Il cinema poetico e dissacrante di Charlie Chaplin


 «Non sono cittadino di nessun posto, non ho bisogno di documenti e non ho mai provato un senso di patriottismo per alcun paese, ma sono un patriota dell’umanità nel suo complesso. Io sono un cittadino del mondo».
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Andatura ondeggiante e baffetti, giacca lisa di almeno una taglia più piccola, pantaloni larghi, bretelle, papillon, scarpe enormi più grandi della sua misura, una bombetta e un bastone da passeggio in bambù. Questo l’abbigliamento borghese, ma trasandato di Charlot, il personaggio eterno interpretato magistralmente da Charlie Chaplin. Cineasta indimenticabile, Chaplin riesce, con il solo uso di gesti e di sguardi, a sostituire del tutto il parlato e a portare sul grande schermo uno dei personaggi più irriverenti e anarchici di tutti i tempi. Mite e romantico nel suo essere solidale ai diseredati della società, ironico e provocatorio nei confronti dell’ipocrisia e del perbenismo borghese, in continua lotta con l’ordine costituito e totalmente avverso alla disciplina del lavoro dipendente, Charlot, quel tenero vagabondo emarginato che lotta per la sopravvivenza, ma non nutre aspirazione alcuna di far parte della società, diventa in breve tempo un’icona del cinema muto, elevando quel genere in un modo che pochi avrebbero mai immaginato.
Nato inizialmente come un comune ubriaco destinato solamente a suscitare ilarità nel pubblico, assurgerà poi a simbolo delle classi sociali più sfruttate nell’era del progresso e dell’industrializzazione. Con le sue piroette ed i suoi gesti da clown, Charlot incarnerà la libertà di pensiero che sfida un mondo dominato dalla povertà e dall’umiliazione e che, grazie alla superba prova recitativa di Chaplin, sarà anche in grado di suscitare profonde riflessioni sulla risata e sull’immensa forza metaforica dell’arte comica. Personaggio contraddittorio, riuscirà ad incantare gli spettatori di tutti i tempi per i suoi buffi movimenti che rimandano ad un’immagine deformata e caricaturale di noi stessi. E, grazie alla creazione di quella macchietta, conosciuta per lo più come “The Tramp”, Charlie Chaplin sarebbe stato identificato con quell’insolito personaggio per quasi tutti gli anni della sua gloriosa carriera.

Una foto che ritrae Charlie Chaplin.

Una foto che ritrae Charlie Chaplin bambino

Nato in un sobborgo di Londra il 16 aprile del 1889, Charles Spencer Chaplin viene abbandonato dal padre, un forte bevitore, poco tempo dopo la sua nascita.

Hannah Harriet Chaplin, la tormentata madre di Charlie Chaplin. (Jeffrey Vance Collection)

Hannah Harriette Chaplin, la tormentata madre di Charlie Chaplin.
(Jeffrey Vance Collection)

Cresce così insieme alla madre Hannah, una cantante vaudeville e di music-hall, conosciuta con il nome d’arte di Lily Harley, e con il fratello Sidney venuto al mondo quattro anni prima di Charles. Il padre decide di abbandonare la moglie quando viene a conoscenza del tradimento di quest’ultima con un cantante. Da quella relazione nascerà un figlio di cui Charles ignorerà l’esistenza per molto tempo. Nonostante il padre cerchi di ottenere l’affidamento dei due bambini, il suo desiderio svanisce e i piccoli vengono affidati alla madre.
Per il mantenimento, verserà dieci scellini la settimana e, a causa delle precarie condizioni economiche della donna, Sidney e Charles trascorrono due anni in vari orfanotrofi. La profonda avversione per questi istituti sarà ben percepibile in alcuni film di Chaplin. Povertà e senso di abbandono segnano l’infanzia di Charles, che però apprende l’arte della recitazione e del canto, assistendo agli spettacoli in cui è presente la madre.
Durante una performance, la donna perde inspiegabilmente la voce nel bel mezzo dello spettacolo, inducendo così il direttore di produzione a sostituirla con il piccolo Chaplin. Il bambino riscuote grande successo tra il pubblico per la sua naturalezza e per la sua innata comicità, ma l’episodio segna la fine della carriera per Hannah.
La sua voce non farà più ritorno e ciò le provoca una forte depressione che necessita di continui ricoveri. Terminano in breve tempo anche i soldi ed il padre di Charles muore quando il ragazzo ha dodici anni. Per un po’ di tempo, i due fratelli vivono in alloggi di fortuna nelle zone più malfamate di Londra. Sidney s’imbarca poi su una nave come trombettista e resta a Charles il compito di mantenere la madre, spesso soggetta a deleterie crisi depressive. Nel 1897, grazie ai contatti di Hannah, Charles prende parte ad una piccola troupe chiamata “Otto Lancashire Lads“. Un breve periodo di tempo poco redditizio che costringe Chaplin a sbarcare il lunario in tutti i modi possibili. Così ricorda quel periodo : «Ero giornalaio, giocattolaio, ma non ho mai perso di vista il mio obiettivo finale di diventare un attore. Così, tra un lavoro e l’altro riprendevo a lucidare le mie scarpe,  spazzolare i miei vestiti e indossare una camicia pulita per raggiungere  un’agenzia teatrale».

