“Non ti ho spezzato il cuore.
Tu l’hai spezzato.
E spezzando il tuo hai spezzato il mio.“

Jacob Elordi e Margot Robbie incarnano Heathcliff e Catherine Earnshaw
La settimana scorsa ho finalmente visto la versione moderna di “Cime Tempestose“, film che, ancor prima di essere distribuito nelle sale, è stato oggetto di accese polemiche. Diviso, conteso, quasi motivo di lite tra spettatori e critici. Per alcuni un’opera affascinante e visionaria, per altri un tradimento audace, persino scandaloso, trash, volgare, accusato di indulgere troppo nella sensualità e troppo poco nella fedeltà al testo. Del resto, quando un film si confronta con un classico, il tribunale dell’opinione pubblica si riunisce sempre prima ancora che si accendano le luci in sala. Basta un trailer e tutti pronti a giudicare. Eppure lo stesso titolo non promette una copia, ma un’ispirazione.
Lasciate pure sullo scaffale il volume impolverato che vi hanno fatto leggere tra i banchi e il solito film copia e incolla del romanzo originale. È un racconto che arde e graffia, che sa di terra bagnata e di promesse dette con i denti stretti, ma è proprio questa libertà, discutibile quanto si vuole, a sottrarre il film al destino più prevedibile.

L’adattamento cinematografico di questo capolavoro della letteratura inglese, già campione d’incassi in tutto il mondo, si sta dunque imponendo come uno di quei rari film che non si limitano a essere visti, ma pretendono di essere discussi e, se necessario, contesi. Non è insolito, anzi è quasi inevitabile, quando l’origine di tutto è un classico che il tempo non ha affievolito ma temprato; l’opera di Emily Brontë continua infatti a esercitare una presa emotiva sorprendente, soprattutto su coloro che vigilano gelosamente sulla sua integrità. Così, ogni deviazione, ogni libertà narrativa, ogni variazione introdotta dalla regista Emerald Fennel viene percepita da alcuni come un affronto, da altri come un atto di coraggio. Ed è proprio questa frizione tra devozione e interpretazione a spiegare perché attorno al film non nascano semplici opinioni, ma veri e propri dibattiti appassionati.
Cosa resta davvero, una volta spento il brusìo delle polemiche e rimasto solo il ricordo delle immagini? Ecco la mia recensione.
Il film, come già sottolineato prima, non è un semplice adattamento cinematografico. Fin dalle prime immagini si comprende che la regista non ha alcuna intenzione di limitarsi a trasporre fedelmente il romanzo, ma desidera entrarci dentro, smontarlo con rispetto e ricomporlo secondo una sensibilità contemporanea. Il risultato è un film che dialoga con il classico invece di inchinarsi davanti ad esso, e proprio per questo riesce a renderlo sorprendentemente vivo.
La stessa apertura del film suona come un avviso inequivocabile a noi spettatori: non sarà una visita guidata nei territori consueti del tormento romantico o dell’isolamento malinconico. La prima sequenza, infatti, non concede preparazioni, né attenuanti: suoni gutturali, lamenti ambigui, un movimento che pare suggerire un incontro carnale e che invece si chiarisce, con improvvisa crudeltà, come il corpo di un uomo sospeso al cappio. Mentre la vita lo abbandona, la folla radunata assiste con un entusiasmo disturbante a un dettaglio fisiologico finale, trasformando la morte in spettacolo. È un esordio che colpisce per la sua fisicità quasi sgradevole e che stabilisce subito le coordinate morali dell’opera: non siamo in un territorio indulgente. Qui repulsione e attrazione procedono affiancate, come se appartenessero allo stesso inquietante principio.
La scelta più evidente è narrativa: Fennell alleggerisce l’intreccio, elimina alcune figure secondarie e concentra tutta l’attenzione sul cuore pulsante della storia, cioè il rapporto tra Catherine e Heathcliff. È una decisione intelligente, perché consente a noi spettatori di immergerci senza distrazioni nel vortice emotivo dei due protagonisti.
Nelle brughiere dello Yorkshire, una bambina solitaria trova un compagno altrettanto selvatico e solo. Lui, trovatello cresciuto ai margini della società, interpretato, da adulto, da Jacob Elordi; lei, erede inquieta e ribelle, cui dà volto e intensità, una volta cresciuta, la candidata all’Oscar Margot Robbie. Crescono insieme tra vento, silenzi e stanze troppo grandi, legati da qualcosa che somiglia più a un giuramento che a un gioco. Fin dall’inizio si percepisce che non si tratta di un amore qualunque, ma di una forza primitiva, quasi naturale, che ignora le regole sociali e le differenze di classe. 
E nelle solitarie brughiere l’amore può trasformarsi in qualcosa di più duro della pietra e più testardo del tempo.
Quando il padre di Catherine dilapida le risorse familiari, l’astrazione romantica cede il passo alla contabilità. Le scelte non sono più dettate dalla passione ma dall’opportunismo. La giovane donna opta per la stabilità e sceglie di sposare il rispettabile e facoltoso Edgar Linton, interpretato da Shazad Latif .

