
|Io, Vivian, sono quella che nessuno nota, quella che nessuno vede. Io li vedo, invece. Anche qui, da questa panchina, mentre la neve copre i contorni di Chicago. Vedo le loro vite incrociarsi e sovrapporsi sull’asfalto spolverato di bianco, le impronte che restano, le ombre che si allungano. Indago le pieghe della pelle, dove resta inciso il passato, scruto gli incavi dei gomiti e delle ginocchia, i bordi sfilacciati dei cappotti, le mani che si stringono, i segreti sussurrati tra i capelli, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l’insopportabile caducità di ogni istante. Questi istanti io li rubo. Li porto via a quelli che, in fondo, non sanno che farsene di quei frammenti di vita destinati a dissolversi nel momento stesso in cui accadono. Custodisco le storie che le persone non sanno di vivere.|
( “Dai tuoi occhi solamente” di Francesca Diotallevi )
Guardate queste fotografie. Sono state scattate da Vivian Maier (1926–2009), fotografa statunitense di origine franco-austriaca, che non era una professionista ma una tata. Una donna abituata a restare ai margini della scena, a osservare senza intervenire. Proprio da quella posizione defilata nasce la forza del suo sguardo.
Queste immagini, scoperte solo dopo la sua morte, non raccontano eventi eccezionali. Raccontano ciò che di solito sfugge: l’attesa, la stanchezza, un gesto distratto, un momento di intimità inconsapevole. È un mondo colto mentre non sa di essere osservato, e per questo è vero.
La loro unicità sta qui. Non cercano l’effetto, non giudicano, non spiegano. Registrano. E nel farlo ci ricordano che la storia non è fatta soltanto di grandi avvenimenti, ma di una somma infinita di istanti minimi.
La domanda, allora, è semplice e forse scomoda: quante di queste vite, di questi momenti, passano ogni giorno davanti ai nostri occhi senza che noi troviamo il tempo o il coraggio di guardarli davvero?
( da Pinterest )

A Gaza la tragedia non è un capitolo chiuso, ma un presente che continua a scorrere sotto i nostri occhi, spesso distratti. Anche dopo l’inizio del cessate il fuoco in ottobre, secondo le autorità sanitarie di Gaza, oltre 556 persone sono state uccise.
I bombardamenti proseguono, le famiglie vivono ancora sotto tende fragili, i medici continuano a operare tra le macerie, e i valichi si aprono e si chiudono come porte capricciose. È un massacro che non fa rumore solo con le esplosioni, ma con il silenzio che lentamente la avvolge.
E tuttavia, accanto a tutto questo, c’è ancora chi insiste nel ripetere che “Israele ha il diritto di difendersi”. È una formula che ritorna come un ritornello, rassicurante per chi la pronuncia e crudele per chi la subisce. Ma difendersi da chi? Dai neonati avvolti nelle coperte? Dai bambini che giocavano tra le tende di al-Mawasi? Dai medici che corrono verso i feriti? Da quei pochi giornalisti che cercano di documentare ciò che sta accadendo? Da chi, esattamente?
La domanda resta sospesa nell’aria, pesante come una pietra, e meriterebbe una risposta che raramente arriva.
In questo divario tra realtà e discussione risuona, più attuale che mai, la frase di Ovidio: “Una cosa cattiva diventa peggiore, se la si vuole difendere.”
Per questo varrebbe la pena fermarsi un momento e informarsi davvero senza accontentarsi delle versioni comode. Nulla è finito. Fingere che lo sia significa solo rendere più facile l’oblio di chi continua a soffrire.
( “L’urlo di Gaza”, opera realizzata dall’artista tunisino Omar Esstar )
#Gaza
#gazadimenticata

Non ho seguito né seguirò le Olimpiadi, soprattutto dopo aver letto lo sfogo di Ghali, invitato, a quanto pare, più per rappresentare un’idea di inclusione che per reale considerazione. Stamattina ho appreso che, mentre recitava una celebre poesia di Rodari sulla pace, le telecamere lo hanno sfiorato appena, senza concedergli un’inquadratura ravvicinata, né è stato menzionato, come se non fosse mai esistito. Un paio di giorni prima della cerimonia d’apertura, aveva affidato ai social una lettera amara, lasciando intendere che gli fosse stato persino negato il diritto di cantare l’inno nazionale.
D’altronde, durante lo spettacolo più seguito d’Italia, Ghali aveva osato pronunciare la parola “genocidio” riferendosi a Gaza. Questo, evidentemente, era da considerare imperdonabile: meglio evitare qualunque occasione di riflessione. Non a caso, il ministro dello Sport si è premurato di chiarire che, in quell’esibizione alle Olimpiadi, non sarebbe stato in alcun modo veicolato il pensiero dell’artista.
Intanto, osservando tutto questo, viene da pensare a quanto malinconica, e un po’ meschina, sia la piega che sta prendendo questo paese e, a parte rari casi, il mondo occidentale.
Ed ecco, intanto, lo sfogo di Ghali — ormai dilagato in rete e diventato impossibile da ignorare.
|Lo so.
So quando una voce viene accettata.
So quando viene corretta.
So quando diventa di troppo.
So perché vogliono uno come me.
So anche perché non mi vorrebbero.
So perché mi hanno invitato.
So anche perché non ho più potuto cantare l’inno d’Italia.
So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace.
So che poteva contenere più di una lingua.
So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo.
So che un mio pensiero non può essere espresso.
So anche che un mio silenzio fa rumore.
So che è tutto un Gran Teatro.|
( 📸 da Pinterest )
#Ghali
#OlimpiadiMilanoCortina
#discriminazioni