Un giovane Charlie Chaplin (foto della Strauss-Peyton Studio).

Un giovane Charlie Chaplin (foto della Strauss-Peyton Studio).

Animato da una forte volontà, il ragazzo rimedia lavoretti precari e malpagati nel mondo dello spettacolo.
Ma quando il fratello fa ritorno a Londra, ingaggiato dalla nota compagnia teatrale di Fred Karno, la vita di Charles subisce un significativo mutamento. Dopo molte insistenze, Sidney riesce a convincere l’impresario ad assumere anche il fratello, che resterà con loro per qualche anno, viaggiando per il mondo e dando prova delle sue singolari doti artistiche che si arricchiscono ogni giorno di più della capacità di trasmettere stati d’animo senza usare la parola.

Sidney Chaplin, fratello di Charlie Chaplin

Sidney Chaplin, fratello di Charlie Chaplin

La situazione economica dei due fratelli migliora, consentendo così di far uscire Hannah dall’ospedale, sebbene poco tempo dopo sarà internata nuovamente a causa di una ricaduta. Grazie alla generosità dei due figli, la donna trascorrerà gli ultimi anni della sua vita in una villa in California che Sidney e Charles le donano.
La svolta decisiva di Charles non giunge né col teatro né con i circhi con cui aveva lavorato per anni: sarà il cinema la sua passione ed il suo trampolino di lancio. Grazie a Mark Sennett, direttore della casa di produzione cinematografica Keystone, l’artista viene scritturato e firma un  contratto che prevede un salario di 150 dollari la settimana.
L’esordio nel mondo del cinema avviene nel 1914 con il film “Charlot giornalista” in cui ancora non indossa i panni del celebre vagabondo.
Dopo quel film, Chaplin comincia a progettare l’idea di quell’ometto disadattato conosciuto in tutto il mondo con il nome di Charlot.
Così commenterà la scelta del singolare stile di quel personaggio: «Volevo che tutto fosse una contraddizione: i pantaloni larghi, la giacchetta stretta, il piccolo cappello e le grandi scarpe. Ho aggiunto dei baffetti che, pensai, avrebbero aggiunto qualche
anno in più senza nascondere la mia espressione. Non avevo ancora bene in mente il personaggio. Ma nel momento in cui mi sono vestito gli abiti e il trucco mi hanno fatto sentire che persona ero. Ho cominciato a conoscerlo ed è bastato il tempo di entrare sul set per far nascere Charlot
».

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Una indubbiamente faticosa gavetta che, grazie alla costanza e alla pervicacia di quest’uomo duramente provato dalla vita, sarà premiata con una carriera ricca di enormi soddisfazioni. Sul grande schermo il nostro capocomico diventa “Charlie Chaplin ” e, nel 1919, fonderà la United Artists Corporation intraprendendo così la strada dell’indipendenza artistica.

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Charlot, icona indimenticabile ancora oggi imitata, è un personaggio che inaugura un nuovo genere di comicità; Chaplin, infatti, aggiunge alle piroette e alle smorfie del vagabondo un mondo interiore di emozioni che spaziano dal patetico alla tragedia fino a giungere ad un’aperta critica sociale che non pochi problemi gli creerà negli Stati Uniti con il diffondersi del maccartismo.

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La sua sarà infatti una satira che usa generi cinematografici prettamente borghesi per capovolgerli in una dimensione dissacrante, creando così uno stile ineguagliabile.
Prima di lanciarsi anche nel ruolo di produttore, Chaplin gira trentacinque cortometraggi con la Keystone, dodici con la Mutual Film e dieci con la First National che gli offre per l’ingaggio il maggior cachet (un milione di dollari) fino a quel momento offerto ad un attore. In pochi anni, non ancora trentenne, Chaplin gira e dirige ben cento film.

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Con la fondazione della United Artists Corporation comincia il periodo più professionalmente gratificante di Chaplin. Il vagabondo Charlot, incarnazione dell’uomo comune e dei diseredati, in lotta contro il potere (ingannando con l’astuzia poliziotti stupidi), empatico con ragazzini e giovani donne in difficoltà, è ormai celebre in tutto il mondo.

