Octavio Paz e l’inquietudine lucida dell’uomo moderno

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Non è semplice stabilire da dove cominciare quando si parla del poeta e saggista Premio Nobel Octavio Paz. Non perché manchino i dati, i libri, i riconoscimenti, ma perché nulla, in lui, si lascia isolare senza perdere significato. La sua vita non precede le opere, e le opere non spiegano la vita; si attraversano continuamente, si correggono, si mettono in discussione. Forse è proprio questo il punto. Paz non costruisce un sistema, non offre una visione stabile del mondo. Si muove dentro le contraddizioni, e le mantiene aperte.
La sua scrittura nasce proprio da lì.
Non da una certezza, ma da una tensione che non si risolve.
La sua poesia nasce dentro un movimento, non dentro una definizione. In essa si avvertono le inquietudini dell’esistenzialismo e le aperture improvvise del surrealismo, ma senza mai irrigidirsi in una corrente, sono piuttosto tensioni che attraversano la parola e la spingono oltre ciò che dice.
Nei suoi versi non c’è mai solo ciò che appare. C’è sempre una domanda che rimane in sospeso, un punto in cui il linguaggio sembra arrestarsi per lasciare emergere qualcosa di più profondo: il tentativo, mai concluso, di comprendere cosa significhi essere uomini, qui, adesso.
Per Paz, scrivere non è un gesto estetico, ma un esercizio di conoscenza. Prima di sé — delle proprie fratture, delle proprie contraddizioni — e solo in seguito del mondo. Ogni parola diventa così un passaggio, un avvicinamento a una verità che non si lascia mai possedere del tutto. E quella stessa parola, così esposta, diventa anche strumento critico. La usa per incrinare, per mettere in discussione una realtà che percepisce sempre più smarrita, sempre più ridotta a superficie. Non è una poesia separata dalla storia, ma una poesia che entra nella storia e la interroga. Non per offrire soluzioni, ma per togliere appigli.
Innamorato del silenzio, il poeta non può fare altro che parlare.

L’uomo moderno ama pretendere che il suo pensiero sia sveglio. Ma questa pensiero sveglio ci ha portato nei labirinti di un incubo in cui le camere di tortura sono infinitamente ripetute negli specchietti della ragione.

Il 31 marzo del 1914, a Città del Messico, viene al mondo in un tempo che non concede neutralità. Il Messico è ancora attraversato dalla rivoluzione, mentre altrove si prepara una guerra che cambierà il volto dell’Europa. Il futuro scrittore e poeta cresce dentro questo sfondo, e lo interiorizza.
L’infanzia si struttura attorno a una presenza e a un’assenza. La presenza è quella del nonno, Ireneo Paz, e della sua biblioteca: uno spazio in cui i libri non sono oggetti da studiare, ma realtà da abitare. L’assenza è quella del padre, impegnato nella rivoluzione, figura che compare e scompare, lasciando dietro di sé una distanza che non si colma.
È in questo equilibrio instabile che si forma il suo sguardo.

Bisogna dormire con gli occhi aperti, bisogna sognare con le mani… Bisogna sognare a voce alta, bisogna cantare fino a che il canto metta radici, tronco, rami, uccelli, astri…”.

Gli studi alla “Escuela Nacional Preparatoria” e poi all’università a Città del Messico lo avvicinano alla filosofia e alle arti, ma non lo definiscono. Lui resta sempre, in parte, fuori. Frequenta riviste, pubblica giovanissimo, costruisce il proprio percorso senza aderire completamente a nessuna forma.
Negli anni Trenta entra in contatto con il marxismo. Non come adesione definitiva, ma come lente interpretativa. Il marxismo gli offre strumenti per leggere la realtà sociale, per comprendere le disuguaglianze, per dare un ordine a ciò che appare caotico. Ma Paz non si ferma lì. Anche questa prospettiva, come tutte le altre, viene attraversata e poi rimessa in discussione.
Nel 1937 partecipa al Congresso degli scrittori antifascisti. La parola, da questo momento, non è più solo espressione, diventa responsabilità.

Una società posseduta dalla frenesia di produrre di più per consumare di più, tende a trasformare le idee, i sentimenti, l’arte, l’amore, l’amicizia e le persone stesse in oggetti di consumo.

Alla fine degli anni Trenta si reca nello Yucatán per fondare una scuola destinata ai figli degli operai. È un gesto concreto, quasi silenzioso, ma decisivo. Per Paz, scrivere non basta se non incide sulla realtà. Secondo il suo punto di vista la poesia non resta mai ai margini della realtà. Non si ritrae, non osserva da lontano, entra dentro ciò che accade, lo attraversa, lo mette in discussione. Nella sua scrittura, la dimensione politica non è un’aggiunta, ma una presenza costante, quasi inevitabile. Le parole si caricano di ciò che vedono: le contraddizioni, le disuguaglianze, la perdita di senso. E allora la poesia diventa anche uno spazio in cui tutto questo emerge, senza filtri. La sua voce si muove dentro una società che percepisce sempre più smarrita, dove il valore delle cose sembra sostituire quello delle persone. E proprio lì, in quella deriva silenziosa, la sua scrittura insiste, scava, espone. Non per proclamare, ma per mostrare. Non per convincere, ma per rendere impossibile non vedere.

