Parlare di Miguel de Cervantes, uno dei più grandi scrittori della letteratura universale, significa entrare in una vita piena di contrasti: gloria e miseria, sogni e disillusioni, risate e malinconia. È quasi inevitabile pensare a lui come all’autore del “Don Chisciotte della Mancia“, ma dietro quel libro c’è un uomo che ha conosciuto il mare, la guerra, la prigionia, la povertà e, soprattutto, l’arte di osservare il mondo con occhio ironico e compassionevole.
Pur non essendo stato un autore fortunato in vita, né un uomo circondato dal successo, è riuscito a trasformare le sue ferite e i suoi fallimenti in parole immortali. Con la sua opera nota in tutto il mondo, il “Don Chisciotte della Mancia“, ci consegna un libro che non appartiene solo alla Spagna del Seicento, ma a chiunque si interroghi sul senso di sognare, sbagliare, rialzarsi e continuare.
La sua lezione è chiara: anche quando il mondo ci schiaccia, vale sempre la pena affrontarlo con un pizzico di follia.
Lo stile di Cervantes colpisce perché non ha paura di mescolare registri. Passa dal tono elevato al proverbio popolare, dalla solennità alla barzelletta. Gioca con le voci, con i narratori, con la struttura stessa del racconto. È un autore che non pretende di dare certezze, ma che si diverte a mostrare quanto la realtà sia ambigua e scivolosa.
La sua ironia è il tratto distintivo. Non è mai un sarcasmo amaro: è piuttosto un sorriso indulgente verso la follia umana. Ridiamo di Don Chisciotte, ma nello stesso tempo ci riconosciamo in lui. E questo doppio movimento – comicità e compassione – è ciò che rende Cervantes sempre attuale.

“Sono don Chisciotte, e la mia professione è quella di cavaliere. Le mie leggi sono sciogliere i torti, elargire il bene ed evitare il male. Fuggo dal dono della vita, dall’ambizione e dall’ipocrisia, e cerco per la mia gloria il sentiero più angusto e difficile. È forse da sciocchi?“
Il nucleo centrale del pensiero di Cervantes si evidenzia principalmente nello scontro tra sogno e realtà. Don Chisciotte vive nel mondo delle illusioni, Sancio Pancia lo riporta continuamente con i piedi per terra. Uno guarda le stelle, l’altro guarda il fango. Eppure è proprio dalla tensione tra i due che nasce la verità più profonda: gli esseri umani hanno bisogno tanto della fantasia quanto del pragmatismo.
Altro tema forte è la dignità dei marginali. Cervantes conosce in prima persona l’esperienza della prigionia, della povertà, del fallimento. Non scrive da vincitore, scrive da sopravvissuto. Per questo nei suoi libri compaiono servi, galeotti, prostitute, contadini, figure spesso invisibili nella grande letteratura ufficiale. E sono loro, più dei potenti, a portare in scena l’umanità vera.

– Dove, sono i giganti? disse Sancio Pancia.
– Quelli che vedi laggiù, rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe.
– Guardi bene la signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino.
— Ben si conosce, disse don Chisciotte, che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.
Nato ad Alcalá de Henares, probabilmente il 29 settembre del 1547, in un periodo storico denominato “El Siglo de Oro” in cui la Spagna vive un periodo di splendore politico: l’imperatore Carlo V e Filippo II governano l’Europa e i mari. Più tardi, nella sua maturità, Cervantes assiste al declino e al deterioramento di quell’impero con l’inizio del XVII secolo, il periodo barocco. Il nostro autore incarna così gli aspetti letterari più importanti del Rinascimento e ci introduce pienamente nel periodo barocco. Tuttavia la sua famiglia non ha nulla di regale: il padre è un chirurgo barbiere che guadagna poco e deve spostarsi continuamente per cercare lavoro. Miguel cresce quindi tra instabilità e precarietà. Forse è proprio questo continuo “non avere un posto” che gli dà quello sguardo mobile e ironico che ritroveremo nei suoi libri.