[Quando ormai la malattia gli aveva tolto ogni illusione sul futuro, l’ultimo libro che il grande scrittore Mario Rigoni Stern volle tenere accanto a sé fu “L’idiota” di Dostoevskij. Forse lo rilesse per ritrovare un passo in cui il condannato a morte riflette sull’esistenza pochi istanti prima dell’esecuzione. Dostoevskij mostra, infatti, come, di fronte alla morte imminente, ogni minuto si dilati fino a diventare infinito, rivelando il valore bruciante di ciò che di solito sprechiamo senza pensarci, schiacciati dalle incombenze quotidiane in un mondo che ci chiede di correre sempre più in fretta.]
|Gli restavano da vivere cinque minuti, non di più. Egli diceva che quei cinque minuti gli erano parsi interminabili, una ricchezza enorme. Gli pareva che in quei cinque minuti avrebbe vissuto tante vite, che per il momento non bisognava ancora pensare all’ultimo istante, cosicché prese varie risoluzioni: calcolò il tempo occorrente per dire addio ai suoi compagni, e per quello stabilì due minuti, altri due minuti per pensare un’ultima volta a se stesso, e poi per guardarsi intorno un’ultima volta. Ricordava molto bene che aveva preso proprio queste tre decisioni, e che aveva calcolato esattamente in quel modo. Moriva a ventisette anni, pieno di salute e di forza, e ricordava che, dicendo addio ai suoi compagni, aveva fatto a uno di essi una domanda abbastanza banale, e si era anche molto interessato alla risposta. Poi, quando ebbe dato l’addio ai compagni, giunsero quei due minuti che egli si era assegnato per dire addio a se stesso; sapeva in anticipo a che cosa avrebbe pensato: aveva sempre desiderato immaginare con la maggior rapidità e chiarezza possibili come mai potesse accadere quella cosa, per cui in quel momento egli esisteva e viveva, e di lì a tre minuti sarebbe stato nulla, qualcuno o qualcosa, ma chi? Dove? Tutto ciò egli pensava di risolverlo in quei due minuti! Poco lontano di lì c’era una chiesa, e il suo tetto dorato scintillava sotto il sole fulgido. Ricordava di aver fissato con terribile ostinazione quel tetto e i raggi che di là si irradiavano. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quei raggi: gli pareva che essi fossero la sua nuova natura, e che di lì a tre minuti si sarebbe in qualche modo fuso con essi. L’incertezza e la repulsione per quella nuova cosa che sarebbe diventato, e che stava per sopraggiungere, erano orribili, ma egli diceva che in quel momento nulla era stato più penoso del pensiero incessante: “se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”. Diceva che alla fine quel pensiero s’era tramutato in una tal rabbia, che ormai desiderava che lo fucilassero al più presto.|
( 📸 da Pinterest )

|Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell’immaginazione.
Quando il cielo lassù è solo rosa e i tetti sono solo neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità, ma una verità senza valore, sul mondo.
Io desidero quello spirito di sintesi, quella forza “plasmante” che germoglia, prolifica e crea mondi suoi con più inventiva di Dio.
Se sto seduta ferma e non faccio niente, il mondo continua a battere come un tamburo lento, senza senso.
Dobbiamo muoverci, lavorare, fare sogni da realizzare; la povertà della vita senza sogni è troppo orribile da immaginare: è il peggior tipo di pazzia.|
– Sylvia Plath
( Foto da Pinterest )

