Ernest Hemingway, un uomo alla ricerca dell’uomo.

«Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi. Se non siete fra questi potete esser certi che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura».
Vincitore del premio Nobel per la letteratura, il tormentato scrittore e giornalista statunitense Ernest Hemingway crea un nuovo stile di scrittura, denominato “Iceberg Theory“, che pone la sua attenzione su elementi apparentemente superficiali, evitando di esprimere in modo esplicito le problematiche affrontate. La sua prosa è subito riconoscibile per l’energia del linguaggio, l’uso essenziale degli aggettivi e l’utilizzo di frasi brevi e ritmiche su cui si concentrano azioni, piuttosto che riflessioni. Hemingway ritiene infatti che il significato più profondo di una storia non dovrebbe essere facilmente compreso, ma dovrebbe risplendere implicitamente. Alcuni critici sostengono che lo scrittore abbia usato questo metodo stilistico non solo per la sua esperienza nel giornalismo, in cui la capacità di sintesi gioca un ruolo fondamentale, ma anche per allontanarsi dai personaggi creati.
L’etichetta di scrittore “semplice”, che ancora oggi gli viene talvolta inflitta, è piuttosto superficiale; Hemingway revisiona in modo ossessivo il proprio lavoro, operando un’accurata selezione degli elementi indispensabili per raccontare la storia ed eliminando così i dettagli non essenziali. Il risultato di questo duro lavoro è una prosa molto originale che riduce al minimo le parole, sintatticamente semplice, priva di fronzoli e con dialoghi concisi.


Mai ridondante ed eccessivo, si avvale qualche volta della tecnica narrativa del “flusso di coscienza“, adottata da James Joyce e da Virginia Woolf, perfeziona in modo magistrale la creazione di dialoghi realisti in cui prevale il “non detto“, mostrando i limiti della comunicazione umana e talvolta mettendo in risalto il modo di parlare dei personaggi creati, ritenendolo molto più importante di quello che dicono. Come egli stesso sostiene, la forza di una storia proviene da quello che viene omesso e, a tal proposito, esemplifica l’originalità della sua tecnica con il noto esempio dell’iceberg: di esso vediamo solamente quell’ottavo che emerge dall’acqua, ma sono i sette ottavi sommersi a dargli forza e maestosità.

Nonostante l’introspezione sia ridotta al minimo indispensabile e prevalga la sequenza dialogo-azione-dialogo-azione, Hemingway riesce a raccontare in modo semplice anche il personaggio più complesso, la più inafferrabile delle emozioni o la più difficile delle situazioni, mostrando un’abilità geniale nella caratterizzazione dei personaggi. Non elabora gli eventi perché desidera essenzialmente raccontare i fatti così come sono, anche nella loro brutalità, e seleziona accuratamente ciò che un personaggio sceglie di dire, lasciando appena intuire l’aspetto più importante del linguaggio umano: quel “non detto” che ne mette in luce il conflitto interiore. A volte il suoi personaggi dicono solamente ciò che ritengono l’altro voglia sentirsi dire, riuscendo a catturare la complessità della comunicazione umana attraverso la sottigliezza e l’implicazione diretta del discorso.


Il poeta americano Archibald MacLeish scrisse così a proposito di Hemingway: «[…] la sua opera rifletteva sinceramente e senza retorica i vizi,  le virtù e l’essenziale umanità delle persone tra le quali egli era vissuto […] la forza e la vivacità dei suoi scritti è stata talmente potente da riuscire ad infrangere le barriere del linguaggio e la nebbia delle mistificazioni».
Altro genio indiscusso della cosiddetta “Generazione perduta“, che annovera giganti della letteratura del calibro di Francis Scott Fitzgerald, John Steinbeck, Henry Miller e Thomas Eliot, le sue opere sono oggi considerate vere e proprie pietre miliari della letteratura mondiale e la sua vita, straordinariamente avventurosa e ricca di viaggi, conflitti e relazioni amorose, fatica ad essere associata a quella del comune scrittore davanti ad una scrivania e ad un foglio bianco da riempire. A volte, se vediamo una sua foto dinnanzi ad una macchina da scrivere, ci domandiamo come sia riuscito a trovare il tempo per donarci opere di simil valore.