Heathcliff, umiliato da tale scelta, scompare.
Cinque anni più tardi ritorna trasformato. Un dente dorato che brilla con ostentazione, un orecchino a segnalare un’identità forgiata altrove. Il portafogli trabocca di soldi guadagnati non si sa in che modo. È l’incarnazione dell’uomo riuscito, del “vincente” secondo i parametri più vuoti. Tuttavia, sotto quella superficie luccicante permane un dissesto interiore, una frattura che nessuna ricchezza sembra poter sanare.
Da quel momento il film abbandona ogni residua prudenza e si consegna a una rappresentazione del desiderio che rasenta l’eccesso deliberato. Niente lirismi floreali, nessuna consolazione estetica: al loro posto materia organica, tuorli che colano, bocche di pesce che si aprono con una viscosità quasi offensiva. È una scelta figurativa che inquieta e insieme trattiene lo sguardo, imponendo allo spettatore una forma di responsabilità: restare e osservare, proprio quando l’istinto suggerirebbe di voltarsi altrove. Non assistiamo ad un semplice triangolo amoroso, ma ad una trasformazione emotiva. L’amore assoluto si incrina, si contamina, è il passaggio dall’estasi alla rovina, raccontato con una chiarezza quasi crudele.
Si ritrovano, ma quello che li univa è diventato ostinazione, gelosia, desiderio di rivincita. Ciò che li lega è un intreccio di desiderio, inquietudine e bisogno. Non è una scelta, è una condanna condivisa. Sembrano nati dalla stessa cicatrice mai chiusa. Non è un sentimento che rassicura. È uno di quelli che consumano piano. Ti prende l’anima e la scuote finché non capisci più dove smetti di essere te stesso e dove comincia l’altro. E nelle brughiere l’amore può trasformarsi in qualcosa di più duro della pietra e più testardo del tempo. Fennell insiste su questo mutamento perché è lì che la storia diventa universale: quell’amore totalizzante, tipico dell’adolescenza, è qualcosa che tutti riconosciamo, anche da adulti. 
Ed è proprio qui che il film tocca una corda segreta. Non racconta soltanto una passione, ma le sensazioni adolescenziali che l’accompagnano: l’illusione che l’amore possa salvarci dal mondo, la convinzione che nessuno abbia mai provato qualcosa di simile, l’ostinazione orgogliosa che preferisce la rovina al compromesso. C’è l’ebbrezza dei primi sguardi che sembrano eterni, il battito accelerato che confonde desiderio e destino, la gelosia che brucia come un’ingiustizia cosmica. E c’è quella forma di assolutismo emotivo che rende tutto definitivo: o per sempre, o mai più.
La regista riesce a restituire questa febbre con una lucidità quasi spietata. Non la romanticizza del tutto, ma nemmeno la giudica. Ci ricorda che in quell’età si ama come se il mondo finisse domani, e forse è proprio per questo che l’intensità è così vertiginosa. Molti di noi, pur diventati adulti, conservano una traccia di quella radicalità, inutile negarlo.
Un ricordo che riaffiora quando vediamo sullo schermo due giovani pronti a distruggersi pur di non rinunciare a sentirsi vivi. Come ben sa chi ha letto il romanzo, non è un amore che venga a rimettere a posto le cose, né insegna a essere migliori. È quel genere di sentimento che oggi infileremmo in una parola severa, come si fa con le medicine pericolose, eppure restiamo a fissarlo. Perché, a dirla tutta, è proprio la sua ombra a trattenerci lì. Prima che qualcuno trovasse un nome elegante ( “amore tossico” ) per certe storie scure, questa era già una di quelle.
Nessuna avvertenza in copertina.
Nessuna spiegazione gentile.
Solo desiderio che morde, orgoglio che graffia, un bisogno dell’altro che somiglia più a una fame che a una carezza.
E la rovina che segue.
Paziente.
Sussurra una verità che ancora ci scompiglia: l’amore che funziona tiene caldo il cuore, è “una quiete sempre accesa“, come disse Ungaretti, ma l’amore che sbaglia, l’amore distruttivo ci colpisce in modo più profondo. Così forse la domanda non è se un film tradisca un libro. Forse la vera questione è un’altra: se una storia nata nel 1847 riesce ancora a farci storcere la bocca, discutere, fraintendere e dividerci, allora significa che pulsa ancora. E le storie che pulsano, nel bene o nel male, stanno facendo esattamente ciò per cui sono state scritte.
Il film sorprende anche per il modo in cui gioca con le aspettative. Chi si lasciasse influenzare da certe polemiche o da anticipazioni sensazionalistiche potrebbe aspettarsi un’opera scandalosa o provocatoria. In realtà, la dimensione gotica e sensuale non è mai gratuita: è un linguaggio simbolico. Gli interni, costruiti con precisione quasi teatrale, dialogano con esterni ampi e ventosi; la fotografia lavora per sottrazione, facendo svanire lentamente i colori fino a lasciare spazio a tonalità più spente, come se anche l’anima dei personaggi perdesse luce.
Il rosso, quando compare, non è decorativo: è sangue, passione, ferita. La sensualità stessa non viene esibita con ostentazione ma suggerita, lasciata vibrare nello spazio tra i corpi e lo sguardo dello spettatore. È un erotismo più immaginato che mostrato, e proprio per questo più efficace. Catherine, in questa versione, non è soltanto oggetto del desiderio maschile: diventa soggetto attivo, sguardo che desidera, figura che ribalta l’archetipo romantico tradizionale e si prende il diritto di voler vedere e scegliere.