[ Se ognuno vedesse chiaramente l’infimo spazio che occupa nella società – e nell’universo – le cose andrebbero benissimo. Ma poiché ognuno vive come se fosse il centro di tutto, le cose non possono che andare male. La modestia, se fosse possibile, e se fosse compatibile con la vita, sarebbe l’unica risorsa. Ma bisognerebbe poi che fosse vissuta da tutti, il che è impensabile. Si direbbe che un vivo è vivo soltanto perché non può essere modesto. Sommuovere una società significa risvegliare la megalomania che è più o meno assopita nel cuore di ognuno.|
– Emil Cioran ( 1911-1995 )
[Emil Cioran è stato un pensatore fuori dagli schemi, uno di quei rari autori che non cercano di spiegare il mondo ma di smascherarlo. Nato tra le montagne della Romania e poi trasferitosi a Parigi, scelse il francese come lingua e il dubbio come patria. Nei suoi libri non troviamo sistemi filosofici né consolazioni, ma frasi brevi, limpide, spesso spietate, che mettono a nudo le illusioni con cui gli uomini si rassicurano. Cioran osservava l’esistenza con lo sguardo di chi non si lascia incantare, ma neppure smette di interrogarsi. Leggerlo significa accettare un dialogo senza sconti, in cui l’ironia convive con il pessimismo e la lucidità diventa, paradossalmente, una forma di libertà.]
#EmilCioran
( 📸 da Pinterest )

Il lusso di fermarsi
|A volte il vero riposo non ha bisogno di valigie pronte o mete lontane. Non richiede voli, programmi perfetti o esperienze straordinarie da raccontare. A volte il riposo autentico è restare a casa, chiudere la porta al rumore del mondo e concedersi il lusso semplice di non dover dimostrare nulla.
Preparare qualcosa da mangiare con calma, ascoltare il suono leggero di ciò che cuoce, sedersi senza fretta. Spegnere il telefono. Lasciare che il silenzio riempia gli spazi. In un’epoca in cui tutto corre, scegliere di rallentare diventa un atto quasi rivoluzionario.
In quei momenti non ci sono aspettative, né pressione. C’è solo il respiro che si fa più regolare, i pensieri che smettono di rincorrersi e trovano finalmente un ritmo più umano. È una pausa breve, forse, ma capace di restituire lucidità, forza, presenza. Come se l’anima avesse bisogno di quei piccoli intervalli per rimettersi in equilibrio.
Perché il vero lusso non è fare di più. È concedersi il permesso di fermarsi. E scoprire che, nel silenzio, si nasconde una forma profonda di libertà.|
Autore sconosciuto
( Immagine da Pinterest )

Quando si volge lo sguardo all’indietro, verso quella regione nebbiosa che chiamiamo passato, capita di provare un turbamento simile a quello di chi scopre d’aver dissipato un patrimonio senza accorgersene. È la sensazione che traspare da queste righe, dove il tempo perduto appare come una colpa più che come un rimpianto, e l’esame di coscienza assume il tono severo di una confessione. Scrive Fëdor Dostoevskij:
“Quando guardo al passato e penso a quanto tempo è stato sprecato invano, quanto tempo fu perso in illusioni, in errori, nell’accidia, nell’ignoranza di come vivere, quanto poco valore diedi al tempo, quanto spesso ho peccato contro il mio spirito, il mio cuore sanguina. La vita è un dono, la vita è felicità, ogni minuto potrebbe essere stato un’epoca di felicità. Si jeunesse savait! Ora, mentre la mia vita cambia, rinasco in una nuova forma.“
Parole affidate alla carta in un momento estremo, quando la condanna a morte rende ogni riflessione definitiva, ogni pensiero irrevocabile. Dostoevskij era stato giudicato colpevole di aver preso parte al circolo Petrasevskij, un gruppo di discussione intellettuale che l’autocrazia zarista considerò sovversivo: bastarono letture proibite, idee ritenute pericolose, e l’ombra della Siberia si trasformò in un plotone d’esecuzione. Il 22 dicembre 1849 la sentenza fu letta, i condannati condotti davanti ai fucili già pronti; poi, all’ultimo istante, giunse la grazia dello zar Nicola I, che commutava la pena capitale nei lavori forzati.
Sono tratte dalla raccolta: “Lettere e reminiscenze” e appartengono alla lettera che l’immenso scrittore russo indirizzò al fratello Michail proprio quel giorno. Qui la letteratura non è esercizio di stile: è coscienza allo stato puro, nuda davanti all’idea della fine e, subito dopo, davanti all’inatteso ritorno alla vita.
#fedordostoevskij
( 📸 da Pinterest )

