Quando i muri ricordano all’Europa la sua promessa

Reading Time: 6 minutes

Ieri, alla vigilia della Giornata dell’Europa 2026, sono apparsi tre murales di Laika.
A Roma, in via IV Novembre, davanti agli uffici del Parlamento europeo.
A Bruxelles, in Rue Wayenberg, a pochi passi dall’Europarlamento.
Il terzo, dedicato alla Giustizia, è stato affisso in entrambe le città.
Guardiamo insieme queste immagini.


La prima, “A Bloodthirsty Love” (“Un amore assetato di sangue”), ritrae Benjamin Netanyahu e Ursula von der Leyen in un bacio disturbante, quasi osceno proprio perché non ha nulla dell’amore.
Non c’è tenerezza, non c’è slancio, non c’è umanità.
C’è un’accusa.
Laika trasforma un gesto che dovrebbe parlare di vicinanza in qualcosa di inquietante.
Un’immagine che sembra dire quanto l’Europa si sia avvicinata troppo a chi avrebbe dovuto fermare, interrogare, chiamare alle proprie responsabilità.
Quel bacio non unisce due volti, ma due silenzi.
Non racconta una relazione, ma una resa.
È l’Europa dei diritti che abbassa lo sguardo.
L’Europa della pace che sceglie parole prudenti davanti all’orrore.
L’Europa che pronuncia “diritto internazionale” con voce solenne, ma poi sembra incapace di trasformarlo in una linea netta, in un limite, in un no.
E allora quel bacio diventa il simbolo di una complicità che non ha bisogno di dichiararsi apertamente. Basta il tepore dell’ambiguità. Basta non prendere distanza. Basta restare abbastanza vicini da non disturbare il potere, ma abbastanza lontani da fingere innocenza.
Laika, con una sola immagine, toglie il trucco alla diplomazia: mostra ciò che accade quando la prudenza smette di essere misura e diventa alibi. Quando l’Europa, invece di difendere la propria promessa, sembra baciarne il tradimento.

La seconda opera, “Dikè: Justice in Danger” (Dikè: la Giustizia in pericolo) , è forse la più dura perché non ha bisogno di aggiungere nulla. La Giustizia non è una statua, non è un’idea alta e lontana, non è una parola da incidere sui tribunali.
È un corpo.
Un corpo fragile, trattenuto, portato via da due soldati dell’Idf.
Non viene discussa.
Non viene smentita.
Non viene battuta in un’aula.
Viene semplicemente immobilizzata, tolta di mezzo, fatta sparire prima che possa disturbare la versione ufficiale delle cose. Ed è questo a rendere l’immagine così insopportabile; mostra infatti cosa accade alle parole quando diventano scomode. Non sempre le cancellano con violenza. A volte le accompagnano fuori in silenzio, mentre dentro qualcuno continua a parlare di pace, diritti e valori.
Così come gli altri due murales, l’immagine non parla soltanto di Palestina, di Israele o dell’Europa.
Parla di noi. Di ciò che succede quando il potere chiama “prudenza” il silenzio, “equilibrio” l’immobilità, “complessità” la paura di scegliere.
Parla di un continente nato dalla memoria delle macerie, ma sempre più tentato di trasformare quella memoria in una bella cornice istituzionale, utile nei discorsi, inutile quando bisognerebbe agire.
Non basta riempire i palazzi di bandiere, se poi manca il coraggio di guardare il dolore.
Non basta celebrare l’Europa una volta l’anno, se l’Europa non sa più riconoscersi quando qualcuno le chiede giustizia.
Non basta pronunciare la parola pace mentre si tollera l’ingiustizia.
Perché certi valori, se restano solo nei discorsi, non sono più valori. Sono arredamento. E la Giustizia, quando viene portata via, non fa rumore soltanto nei muri, fa rumore dentro di noi.

Come riparo.
Come possibilità di giustizia.
Come parola in grado, ancora, di contenere un “noi”.
Perché certe parole si consumano. Europa, giustizia, pace, diritti. Le diciamo così spesso che rischiamo di non sentirle più. Diventano targhe sugli edifici, slogan da cerimonia, formule buone per i discorsi ufficiali.
E invece dovrebbero bruciare.
Dovrebbero costringerci a scegliere da che parte stare.
I murales di Laika arrivano proprio lì, nel punto in cui la retorica vorrebbe restare tranquilla. La interrompono. Non chiedono permesso. Non cercano consenso. Non hanno bisogno di una sala stampa né di un microfono.
Stanno sui muri, esposti alla pioggia, al giudizio, alla rimozione. E proprio per questo sembrano più vivi di tante parole pronunciate al sicuro.
Tre immagini.
Tre apparizioni.
Tre domande lasciate nel cuore istituzionale dell’Europa.
Che cosa celebriamo davvero?
Una data sul calendario?
Una facciata ben illuminata?
Una promessa che continuiamo a nominare perché abbiamo paura di ammettere quanto l’abbiamo tradita?
O celebriamo ancora l’idea, fragile e testarda, che l’Europa possa essere qualcosa di più di un insieme di uffici, trattati, protocolli e riunioni.
Qualcosa di più umano.
Più scomodo.
Più necessario.
D’altronde questo dovrebbe essere il compito principale dell’arte. Non limitarsi ad abbellire il mondo, ma impedirgli di mentire troppo facilmente. Non decorare le crepe, ma mostrarle.
Non consolare chi guarda, ma svegliarlo.
E allora quei tre murales non sono soltanto immagini.
Sono un promemoria lasciato dove nessuno potrà dire di non aver visto. Sono una domanda incollata sui muri perché forse, dentro i palazzi, quella stessa domanda faceva troppo rumore.
L’Europa, se vuole ancora essere una casa, deve avere il coraggio di guardare le proprie pareti.

Anche quando qualcuno ci scrive sopra ciò che qualcun altro avrebbe preferito non leggere.

N.B. Le immagini sono state reperite nel web, quindi considerate di pubblico dominio, usate a scopo meramente didattico o decorativo, e appartenenti a google, a Pinterest e ai legittimi proprietari. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo lacapannadelsilenzio@yahoo.it e saranno immediatamente rimosse. 

Leave a Comment