Nelle sue produzioni emerge quasi sempre il modello dell’uomo coraggioso, che ritiene naturale agire per compiere un dovere, qualunque sia il prezzo da pagare. Lo stesso scrittore cerca di condurre la propria esistenza come i personaggi ideali che crea, cercando sempre di dare un’immagine di sé audace, combattiva ed incapace di piegarsi a qualsiasi angheria. Pienamente convinto di essere in grado di discernere ciò che è eticamente corretto da ciò che è sbagliato e che non reca miglioramenti alcuni alla società, destina le figure negative e vigliacche che appaiono nei suoi scritti ad una vita triste e prevedibile.


Appassionato di corride, sfide di caccia e di pesca, non esita mai a prendere a pugni chiunque lo offenda. Amante del rischio e dell’avventura, si compiace dell’attrazione esercitata sulle donne e dona al suo alto consumo di alcool una luce eroica e leggendaria. Le tematiche che Hemingway affronta nei suoi libri riguardano principalmente la natura, la guerra, la passione, l’amore e la morte. La relazione tra l’uomo e la natura vede quest’ultima “invincibile” e, sebbene l’uomo faccia di tutto per opporsi ad essa, è costretto sempre ad arrendersi dinnanzi alla sua smisurata forza. Consapevole di essere indifeso dinnanzi alla sua potenza, l’uomo esprime la sua grandezza con il coraggio di accettare con dignità il proprio destino e col nutrire un grande rispetto verso qualsiasi avversario lotti con onore contro una natura impossibile da sconfiggere e guardando oltre l’istinto di sopravvivenza insito in tutti noi. Uomini e animali.

Ma non è solo il tema del rapporto uomo-natura a predominare nelle sue opere. Hemingway racconta anche la violenza e la brutalità della guerra non solo perché il suo animo, estremamente sensibile, viene oltraggiato dalla crudeltà vista nei campi di battaglia, ma anche perché affascinato da questo argomento che racchiude numerose tematiche su cui riflettere e indaga sugli stati emotivi estremi degli uomini durante azioni di particolare tensione psicofisica. Non vi è alcuna poesia in un atto così ripugnante come la guerra e il nostro scrittore racconta infatti i dettagli più agghiaccianti in modo asciutto e realista.


Tuttavia riesce a capovolgere gli stereotipi della narrativa di guerra evidenziando che, a differenza di ciò che molti raccontano, il combattente non diventa affatto abbrutito da ciò che i suoi occhi vedono e, prima di qualsiasi azione bellica, prende il sopravvento la solidarietà nei confronti degli altri dinnanzi ad una vita priva di senso, così come spesso sottolinea il nostro autore nei dialoghi che crea. Emergono proprio nei momenti più duri quei sentimenti di fratellanza, amore e passione che spesso teniamo nascosti per difenderci dalle amarezze della vita.


L’ opera di Hemingway sembra insinuarsi quasi di nascosto in un’esistenza piena e appassionata in perenne sfida contro la morte. La sua è una letteratura che si tramuta in un’emanazione della sua vita, lasciando emergere le incoerenze di un uomo tormentato, in continuo confronto con un con un mondo che amplifica il suo tormento esistenziale e quel senso di impotenza che lo accompagnerà per tutta la vita. Così come succede ai suoi eroi, sprezzanti del pericolo e volti a vivere un’esistenza vissuta, lottatori sconfitti dalla vita, mai vili o «vincitori che nulla ricavano dalla loro vittoria». Uomini che vivono in modo vero e che non si perdono nell’anonimato della massa conformista.