Indimenticabile la scena in cui Catherine tocca il muro come se fosse vivo e ci si volesse aggrappare o con le mani volesse graffiarlo: le mani aperte, la fronte vicina, il corpo teso appena: non è un gesto, è una domanda. Il muro ha quasi lo stesso colore della sua pelle, e per un attimo pare che lei voglia entrarci dentro, sparire lì, dove nessuno vede e nessuno chiede. È composta, con quella treccia perfetta che sa di disciplina, ma sotto si intuisce il contrario: qualcosa che spinge, scalpita, preme contro la pelle.
Intorno non c’è nulla che distragga, solo silenzio.
E in quel vuoto si sente meglio il rumore di quello che non dice.
Perché certe tempeste non fanno vento fuori.
Le tengono dentro.

Naturalmente, una reinterpretazione così personale implica uno scarto rispetto al romanzo. Alcuni puristi potranno storcere il naso di fronte ai cambiamenti, ma l’opera originale resta intatta e immortale. Qui siamo davanti a un’autrice che rivendica il diritto di rileggere un classico come altri registi hanno fatto, per esempio, con “Romeo + Giulietta“: non tradendo il testo, ma dimostrando che può ancora parlare al presente.
C’è qualcosa che avvicina il film della Fennel a “Marie Antoinette” di Sofia Coppola , non un fatto storico, né un rimando esplicito, ma una qualità dell’atmosfera. Come la regina bambina trascinata a Versailles, così quel film sembra muoversi in uno spazio dove l’eccesso e il sentimento non conoscono misura, dove l’estetica, sontuosa, quasi ostentata, diventa la cornice di un’inquietudine profonda. Marie Antoinette è come una brughiera travestita da salone: sotto la seta e i cristalli si agita lo stesso vento che spazza Heathcliff e Catherine, un vento che non si vede ma che consuma.
In entrambi i casi, ciò che colpisce non è soltanto la tragedia, bensì la sua teatralità. Tutto appare magnifico, eppure irrimediabilmente destinato a incrinarsi. È una bellezza consapevole della propria fragilità, un lusso che sa di essere sull’orlo del precipizio. Come se la storia, o il cinema, ci ricordassero che dietro ogni superficie perfetta c’è sempre una crepa.
Ho sempre pensato che non bisogna mai lasciarsi persuadere dai giudizi altrui.
“Cime tempestose” è uno di quei film che chiedono un incontro diretto, quasi personale e che va affrontato senza intermediari. Certi film non si limitano a essere guardati; devono circondarci, quasi sovrastarci.
La visione di questo film mi ha conquistato senza riserve. E lo dico da lettrice affezionata del romanzo di Emily Brontë, frequentato e riletto nel tempo. Proprio la scelta di rovesciare prospettive e codici, di osare una lettura inattesa, mi è parsa la sua forza più autentica. Ne emerge un’opera viva, contemporanea, capace di stimolare e sorprendere.
Si avverte la mano di artisti consapevoli, di professionisti solidi, riuniti in un lavoro che possiede coerenza e coraggio. Un risultato che merita attenzione, e rispetto.
Non tutto, però, è perfetto.