“Il sangue si eredita, ma la virtù si acquista, e la virtù vale di per sé quel che il sangue non vale.“
Da giovane sceglie di intraprendere la carriera militare. Combattere per la corona significa guadagnarsi onore, e lui partecipa alla battaglia di Lepanto nel 1571. Qui si distingue, ma viene gravemente ferito: perde quasi del tutto l’uso della mano sinistra. Invece di viverla come una sconfitta, ne fa un motivo d’orgoglio, e si definisce “il monco di Lepanto“, accetta la menomazione e la trasforma in un simbolo.
Il peggio, però, deve ancora venire; al ritorno in Spagna, la sua nave viene abbordata dai pirati turchi. Cervantes e suo fratello Rodrigo sono catturati e vengono venduti come schiavi ad Algeri. Tenta di fuggire diverse volte, ma senza successo, e vi rimane fino al 1580.
La sua famiglia cerca di raccogliere il denaro del riscatto. Quando, dopo ardui sforzi, ci riesce, questo si rivela insufficiente per liberare i due fratelli; Miguel preferisce che suo fratello resti libero. Nel maggio del 1580, i sacerdoti mercedari e trinitari, ordini religiosi dedicati alla liberazione dei prigionieri, arrivano ad Algeri: i due fratelli vengono liberati. Ci si aspetterebbe che al suo ritorno trovi onori e ricompense, ma la realtà è opposta: nessuna medaglia, nessun riconoscimento, solo nuove difficoltà economiche e problemi giudiziari. Nel mese di ottobre fa ritorno in Spagna, approdando al porto di Denia e poi a Valencia. Il mese successivo rientra a Madrid.
La sua famiglia si trova in una situazione finanziaria difficile a causa degli sforzi compiuti per ottenere i riscatti.
La vita sentimentale di Cervantes non ha il sapore delle grandi passioni letterarie. Ha una figlia illegittima, Isabel, nata da una relazione con Ana de Villafranca, una donna già sposata, e qualche anno dopo sposa Catalina de Salazar, una giovane di famiglia agiata. Ma il matrimonio non sembra portare gioia né stabilità. La sua esistenza resta segnata più dai debiti che dagli affetti. Forse anche per questo, nei suoi libri l’amore appare sempre filtrato da ironia e disincanto: non un assoluto, ma una commedia umana fatta di nobiltà e ridicolo insieme.

Ancora oggi viene solamente ricordato come l’autore del “Don Chisciotte della Mancia“, pubblicato in due parti nel 1605 e nel 1615, ma la sua produzione è ben più ricca e variegata. Da sottolineare che non è un caso se la lingua spagnola viene ancora chiamata “la lengua de Cervantes”: il suo stile cristallizza uno spagnolo vivo, limpido e universale, al punto da diventare un punto di riferimento culturale eterno. Fissa un modello di lingua limpida, flessibile, in grado di unire la parola colta e quella popolare. La sua prosa è chiara e potente, ancora oggi leggibile senza sforzo e amata sia dai madrelingua che dagli stranieri che studiano lo spagnolo. Come Dante Alighieri per l’italiano o William Shakespeare per l’inglese, Cervantes diventa il simbolo della lingua castigliana. Non è dunque solo un autore, ma un fondatore.
La sua carriera letteraria prende il via con “La Galatea” (1585), un romanzo pastorale. Il genere è molto in voga nel Cinquecento: pastori idealizzati che cantano amori e dolori in paesaggi idilliaci. L’opera non gli dà fama, ma rivela la sua capacità di sperimentare la narrativa.
In quegli stessi anni Cervantes si dedica anche al teatro. Scrive tragedie e commedie come “La Numancia” e “El trato de Argel” (ispirata alla sua esperienza di prigionia). Ma il palcoscenico è dominato da altri autori, e Cervantes non riesce a imporsi: molte delle sue opere teatrali restano poco rappresentate.
Nel 1605 Miguel de Cervantes pubblica la prima parte del “Don Chisciotte della Mancia“. L’idea di partenza è semplice: prendere in giro i vecchi romanzi di cavalieri, ormai sorpassati. Ma quello che nasce va ben oltre la parodia. Al centro c’è un gentiluomo di campagna che, dopo troppe letture cavalleresche, perde il contatto con la realtà e si convince di essere un paladino errante. Monta in sella al suo cavallo spelacchiato, Ronzinante, e parte per avventure tanto ridicole quanto irresistibili.
Accanto a lui c’è Sancho Panza ( Sancio Pancia ), lo scudiero che sogna ricompense concrete (magari un’isola da governare) e che con la sua saggezza popolare diventa il contrappunto perfetto all’entusiasmo visionario del padrone. È in questa coppia che nascono gli episodi più famosi: il combattimento contro i mulini a vento scambiati per giganti, le battaglie inventate di sana pianta, l’amore idealizzato per Dulcinea, donna che Don Chisciotte vede come una regina ma che, in realtà, ignora persino la sua esistenza. È un successo immediato e, sebbene l’autore non riesca a sfuggire alla povertà, le entrate gli permettono di pubblicare altre opere.