Nato il 21 luglio del 1899 a Oak Park, un sobborgo di Chicago, Ernest Hemingway eredita dal padre, un medico proprietario di una fattoria situata nei boschi del Michigan, l’amore per lo sport, la caccia, la pesca, l’avventura e la vita all’aria aperta. La madre, un’aspirante cantante lirica, cerca di farlo appassionare allo studio della musica. La sua infanzia trascorre nel Michigan a stretto contatto con la natura, aiutandolo così a sviluppare l’abitudine di vivere in modo solitario, facendo a meno delle comodità. Sin da bambino impara a praticare diversi sport, fra i quali esercita una profonda attrazione in lui, dopo essere stato derubato da alcuni compagni, il pugilato. Una passione sorta non solo perché vuole imparare presto a difendersi, ma anche per l’irresistibile attrazione verso le sfide e le forti emozioni che ne derivano.


Studente molto brillante, nella sua carriera scolastica è decisivo l’incontro con due insegnanti che lo incoraggiano a coltivare il suo amore per la scrittura. Dopo aver conseguito il diploma, nel 1917, nonostante i tentativi del padre di convincerlo ad iscriversi all’università, e quelli della madre di studiare musica, Ernest preferisce non continuare gli studi, iniziando già a mostrare le sue doti di giornalista presso il “Kansas City Star“, dove lavora come cronista. L’anno seguente, per un difetto all’occhio sinistro è impossibilitato ad arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti appena entrati in guerra. Tuttavia trova il modo di partecipare diventando autista di autoambulanze della Croce Rossa. Nello stesso anno viene gravemente ferito mentre tenta di salvare un soldato colpito e tale esperienza lo segnerà profondamente. Dopo aver ricevuto una medaglia d’argento al valore militare per il coraggio mostrato, nel 1919 torna a casa e viene accolto come un eroe.


Il suo temperamento inquieto non si placa e la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato lo perseguita continuamente. Soffre anche di insonnia e comincia a bere per sconfiggerla. S’immerge nella lettura e scrive. Invia alcuni racconti che non trovano alcun riscontro nel mondo dell’editoria. Le incomprensioni con i genitori, ogni giorno sempre più aspre, oltrepassano ogni limite al punto di spingere il padre, uomo debole e sopraffatto dalle pressioni della moglie, a cacciare di casa il figlio, accusandolo di essere inconcludente e sfaticato. Senza soldi e senza casa, Ernest è costretto a trasferirsi a Chicago, dove sarà ospitato dal fratello di un suo amico. Proprio in quella casa conoscerà Elizabeth Hadley Richardson, una giovane pianista sei anni più grande di lui che sposerà nel 1921, potendo fare affidamento sulla rendita annuale della ragazza, visto che con i suoi miseri guadagni da giornalista non è ancora in grado di mantenere una famiglia.

Elizabeth Hadley Richardson ed Ernest Hemingway nel giorno delle loro nozze.

La coppia sogna di andare a vivere in Italia, ma il noto scrittore Sherwood Anderson, consiglia loro di trasferirsi a Parigi, capitale indiscussa della cultura europea. Ernest, dopo alcuni soggiorni per motivi di lavoro in Spagna e in Svizzera, segue il consiglio dell’amico e si stabilisce a Parigi insieme alla moglie. Frequenta gli artisti e i letterati che fanno riferimento a Gertrude Stein, e conosce lo stimolante ambiente culturale parigino del periodo che influenzerà non poco la sua narrativa, inducendolo a riflettere sul linguaggio e indirizzandolo verso la rottura definitiva con gli schemi accademici.

Proprio a Parigi pubblica il suo primo libro, “Tre racconti e tre poesie” (1923), e assiste alla nascita del primo figlio. L’anno seguente sarà la volta di un altro libro, “Nel nostro tempo” (1924) e, tra il 1926 e il 1927, saranno pubblicati quei libri che, oltre a confermare il talento dello scrittore, riscuotono un enorme successo di pubblico e di critica, “Torrenti di primavera” (1926), “Fiesta” (1926) e “Uomini senza donne“.