I poeti dicono la verità quando affermano che, iniziando a scrivere una poesia, non sanno cosa finiranno per dire. Scriviamo per dire il non detto, e per conoscerlo.

Nel 1945 entra nel servizio diplomatico messicano. Viaggia, osserva, assorbe. A Parigi incontra il surrealismo e André Breton, che lo avvicina a un’idea del linguaggio come rottura. In India scopre invece una visione del tempo diversa, non lineare ma ciclica.
Queste esperienze trasformano il modo in cui pensa.
E nello stesso tempo, la sua vita personale segue una traiettoria altrettanto complessa.

L’amore è un sentimento che può nascere solo nei confronti di un essere libero, che può darci o sottrarci la sua presenza.”

Il matrimonio con Elena Garro è attraversato da una tensione continua. Non è una relazione tranquilla, ma un rapporto fatto di attrazione e distanza, di vicinanza e conflitto. Da questa unione nasce una figlia, ma non una stabilità. In quella relazione si riconosce già una delle intuizioni centrali della sua operache vede l’amore come tentativo di annullare la distanza, e insieme come prova della sua persistenza. Più tardi, con Marie-José Tramini, la sua vita affettiva cambia tono. Non diventa semplice, ma più stabile, meno esposta allo scontro. E tuttavia, anche qui, il nostro poeta mantiene una zona di riserva. Non è un uomo che si concede interamente. Non per chiusura, ma per necessità. Ha bisogno di uno spazio che resta solo suo.

La solitudine è l’ultimo abisso della condizione umana. L’uomo è l’unico essere che si sente solo e che cerca l’altro.

Il 2 ottobre 1968, il massacro di Tlatelolco segna una rottura netta. Paz si dimette dal suo incarico diplomatico. Non è un gesto simbolico, è una scelta coerente con tutto il suo percorso. Non accetta che la violenza venga giustificata, da nessuna parte.
Non è l’atto di un intellettuale indignato. È la conseguenza inevitabile di una posizione maturata nel tempo. Paz non crede nelle verità assolute, ma crede nella responsabilità dello sguardo. E quando il potere diventa cieco, lo scrittore non può permettersi di esserlo. Il suo pensiero politico non sta mai fermo abbastanza a lungo da diventare ideologia. Attraversa il marxismo, ma non vi si consegna. Diffida del potere quando opprime, ma anche quando si traveste da liberazione. Resta un intellettuale scomodo. Critica i regimi autoritari, ma non si rifugia nelle certezze dell’Occidente. Difende la libertà, ma come pratica fragile, mai garantita. Non crede nei sistemi chiusi. Crede nel dubbio come forma di responsabilità.

Nessun popolo crede nel suo governo. Tutt’al più, la gente è rassegnata.

Negli anni successivi, il suo lavoro si sposta, ma non si attenua. Le riviste che fonda, “Plural e “Vuelta“, non sono semplici luoghi editoriali, sono spazi di confronto, talvolta di scontro. Il poeta invita, pubblica, dialoga. Ma non costruisce mai una scuola. Diffida delle appartenenze troppo nette, delle comunità che diventano coro.
È, in questo, profondamente moderno. E insieme, profondamente solo.
Nel 1981 riceve il Premio Cervantes. Nel 1990 il Premio Nobel per la Letteratura. È il primo autore messicano a ottenerlo. La motivazione parla di una scrittura ampia, sensuale, rigorosa: “appassionata scrittura dai vasti orizzonti, caratterizzata da un’intelligenza sensuale e da un’integrità umanistica“. Una definizione che coglie la sua doppia natura.
Muore il 19 aprile del 1998, a Città del Messico.

Vivere bene presuppone morire bene. Dobbiamo imparare a guardare in faccia la morte.”

Le sue opere non chiudono nulla. Aprono.
Nel suo percorso ogni libro sembra nascere da una domanda che non ha trovato risposta nel precedente. Non c’è continuità rassicurante, ma una sorta di ritorno ostinato sugli stessi nuclei, ogni volta da un’angolazione diversa, come se la verità fosse sempre laterale, mai frontale.

Siamo soli. La solitudine, fondo da cui spunta l’angoscia, iniziò il giorno che ci staccammo dall’ambito materno e cademmo in un mondo estraneo e ostile. Siamo caduti; e questa caduta, questo saperci caduti ci rende colpevoli. Di che cosa? Di un delitto senza nome: l’esser nati.