“Pensare che le cose di questa vita abbiano da durar sempre ferme in un punto è pensare inutilmente; sembra anzi che la vita giri tutto a tondo, vo’ dire torno torno: la primavera segue l’estate, l’estate l’autunno, l’autunno segue l’inverno, l’inverno la primavera, e così torna il tempo a roteare ininterrottamente; sola la vita umana corre alla sua fine più veloce del vento, senza aspettare di rinnovarsi, se non sia nell’altra che non ha confini che la limitino.“
Dieci anni dopo, nel 1615, esce la seconda parte. Qui Cervantes è ormai consapevole del successo ottenuto e alza ancora l’asticella: gioca con i livelli narrativi, inserisce richiami alla prima parte e riflette apertamente sul senso della letteratura. Il romanzo diventa un grande specchio, dove realtà e finzione si confondono.

“La libertà è uno dei doni più preziosi dal cielo concesso agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini.”
Oggi possiamo dirlo senza alcun dubbio: con il Don Chisciotte nasce il romanzo moderno. Non più una storia lineare, ma un’opera capace di tenere insieme comico e tragico, filosofia e quotidianità, fantasia e realismo.
Don Chisciotte non è solo un personaggio buffo e idealista, ma un intellettuale che si ostina a vedere giganti dove ci sono mulini. In lui si riflette qualcosa di molto più profondo: il conflitto che ogni essere umano porta dentro di sé. Da una parte c’è il desiderio di vivere nel mondo delle idee, degli ideali e dei sogni; dall’altra la realtà, che ogni giorno ci richiama all’ordine con la sua durezza e le sue regole.

Il cavaliere della Mancia incarna proprio questo contrasto. Nelle sue follie vediamo la forza dell’immaginazione, la capacità di credere che la vita possa avere un senso diverso e più alto. Ma nello stesso tempo assistiamo al suo continuo scontro con il quotidiano, che non perdona e che spesso lo ridicolizza. Proprio per questa ragione ci immedesimiamo spesso in lui. Tutti noi che vorremmo vivere in un mondo diverso, in un mondo giusto e veniamo spesso derisi per il solo fatto di distinguerci da una massa dormiente che aspira solo al divertimento e a “godere” di beni materiali a scapito di chi “arranca dentro a una fossa” ( Claudio Lolli ).

Ed è proprio in questo fallimento che si nasconde la sua grandezza: Don Chisciotte ci ricorda che senza sogni non si vive davvero. La sua storia è un invito a non rinunciare del tutto all’illusione, anche se sappiamo che prima o poi la realtà ci presenterà il conto. È lì, in quella tensione mai risolta tra ideale e concreto, che lo scrittore mette a nudo la fragilità e la dignità dell’uomo.

“Sappi, o Sancho, che tutte queste burrasche che ci capitano son segni che presto il tempo dovrà voltare a sereno e le cose dovranno andarci bene; perché non è possibile che il male e il bene siano durevoli, e da ciò consegue, che essendo durato molto il male, il bene è ormai vicino.”
Miguel de Cervantes muore a Madrid di diabete il 22 aprile del 1616.
La sua opera influenzerà autori di tutto il mondo (Goethe, Thomas Mann, Stendhal, Flaubert, Miguel de Unamuno, Ortega y Gasset) e tanti altri autori che lo prenderanno come modello e ispirazione.

— Tu mi sembri d’ingegno — disse don Chisciotte.
— Quindi disgraziato — rispose Ginesio; — perché sempre perseguitano il bell’ingegno.
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