Viviamo in un paese in mano ad una oligarchia
|Viviamo in un paese in mano ad una oligarchia ultraliberista con evidenti derive fasciste, senza alcun rispetto per lo stato e le istituzioni. Chi governa è solo un megafono costante di questi interessi, non si affrontano i problemi reali con cui le persone quotidianamente sono costrette a confrontarsi.
Per ogni situazione la parola magica è “privatizzazione”. Uno stato che mira a distruggere se stesso. I privati entrano e trasformano servizi in profitto a svantaggio della collettività. Le liste d’attesa per visite specialistiche sono un perenne regalo alle multinazionali sanitarie e alle assicurazioni, non un miglioramento delle condizioni di vita dei pazienti.
E così si vuole continuare con la scuola pubblica, confermando il processo di impoverimento culturale e sviluppo sociale. Pezzo a pezzo le istituzioni scolastiche sono state private dei mezzi e delle strutture così da convincere che solo i privati possono salvarla.
Un paese così è destinato al declino, all’incapacità di garantire a tutti i principi costituzionali. Un paese che costringe i suoi cittadini alla costante lotta alla sopravvivenza a vantaggio di un’aristocrazia finanziaria predatoria e disumana.
Proviamo a cambiare rotta, proviamo a riprenderci lo stato sociale, proviamo a fermare questa deriva. Uomini e idee possono cambiare il mondo, non è mai troppo tardi.|
🖋️𝓜𝓪𝓻𝓲𝓸 𝓩𝓲𝓽𝓸
#MarZito #VersoLibero #Poesia #Strappi #LeMezzelane
#ultraliberismo
#oligarchia
#poveraitalia
( 📸 da Pinterest )

«Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci? Tutto ciò è oggettivamente mostruoso…»
Intervistatore: «Sì vabbè, ma ormai è irreversibile la situazione!»
Silvano Agosti:
«Sì, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è tipico dello schiavo, no?! Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.
Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te che gli avrà detto: “Eh sì! sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno… e come farai a spiegarlo a tutti gli esseri umani?” e lui: “Non è affar mio, signori!”
“Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”… hai capito?
Perché tutto l’Occidente vive in un’area di beneficio perché sta rubando otto decimi dei beni del resto del mondo.
Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci televisione e macchina, no! È un sistema politico che sa rubare otto decimi a tre quarti di mondo e dà un po’ di benessere a un quarto di mondo, che siamo noi.
Quindi, signori miei, o ci si sveglia, o si fa finta di dormire, o bisogna accorgersi che siete tutti morti!»
Intervista radiofonica a Silvano Agosti condotta da Fabio Volo.
( Immagine da Pinterest )
#schiavitumoderna

|Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati.
Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio che un cuore d’inverno.
Ho imparato, e in questo ha ragione mia madre, che è possibile amare due persone contemporaneamente.
A volte succede: ed è inutile resistere, negare o combattere.|
Da “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek.
( 📸 da Pinterest )

Tre anni sono trascorsi da quella notte fra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando a pochi metri dalla riva calabrese di Cutro un fragile legno carico di speranze si spezzò.
A bordo c’erano circa duecento persone; almeno novantaquattro non arrivarono mai a toccare la sabbia, fra loro molti bambini. La costa era lì, visibile, quasi promessa. Eppure non bastò.
Non mancarono gli allarmi, né i segnali di pericolo. Mancò, secondo l’accusa, la scelta decisiva: trattare quella segnalazione come un’urgenza di salvataggio e non come un’operazione di controllo.
Oggi un tribunale dovrà stabilire se ritardi e valutazioni errate abbiano trasformato un rischio in tragedia. Sei funzionari sono sotto processo con imputazioni pesanti, mentre decine di sopravvissuti e familiari delle vittime chiedono verità.
Le convenzioni internazionali, del resto, non sono poesia diplomatica: impongono di intervenire quando il mare minaccia vite umane.
Ma Cutro non appartiene soltanto alle aule giudiziarie. È anche lo specchio di una linea politica che, negli anni, ha privilegiato la difesa delle frontiere alla difesa delle persone con restrizioni alle navi di soccorso, porti assegnati a grande distanza, procedure accelerate e rimpatri rafforzati. Così il Mediterraneo continua a essere un confine liquido e mortale, dove chi parte lo fa perché non dispone di alternative.
Il processo chiarirà colpe individuali. Ma impedire che il mare restituisca altri nomi alla cronaca non dipende dai giudici: è una decisione che spetta alla politica, cioè alla volontà di scegliere se il confine debba essere prima di tutto una barriera o un luogo di salvezza.
( 📸 da Pinterest )
#StragediCutro

“Disse la vecchia guaritrice dell’anima:
Non fa male la schiena, fa male il carico.
Non fanno male gli occhi, fa male l’ingiustizia.
Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia.
Non fa male lo stomaco, fa male quello che l’anima non digerisce.
Non fa male il fegato, fa male la rabbia.
Non fa male il cuore, fa male l’amore.
Ed è proprio lui,
L’amore stesso,
Che contiene la più potente medicina.“
– Ada Luz Màrquez
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