Quando nel 1950 pubblica “Il labirinto della solitudine, il punto di partenza è storico, quasi antropologico. Il Messico, la sua identità, le sue ferite. Ma ben presto il discorso si allarga, scivola altrove. Quella che sembrava un’indagine nazionale diventa una riflessione sull’uomo moderno. La solitudine non è più un tratto culturale, ma una condizione esistenziale. L’individuo non appartiene fino in fondo né alla propria storia né a se stesso. Vive in uno scarto continuo tra ciò che è e ciò che crede di essere. Il labirinto, allora, non è un luogo da cui uscire, ma uno spazio in cui imparare a muoversi.

Prima del principio

Rumori confusi, incerto chiarore.
Inizia un nuovo giorno.
È una stanza in penombra
e due corpi distesi.
Nella fronte mi perdo
in un pianoro vuoto.
Già le ore affilano rasoi.
Ma al mio fianco tu respiri;
intimamente mia eppur remota
fluisci e non ti muovi.
Inaccessibile se ti penso,
con gli occhi ti tocco,
ti guardo con le mani.
I sogni ci separano
ed il sangue ci unisce:
siamo un fiume di palpiti.
Sotto le tue palpebre matura
il seme del sole.
Il mondo
non è ancora reale,
il tempo è dubbio:
solo il calore
della tua pelle è vero.
Nel tuo respiro ascolto
la marea dell’essere,
la sillaba scordata del Principio.

TEMPORALE

Nella montagna nera
il torrente delira a voce alta
a quella stessa ora
avanzi tra precipizi
nel tuo corpo sopito
Il vento lotta al buio col tuo sogno
boscaglia verde e bianca
quercia fanciulla quercia millenaria
il vento ti sradica e trascina e rade al suolo
apre il tuo pensiero e lo disperde
Turbine i tuoi occhi
turbine il tuo ombelico
turbine e vuoto
Il vento ti spreme come un grappolo
temporale sulla tua fronte
temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre
Come un ramo secco
il vento ti sbalza
Nel tuo sogno entra il torrente
mani verdi e piedi neri
rotola per la gola
di pietra nella notte
annodata al tuo corpo
di montagna sopita
Il torrente delira
fra le tue cosce
soliloquio di pietre e d’acqua
Sulle scogliere
della tua fronte passa
come un fiume d’uccelli
Il bosco reclina il capo
come un toro ferito
il bosco s’inginocchia
sotto l’ala del vento
ogni volta più alto
il torrente delira
ogni volta più fondo
nel tuo corpo sopito
ogni volta più notte.
***

 

La vita semplice

Chiamare il pane pane e che appaia
sulla tovaglia il pane quotidiano;
dargli al sudore il suo e dargli al sonno
al breve paradiso e all’inferno
e al corpo e al minuto quello che chiedono;
ridere come il mare ride, il vento ride, àsenza che a risata risuoni a vetri rotti;
bere e nell’ubriachezza afferrare la vita,
ballare il ballo senza perdere il passo;
toccare la mano di uno sconosciuto.

vado per il tuo corpo come per il mondo,
il tuo ventre è una piazza assolata,
i tuoi seni due chiese dove officia
il sangue i suoi misteri paralleli,
i miei sguardi ti coprono come edera,
sei una città che il mare assedia,
una muraglia che la luce divide
in due metà color pesca,
una landa di sale, rocce e uccelli
sotto la legge del mezzogiorno assorto,

vestita del colore dei miei desideri
come il mio pensiero vai nuda,
vado per i tuoi occhi come per l’acqua,
le tigri bevono sonno in quegli occhi,
il colibrì si brucia in quelle fiamme,
vado per tua fronte come per la luna,
come la nube per il tuo pensiero,
vado per il tuo ventre come per i tuoi sogni,

***

 

Nuovo volto

La notte cancella notti sul tuo volto,
sparge unguenti sulle tue palpebre secche, 
brucia sulla tua fronte il pensiero 
e oltre il pensiero la memoria.
Fra le ombre che ti annegano
su un altro volto albeggia. 
E sento che al mio fianco
non sei tu la dormiente,
ma la bimba che sei stata
e che attendeva solo che dormissi
per tornare e conoscermi.

***

Gli uomini si servono delle parole; il poeta le serve.

 

Destino del poeta

Parole? Sì, di aria
e nell’aria perdute.
Tu lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere aria su labbra,
un soffio vagabondo senza sagoma,
breve aroma che l’aria fa svenire.

Anche la luce in se stessa si perde.

***

 

Ciò che caratterizza la poesia è la sua dipendenza dalle parole quanto il suo desiderio di trascenderle.

 

Madrigale

Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola.

 

Leggere una poesia è ascoltarla con gli occhi; ascoltare è vederla con le orecchie.

 

Apparizione

Se l’uomo è polvere
uomini sono quelli
che attraversano la pianura.

 

La poesia, nel passato, era al centro della nostra società, ma con la modernità si è ritirata ai suoi margini. Io penso che l’esilio della poesia sia anche l’esilio del meglio del genere umano.

 

Gioventù

Il salto dell’onda
più bianca
ogni ora
più verde
ogni giorno
più giovane
la morte

L’inchiostro verde crea giardini, selve, prati, fogliami dove cantano le lettere, parole che son alberi.

 

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