Nello stesso anno divorzia da Elizabeth per convolare a nozze con Pauline Pfeiffer, una ricca amica della moglie ex redattrice della rivista parigina di “Vogue“. La coppia tornerà negli Stati Uniti nel 1928, stabilendosi a Key West, in Florida. Da Pauline Ernest avrà il secondo figlio. Ernest trascorre il tempo scrivendo, pescando e cacciando in Florida. Nel 1928 il padre, stremato da un male incurabile, si uccide sparandosi in testa. La tragedia di tale avvenimento lo spinge ancor più a maturare la consapevolezza di dover affrontare la vita come un’instancabile e perenne sfida con se stessi in un mondo privo di senso.
Nel 1929 viene pubblicato uno dei suoi libri più noti, “Addio alle armi“, e nasce il suo terzo figlio.
Il libro racchiude le tematiche più care a Hemingway: la guerra, la morte, l’amore e l’umanità sono infatti al centro della riflessione dell’autore.
Protagonista il giovane americano Frederic Henry, autista di un’ambulanza che presta servizio nei reparti sanitari dell’esercito italiano. Frederic s’innamora, ricambiato, di un’infermiera inglese, Catherine Barkley, e, quando viene ferito, la donna si trasferisce nello stesso ospedale in cui è ricoverato per prestargli le cure di cui ha bisogno. L’uomo però è costretto a tornare al fronte e si trova coinvolto nella drammatica ritirata di Caporetto.
Il giovane decide di disertare ricongiungendosi alla donna di cui è innamorato, condannando apertamente gli orrori e l’insensatezza della guerra.
Appare chiaro che il romanzo abbia tratto ispirazione dalla partecipazione dell’autore alla guerra, vissuta realmente durante il primo conflitto mondiale. Così come Frederic, Hemingway viene ferito ad una gamba e, durante la permanenza in ospedale si innamora della giovane infermiera Agnes von Kurowsky. La relazione tra i due, particolarmente burrascosa, induce la ragazza a mettere fine alla storia.
Il romanzo non si limita a narrare gli eventi amorosi e bellici; in esso è infatti racchiuso il pensiero di Hemingway sull’insensatezza della vita, appesa al filo sottilissimo della precarietà e di eventi, perlopiù creati dagli stessi uomini, di cui lo stesso uomo non riesce a comprenderne il significato. Gli unici istanti di pace si trovano nell’amore, il solo sentimento che riesce a dare un senso alla vita.
Pubblicato in Italia solo nel 1948 perché ritenuto antimilitarista dal governo fascista, grazie a Fernanda Pivano, che lo traduce clandestinamente nel 1943, sarà letto qualche anno prima da alcuni lettori. A causa di questo “reato”, Fernanda verrà incarcerata.

Ritenuto già ad appena trent’anni un patriarca della letteratura, lo scontroso e spesso attaccabrighe Hemingway, noto anche per il consumo smoderato di alcool, diventa ogni giorno più famoso e non sono pochi a chiamarlo “Papa“.
La sua passione per la corrida, evidente anche nel libro “Fiesta”, viene racchiusa nel romanzo “Morte nel pomeriggio” (1932), a cui seguirà l’anno seguente una raccolta di racconti dal titolo “Chi vince non prende nulla“. In quel periodo partecipa anche al suo primo safari in Africa, continente in cui trascorre i pochi momenti felici della sua vita.

Nel 1935 esce il romanzo, in cui lo stesso scrittore ne è protagonista, “Verdi colline d’Africa“.
Acquista una grande imbarcazione che recherà il nome di “Pilar”, celebre santuario spagnolo, e nello stesso tempo nome in codice della sua terza moglie.
L’anno seguente il mondo è sconvolto dall’esplosione della guerra civile spagnola. Hemingway, dopo aver completato il suo unico romanzo ambientato negli Stati Uniti, “Avere e non avere” (1937), parte come corrispondente di guerra della “North American Newspaper Alliance“.

Durante la permanenza in Spagna conosce la giornalista e scrittrice Martha Gellhorn, che diventerà la sua terza moglie dopo il divorzio da Pauline.
La coppia si trasferisce a Cuba, paese molto amato da Hemingway, dove scriverà il celeberrimo e struggente romanzo “Per chi suona la campana” (1940) da cui è stato tratto un film, anch’esso di enorme successo, interpretato da Gary Cooper e Ingrid Bergman.