E proprio questo rende il film interessante. Margot Robbie offre una Catherine intensa e consapevole, più adulta di quella letteraria ma credibile nella sua lucidità emotiva. Jacob Elordi, invece, rischia talvolta di essere vittima del proprio fascino: la sua presenza scenica è così potente da rendere quasi seducente anche la crudeltà del personaggio. È un rischio sottile, perché può attenuare la percezione della natura manipolatoria del tormentato e incattivito Heathcliff. Inoltre, alcune scene che dovrebbero risultare provocatorie rimangono più suggestive che davvero incisive, come se la regia preferisse fermarsi un passo prima dell’eccesso. Il doppiaggio in italiano è pessimo, ma in questo caso non è di certo colpa della Fennel.

Eppure, nel bilancio complessivo, queste esitazioni non indeboliscono l’opera. Cime Tempestose resta un film visivamente affascinante, simbolicamente ricco, emotivamente coinvolgente. È una favola oscura e moderna insieme, in grado di parlare tanto agli spettatori che cercano bellezza quanto a quelli che cercano significato.
Si esce dalla visione con una sensazione difficile da definire: non semplice commozione, ma una nostalgia febbrile. È la nostalgia di quando si amava senza calcoli, di quando una telefonata non ricevuta sembrava una tragedia e uno sguardo poteva cambiare il corso di una giornata. Il film ci ricorda quella vulnerabilità luminosa, quell’eccesso di sentimento che faceva tremare le mani e rendere assoluto ogni istante.
E chissà…forse la vera forza del film sta proprio qui: non nel dirci cosa pensare, ma nel farci sentire di nuovo, anche solo per due ore, un po’ adolescenti. E in un tempo che ci educa continuamente alla prudenza, alla razionalità, agli “amori mordi e fuggi” non è un dono da poco.
Che cosa rivela, in fondo, il clamore suscitato dalla nuova incarnazione di Cime Tempestose? Non soltanto il fascino intramontabile di una storia celebre, ma qualcosa di più essenziale: l’impossibilità, per l’essere umano, di rinunciare al sogno dell’amore.
Ma non di un amore qualunque, bensì di quello che travolge, disarma, scompiglia. La vita stessa, come la musica e la letteratura, continua a ripetercelo con ostinazione. “Questo amore così violento, così tragico, così tenero, così disperato“, scriveva Jacques Prévert, poeta che ha saputo dar voce a una passione capace di resistere perfino alle disillusioni della modernità.
Emerald Fennell, autrice nota per uno sguardo cinematografico spesso ironico e spietato, sembra qui voler mettere a nudo proprio il prezzo di quella forza. Perché l’amore — non meno del male, e talvolta più del male — possiede un’energia che può diventare ferita, possesso, rovina. Non esistono antidoti affidabili, né manuali di difesa: quando si manifesta nella sua forma più pura, si lega all’eros e lo trascina con sé in un movimento indomabile. È la vecchia, eterna responsabilità dei sensi, quella che da sempre accende storie, scandali, tragedie e romanzi.

Non sorprende allora che questo tema torni ciclicamente al centro dell’immaginario contemporaneo, riaffiorando tanto sullo schermo quanto nella narrazione popolare. Anche produzioni televisive di largo successo testimoniano quanto il pubblico resti attratto da storie in cui il sentimento non è decorazione ma abisso.

