A Roma, in via IV Novembre, davanti agli uffici del Parlamento europeo.
A Bruxelles, in Rue Wayenberg, a pochi passi dall’Europarlamento.
Il terzo, dedicato alla Giustizia, è stato affisso in entrambe le città.
Guardiamo insieme queste immagini.
Guardiamo insieme queste immagini.
Come riparo.
Come possibilità di giustizia.
Come parola in grado, ancora, di contenere un “noi”.
Perché certe parole si consumano. Europa, giustizia, pace, diritti. Le diciamo così spesso che rischiamo di non sentirle più. Diventano targhe sugli edifici, slogan da cerimonia, formule buone per i discorsi ufficiali.
E invece dovrebbero bruciare.
Dovrebbero costringerci a scegliere da che parte stare.
I murales di Laika arrivano proprio lì, nel punto in cui la retorica vorrebbe restare tranquilla. La interrompono. Non chiedono permesso. Non cercano consenso. Non hanno bisogno di una sala stampa né di un microfono.
Stanno sui muri, esposti alla pioggia, al giudizio, alla rimozione. E proprio per questo sembrano più vivi di tante parole pronunciate al sicuro.
Tre immagini.
Tre apparizioni.
Tre domande lasciate nel cuore istituzionale dell’Europa.
Che cosa celebriamo davvero?
Una data sul calendario?
Una facciata ben illuminata?
Una promessa che continuiamo a nominare perché abbiamo paura di ammettere quanto l’abbiamo tradita?
O celebriamo ancora l’idea, fragile e testarda, che l’Europa possa essere qualcosa di più di un insieme di uffici, trattati, protocolli e riunioni.
Qualcosa di più umano.
Più scomodo.
Più necessario.
D’altronde questo dovrebbe essere il compito principale dell’arte. Non limitarsi ad abbellire il mondo, ma impedirgli di mentire troppo facilmente. Non decorare le crepe, ma mostrarle.
Non consolare chi guarda, ma svegliarlo.
E allora quei tre murales non sono soltanto immagini.
Sono un promemoria lasciato dove nessuno potrà dire di non aver visto. Sono una domanda incollata sui muri perché forse, dentro i palazzi, quella stessa domanda faceva troppo rumore.
L’Europa, se vuole ancora essere una casa, deve avere il coraggio di guardare le proprie pareti.
Anche quando qualcuno ci scrive sopra ciò che qualcun altro avrebbe preferito non leggere.
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