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Il regista Alessandro Blasetti, coetaneo di Chaplin, ha così descritto la forza politica di quel personaggio: «La maschera di Charlot tocca il massimo assoluto della spontanea capacità inventiva e, nello stesso momento, il minimo assoluto dell’impegno predeterminato, cioè della finalità politica. Per questo ha toccato il cuore del mondo sulla ingiusta sorte dei diseredati e degli emarginati, ha contribuito ad imporre alle classi politiche il dovere di una nuova giustizia sociale con efficacia incomparabilmente maggiore di quella che possono avere conseguito, tutti insieme, tutti i film socialmente impegnati di tutta la storia del cinema. Tanto più autentica, credibile, efficace l’istanza sociale che scaturisce dall’omino: proprio perché non la pronuncia».

Una scena del film "Il monello" interpretato, prodotto e diretto da Charlie Chaplin.

Una scena del film “Il monello” (1921), scritto, interpretato, prodotto e diretto da Charlie Chaplin.

Con il suo primo lungometraggio, “Il monello” (1921), considerato da molti il suo capolavoro assoluto, narra la storia di una coppia quasi dickensiana di emarginati liberi da ogni convenzione. Non pochi i riferimenti autobiografici del cineasta che accoglie con un sorriso amaro il grande successo del suo primo cortometraggio tra il pubblico; il film nasce e si sviluppa, infatti, in uno dei momenti più difficili della sua vita privata. La moglie Mildred Harris  partorisce un bambino con gravissime malformazioni che si spegne tre mesi dopo la nascita. Durante la lavorazione del film giunge pure il doloroso divorzio dalla moglie.

Un'immagine toccante del film "Il monello" (1921)

Un’immagine toccante del film “Il monello” (1921)

Ne “Il monello”, il secondo film dell’anno per incassi a livello internazionale, Charlot indossa i panni di un poverissimo vetraio che accudisce amorevolmente un bambino abbandonato. Un medico insensibile denuncia quell’anomala situazione per far entrare il bimbo in un orfanotrofio. Le scene in cui il piccolo viene sottratto a Charlot, l’affannoso inseguimento di quest’ultimo e la fuga di “padre” e “figlio” sono le più drammatiche mai viste in un film di Chaplin.

Scena tratta dal film "Il monello"

Scena tratta dal film “Il monello”

Tra i film successivi, bisogna ricordare “Il pellegrino” (1923),  “La febbre dell’oro” (1925),  “Il circo” (1928) e “Luci della città” (1931). Anch’essi da considerarsi innovativi e testimoni della profonda umanità di Chaplin che mostra di avere veramente a cuore le ingiustizie della società, descritte secondo alcuni critici in modo piuttosto realista ma edulcorate da una patina di ottimismo.

Una scena del film "Luci della città", in cui accanto a Charlie Chaplin recita Virginia Cherrill

Una scena del film “Luci della città”, in cui accanto a Charlie Chaplin recita Virginia Cherrill

Non poche sono le critiche sorte in quegli anni verso questo geniale cineasta che riesce ad equilibrare comicità e dramma catturando così il favore di un pubblico eterogeneo per età e istruzione. Il sospetto di una violenta polemica nei confronti del sistema capitalista divide la critica di quei tempi.

Un'altra scena del film "Luci della città" che narra la storia di una fioraia cieca di cui Chaplin s'innamora.

Un’altra scena del film “Luci della città” che narra la storia di una fioraia cieca di cui Chaplin s’innamora.

Restìo nei confronti dell’avvento del cinema sonoro, in “Luci della città” si limita ad accompagnare il film con la musica. Alla prima di questo straordinario capolavoro, assiste anche Albert Einstein e si racconta che Chaplin, quando il pubblico si alza in piedi per applaudirli, abbia sussurrato al celebre scienziato: «Vede, applaudono me perché mi capiscono tutti; applaudono lei perché non la capisce nessuno».

Charlie Chapin insieme ad Albert Einstein

Charlie Chaplin insieme ad Albert Einstein

Nel 1936 ogni dubbio sul pensiero di Chaplin si dissolve con l’opera “Tempi moderni“, film palesemente  anticapitalista in cui affronta i temi dell’alienazione umana in una siffatta società da lui detestata.

Una scena del film "Tempi moderni", 1936

Una scena del film “Tempi moderni”, 1936

Lungometraggio anch’esso muto e duramente satirico, prende di mira un mondo che si muove all’insegna di uno sfrenato consumismo che annienta ogni valore umano. Ultimo film in cui appare il personaggio di Charlot, difficile da rendere, secondo Chaplin, in un film sonoro, mette ben in luce il pensiero di questo immenso cineasta che sogna un mondo in cui si possa vivere secondo quei valori umani di libero pensiero e solidarietà. Sogno che vedrà infrangersi dopo la realizzazione del suo primo film parlato, “Il dittatore” (1940), di cui riporto la scena del monologo finale in cui tale ideale viene espresso con parole toccanti.