Perché l’amore, quando è autentico, è sempre una tragicommedia dell’essenziale: mostra il rischio, sfiora il baratro, ma nello stesso tempo ricorda che nessuna lettura freddamente ideologica riesce davvero a sostituirlo o a neutralizzarlo. L’unica educazione possibile, sembra dirci il film, è viverlo.
Mi hanno recato forti emozioni quei colori che non stavano fermi, che sembravano muoversi insieme alle emozioni, e quei costumi così sfacciatamente fuori dal tempo da diventare una dichiarazione. E poi quei dettagli un po’ deformi, quasi feroci, con quel gusto sporco, viscerale, che non chiede permesso. Tutto vibrava di eccesso e libertà, come se la bellezza avesse deciso di smettere di essere educata e avesse iniziato, finalmente, a dire la verità.
Da sottolineare anche la meravigliosa colonna sonora che accompagna il film. Quando la musica di Charli XCX comincia a vibrare, sembra quasi che le pareti trattengano il respiro.
Una colonna sonora che non arriva mai in punta di piedi. È più simile a un temporale che si annuncia con l’aria che cambia pressione, con gli uccelli che smettono di cantare prima ancora che cada la prima goccia. Non ti chiede se sei pronta: semplicemente entra nella stanza e si siede accanto a te. A volte sembra sottile, quasi timida, come una voce che racconta un segreto dal fondo del corridoio. Altre volte, invece, pulsa con una specie di ostinazione, come il cuore di qualcuno che sta cercando di non farsi scoprire mentre ama troppo, o odia troppo, o tutte e due le cose insieme. Non accompagna soltanto le immagini — le contraddice, le provoca, le spinge un passo più in là.
C’è qualcosa di profondamente umano in quelle note: non sono eleganti per compiacere, ma sincere fino a risultare scomode. Ti fanno sentire la brughiera anche quando non la vedi, il vento anche quando le finestre sono chiuse. E quando il silenzio arriva, ti accorgi che non è un’assenza: è il momento in cui la musica ti ha già insegnato ad ascoltare quello che resta.

Tra gli interpreti meritano un cenno convinto tutti gli attori, presenze che arricchiscono il tessuto emotivo del racconto con misura e precisione.
Ma ciò che resta davvero impresso, più ancora dei volti e delle parole, è un elemento apparentemente semplice: il vento.
Il vento sulle cime.
Il vento tra i capelli.
Il vento tra le stoffe.
Il vento nei silenzi.
Un vento che non è soltanto atmosfera, ma simbolo.
È il respiro invisibile della vita stessa.
Inquieto, imprevedibile, inafferrabile.
Un vento che attraversa i personaggi come attraversa noi, ricordandoci che esistere significa, inevitabilmente, essere mossi da qualcosa che non possiamo trattenere.

Perché vedere questo film?
Perché esistono opere che non si limitano a raccontare una storia, ma interrogano chi guarda. E il film in questione appartiene a questa rara categoria: non si consuma, si attraversa. Fin dalle prime sequenze si avverte una regia che non teme l’audacia, che cerca il contrasto, che preferisce il rischio alla maniera. È un cinema che seduce l’occhio con la raffinatezza visiva e, nello stesso istante, inquieta lo spirito con una tensione sotterranea. Un cinema che è esperienza, non una semplice visione. Significa assistere a un dialogo tra bellezza e turbamento, tra eleganza formale e passione inquieta, dove ogni scelta, un colore, un suono, un silenzio, sembra studiata per lasciare un’eco.
Ho visto tutte le trasposizioni cinematografiche del romanzo in questione. Questa è la più emotivamente devastante.

Non è un film che chiede approvazione; chiede attenzione.
E proprio per questo resta.
In un tempo di immagini che scorrono e si dimenticano, incontrarne una che trattiene lo sguardo è già una ragione sufficiente. Vederlo diventa allora non un passatempo, ma un piccolo atto di curiosità intellettuale. E la curiosità, si sa, è il primo passo verso ogni scoperta che valga davvero la pena.

Ma non solo. Io credo che siamo attratti da storie che non celebrano l’amore come armonia, ma come tempesta. E le tempeste, lo sappiamo, non si contemplano per serenità, bensì per quella vertigine sottile che nasce quando l’animo riconosce, nello spettacolo della furia, una possibilità nascosta dentro di sé.
Di seguito il trailer del film.
#cimetempestose
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