Una scena del film “Per chi suona la campana” (1943), tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway. Diretto da Sam Wood, vede tra gli interpreti principali Ingrid Bergman e Gary Cooper.

Dopo la seconda guerra mondiale, ancora una volta corrispondente di guerra insieme a Martha, s’innamora della giornalista americana Mary Welsh, che conquista a suon di versi e che sposerà dopo aver ottenuto il divorzio dalla terza moglie (1946). Soggiorna molto tempo in Italia e a Venezia instaura una profonda amicizia con Adriana Ivancich, di appena diciannove anni. Da tale legame, dolce e paterno, Hemingway trarrà ispirazione per il romanzo, “Di là dal fiume e tra gli alberi” (1950), che però non entusiasma il suo ormai numeroso pubblico. Il successo internazionale giungerà ancora una volta appena due anni dopo con il commovente romanzo breve “Il vecchio e il mare“.

La storia del vecchio e povero pescatore cubano che riesce a catturare un enorme marlin dopo tre giorni di lotta, vende cinque milioni di copie in soli due giorni, ottiene il premio Pulitzer e nel 1954 il premio Nobel per la letteratura. Hemingway riprende ancora una volta ne “Il vecchio e il mare” il controverso rapporto tra l’uomo e la natura, usando il simbolismo del mare che, con la sua immensa potenza, riesce a rappresentare in modo efficace la natura invincibile. E la lotta di quell’ uomo coraggioso e pervicace diventa a sua volta simbolo di quella stessa natura di fronte alla quale siamo e ci sentiamo spesso impotenti. Il senso di colpa che si annida nel monologo del pescatore è particolarmente significativo e mostra ancora una volta l’impossibilità dell’uomo di cambiare la natura: «È stupido non sperare, pensò. E credo che sia peccato. Non pensare ai peccati, pensò. Ci sono abbastanza problemi adesso, senza i peccati. E poi non riesco a capirli. Non riesco a capirli e non sono certo di credervi. Forse è stato un peccato uccidere il pesce. Credo proprio che sia così, anche se l’ho fatto per vivere e per nutrire molta gente. Ma allora tutto è un peccato. Non pensare ai peccati. È troppo tardi per pensarci e c’è chi è pagato apposta per farlo. Lascia che ci pensino loro. Tu sei nato per fare il pescatore e il pesce è nato per fare il pesce».

Una scena del film “Il vecchio e il mare” (1958), tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway. Il film, diretto da John Sturges, è stato interpretato da Spencer Tracy.

Non potrà ritirare il Nobel vinto a causa delle ferite riportate in due incidenti aerei. Quando infatti gli annunciano la vittoria, lo scrittore risponde con un laconico «Troppo tardi».
Nonostante l’ammirazione per Fidel Castro, l’avvento del comunismo a Cuba rende il nostro scrittore, dalla salute ormai malferma, insicuro della stabilità politica del paese e, dopo vent’anni, Hemingway torna negli Stati Uniti nel 1959.
Gli ultimi anni della sua vita trascorrono in modo molto infelice.

Colpito da una profonda depressione, che lo porta a esasperare il suo alcolismo, assiste al deterioramento delle sue condizioni di salute, non prima di aver scritto altri tre libri “Festa mobile“, “Il giardino dell’Eden” e “Un’estate pericolosa“, che saranno pubblicati dopo la sua morte. Sottoposto dai medici della clinica in cui viene ricoverato all’elettrochock, perde la memoria. Impossibilitato a scrivere e sempre più disperato, decide di porre fine alla sua vita con un colpo di fucile il 2 luglio del 1961, a Ketchum, nell’Idaho. Anche la fine della sua esistenza sembra riprendere il tema che domina la sua produzione artistica: l’incessante sfida alla morte. Hemingway l’ha sempre sfidata nel corso della sua vita e, come tanti altri scrittori e artisti, è riuscito ad avere il sopravvento sulla morte: i suoi libri sono divenuti classici della letteratura e seguitano ad avere un successo inarrestabile. Una lunga sfida, dunque, da cui non uscirà mai sconfitto.

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