Una visione infranta non solo dallo scatenarsi della seconda guerra mondiale, ma anche dall’avvento del tragico fenomeno del nazifascismo.

Una scena del film "Monsieur Verdoux", 1947

Una scena del film “Monsieur Verdoux”, 1947

Il film successivo, “Monsieaur Verdaux” (1947) mostra maggiormente l’amarezza di Chaplin che narra la storia di un uomo disperato in gravi difficoltà economiche abbrutito al punto da raggirare tre anziane e ricche zitelle e di ucciderle per appropriarsi del loro denaro e poter curare, così, la moglie malata e mantenere il proprio figlio.
L’accusa di “filocomunismo” in un uomo che mostra, senza remora alcuna, le contraddizioni sociali e i danni del progresso capitalista non tarda ad arrivare.

Una scena del film "Luci della ribalta" (1952)

Una scena del film “Luci della ribalta” (1952)

Nel 1951 comincia a lavorare a quello che sarà il suo ultimo capolavoro, prima che la sua vena artistica si appannasse definitivamente.”Luci della ribalta” è un altro poetico gioiello cinematografico.

Nonostante alle accuse avesse sempre negato di essere simpatizzante del comunismo, nel 1952, approfittando del fatto che Chaplin si trovasse a Londra e non avesse mai chiesto la cittadinanza americana, il governo statunitense gli nega il visto necessario per farlo tornare. Le sue idee progressiste si scontrano con un paese, in quel periodo, in preda al terrore e persecutorio nei confronti di chi sia minimamente sospettato di nutrire idee socialiste.
Chaplin trascorrerà così il resto della sua vita in Svizzera con la sua nuova famiglia formata con Oona O’Neill, sposata nel 1943. Tale matrimonio susciterà profondo scandalo per la giovane età della moglie.

Charlie Chaplin insieme alla moglie Oona O'Neill

Charlie Chaplin insieme alla moglie Oona O’Neill

Solo negli anni ’70 la sua figura sarà riabilitata negli Stati Uniti.
Padre di otto figli con l’ultima moglie e di altri due dal secondo matrimonio, dopo due ulteriori produzioni cinematografiche di scarso rilievo e alcuni componimenti musicali di suggestiva bellezza che accompagnano i suoi primi film, Charlie Chaplin si spegnerà la notte di Natale del 1977.
Numerosi i riconoscimenti e le onorificenze ricevute, ma soprattutto l’eredità di film struggenti e indimenticabili che segneranno la storia del cinema.
E oggi, che ricorre l’anniversario della sua morte, desidero ricordarlo con alcuni suoi pensieri.

Buster Keaton e Charlie Chaplin in una scena del film "Luci della ribalta".

Buster Keaton e Charlie Chaplin in una scena del film “Luci della ribalta”.

Ho sempre rispettato e ammirato Gandhi per l’acume politico e la volontà di ferro da lui dimostrata in innumerevoli occasioni. Ma secondo me la sua visita a Londra fu un errore. La leggendaria importanza della sua figura diminuì sulla scena londinese, e la sua ostentazione religiosa fece poca impressione sulla gente. Nel clima freddo e umido dell’Inghilterra, con la fascia tradizionale che gli cingeva le reni ricadendogli in disordine attorno alle gambe, egli parve un personaggio assurdo. Fu così che la sua presenza a Londra divenne materia per barzellette e caricature. Si fa colpo sulla gente quando si tengono le distanze.

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Quando “Luci della ribalta” fu terminato, avevo meno dubbi sul suo successo che per qualsiasi altro film avessi mai fatto.

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Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.

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Il successo rende simpatici.

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Un giorno senza un sorriso è un giorno perso.

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Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante!

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Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno. La nostra sapienza ci ha reso cinici, l’intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine, l’uomo ha bisogno di umanità. Più che intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

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Ritengo che se non possiamo ridere di Hitler di tanto in tanto, allora vuol dire che la nostra condizione è peggiore di quella che crediamo. Ridere fa bene, ridere degli aspetti più sinistri della vita persino della morte.

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Un assassinio e siete un bandito, milioni di morti e siete un eroe. Il numero santifica.

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Il suono annichila la grande bellezza del silenzio.

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Attraverso l’umorismo noi vediamo in ciò che sembra razionale, l’irrazionale; in ciò che sembra importante, il non importante.

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Nulla è permanente in questo mondo malvagio – nemmeno le nostre preoccupazioni.

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La giovinezza sarebbe un periodo più bello se solo arrivasse un po’ più tardi nella vita.

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La vita non è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo.

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Smile“: testo e musica di Charlie Chaplin, interpretata da Michael Jackson.

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