film

Dopo quelle deludenti esperienze Leopardi rinuncia al canto e dal 1824 in poi scrive la maggioranza delle “Operette Morali“, riflessioni filosofiche in prosa sui temi fondamentali dell’esistenza, affrontati con il glaciale distacco della satira.

Non persegue la fama il nostro poeta. Non aspira ad essere compreso da tutti. Vuole semplicemente assaporare quel che gli resta della sua breve vita. Eppure, nel 1827, l’essere accolto con grandi onori a Firenze dal circolo letterario Vieusseux, riaccende improvvisamente il suo animo.

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Come per miracolo rinasce la sua poesia. Si trasferisce a Pisa e compone alcuni grandi idilli, pacatamente dolenti e scevri da alcuno spirito polemico. (“Le ricordanze“, “La quiete dopo la tempesta“, “Il sabato del villaggio” e il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia“).

Leopardi sembra ridestarsi da quello stanco abbandono interiore durante un nuovo soggiorno a Firenze, nel 1830. L’amicizia con Ranieri diventa un vero e proprio sodalizio di vita ed il poeta delle illusioni perdute s’innamora di Fanny Torgioni Fazzetti, una nobildonna già sposata e amante dell’amico, ultima illusione che gli suggerisce dei canti colmi di estasi e di dolore (“Il pensiero dominante“, “Amore e morte“, “Consalvo“, “A se stesso” e “Aspasia“).

L’amore, quel sentimento da lui sempre vagheggiato e mai vissuto, tende al tormento e al desiderio di annientamento.
La sua salute peggiora ulteriormente a causa di una forma di idropisia che gli suggerisce di godere del clima temperato di Napoli, dove si stabilisce insieme a Ranieri.

La sua continua osservazione della natura e della vita non gli reca più alcun patimento; si palesa un distacco interiore che lo conduce a comporre poesie di contemplazione della morte. Nella talvolta arrogante Napoli, afflitta dal colera, concluderà la sua tormentata esistenza.
Quando, a causa di quell’epidemia che imperversa a Napoli, è costretto a trasferirsi con Ranieri nella villa Ferrigni, alle falde del Vesuvio, il suo spirito riesce a trovare un equilibrio che oscilla tra pessimismo ideologico e musica elegiaca del canto (“La ginestra” e “Il tramonto della luna“).

Con lo sguardo offuscato dalle lacrime rivolte ad un minaccioso Vesuvio, il giovane scettico trova conforto nella fragranza di un fiore, la ginestra, che riesce a fargli cogliere quella solidarietà tra gli esseri umani consci di un destino comune e infelice.
La morte lo coglierà a Napoli il 14 giugno del 1837 in seguito ad un violento attacco d’asma.

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«…tutti fra sé confederati estima

gli uomini, e tutti abbraccia

con vero amor, porgendo

valida e pronta ed aspettando aita

negli alterni perigli e nelle angosce

della guerra comune».
https://youtu.be/U5e___IGHm4

Martone, attraverso la forza di immagini sapientemente scelte, ci mostra l’interiorità di un uomo sempre giovane, nonostante il peso delle malattie che l’affliggono, in cui è impossibile non riconoscersi in quel desiderio di impossessarsi di un infinito privo di connotazioni religiose che tutti noi, infinitesimali frammenti di materia nel cosmo, non smettiamo mai di rincorrere.

E la voglia di rileggere tutta la produzione artistica del “giovane favoloso“, fiero delle sue incessanti domande, che sono anche le nostre, è irrefrenabile.
Nonostante tutti i tentativi volti ad annientarla, la poesia non è ancora morta, e lo mostrano gli incassi di questo straordinario film che, in mezzo a tante bruttezze, emerge con prepotenza e ci chiama a contribuire al messaggio poetico di un giovane mai invecchiato che, grazie a questo straordinario e coraggioso regista, riesce ancora oggi a far divampare grandi emozioni sulle note di una colonna sonora indimenticabile dai toni classicheggianti e soft-rock e l’interpretazione sublime di grandissimi attori.

Con il passare degli anni, Leopardi viene anche esaltato per il suo enorme talento nel campo filologico e filosofico.
Le fasi della sua continua sofferenza si possono trovare in alcune pagine del suo “Diario“, nella vasta raccolta di riflessioni dello “Zibaldone“, ma soprattutto nelle “Operette Morali” in cui il tema dell’infelicità umana viene supportato da motivate e interessanti argomentazioni filosofiche, come se lo stesso poeta voglia fornire una spiegazione razionale alla sua poetica del pessimismo.

Tuttavia, nella potenza suggestiva delle liriche si può scorgere il vero libro dell’anima leopardiana in cui i suoi temi principali del pessimismo, dei tristi inganni della natura, delle illusioni dell’amore e della giovinezza svanite dinnanzi alla cruda realtà, offrono a noi lettori la possibilità di attraversare le differenti fasi del pensiero di quel giovane favoloso il cui dolore s’incammina a sfere universali passando dal destino dell’individuo a quello dell’umanità.

Il trailer del film:

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