
[…] Oserò dirti che non penso tanto alla vecchiaia; non ho mai creduto che l’età fosse un criterio. Non mi sentivo particolarmente “giovane” 50 anni fa, quando avevo 20 anni mi piaceva molto la compagnia degli anziani; e non mi sento “vecchia” oggi. La mia età sta cambiando e cambia sempre ora in ora. Nei momenti di stanchezza ho secoli; nei momenti di lavoro, 40 anni; in giardino, con il cane, ho l’impressione di avere 4 anni […]
Da una lettera di Marguerite Yourcenar a Jeanne Carayon.
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Ogni giorno che passa, assistiamo ad un numero inaccettabile di uccisioni di civili, di giornalisti e di bambini a G@z@. E il resto del mondo? Rimane fermo a guardare. Nessuno alza la voce, nemmeno per una lieve sanzione a Isr@el@, che continua a calpestare il diritto internazionale come se non avesse alcun valore. Questa inaudita inazione cozza contro la dura realtà di un conflitto che non risparmia nessuno, in particolar modo i più innocenti.
Le nostre manifestazioni, per quanto sincere, sembrano servire solo a farci contare, a mostrarci quanti siamo a indignarci. Scendiamo in piazza, esprimiamo la nostra rabbia, ma la verità è che non cambiano nulla, non risvegliano le coscienze di chi dovrebbe prendersi la responsabilità. È un’amara verità che lascia un retrogusto di impotenza, mentre il sangue continua a scorrere.
Questa impotenza suscita in noi tutti insicurezza. Se un popolo può essere così facilmente abbandonato, se le leggi internazionali non si applicano a tutti e possono essere violate senza conseguenze, chi ci assicura che domani non toccherà a noi? Chi può garantirci che la nostra nazione, la nostra gente, non si troverà un giorno sola di fronte a un’ingiustizia simile, dimenticata e tradita da quel consesso di nazioni che dovrebbe proteggere la pace e la giustizia?
Vogliamo davvero vivere in un mondo così, dove l’indifferenza regna e la giustizia è un lusso? Un mondo in cui la vita di un bambino ha un valore diverso a seconda di dove si trova, dove la violenza è tollerata e addirittura giustificata in nome di presunti interessi di stato, dove la nostra indignazione si scontra contro un muro di indifferenza politica ed economica? È tempo di riflettere seriamente su quale futuro stiamo costruendo o lasciando che venga costruito davanti ai nostri occhi.
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|Forse l’errore stava tutto lì. Era l’errore che tutti gli uomini fanno da sempre. Cercare di mostrarsi forti e sprezzanti e vincitori quando forse basta avere il coraggio di chinare la testa e dire: ho paura.|
– Giorgio Faletti
Il 4 luglio del 2014 ci lasciava Giorgio Faletti. Artista eclettico e poliedrico, Faletti non è stato solo un attore, un comico o un cantante; è stato un autentico fenomeno culturale, in grado di colpire le corde più profonde del pubblico grazie alla sua intelligenza brillante, alla sua ironia sottile e ad una sensibilità davvero rara.
Dal cabaret ai palcoscenici musicali, dai set cinematografici ai bestseller letterari, Giorgio Faletti ha brillato in ogni campo, lasciando un’impronta indelebile.
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“I Navajo insegnano ai loro bambini che ogni mattina il sole che sorge è un sole nuovo. Nasce ogni giorno, vive solo per quel giorno, muore alla sera e non ritornerà più’. Dicono ai loro piccoli: Il sole ha solo questo giorno, un giorno. Vivi bene la tua vita in modo che il sole non abbia sprecato il suo tempo prezioso.“
– Paulo Coelho
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“Capisco fin troppo, e così pure il tuo orrore della politica, la tua tristezza per le ciarle e i maneggi dei partiti senza responsabilità, della stampa, la tua disperazione per la guerra, quella passata e quelle che verranno, per il modo che si ha oggi di pensare, di leggere, di costruire, di far della musica, di organizzare feste, di diffondere la cultura! Hai ragione tu, lupo della steppa; mille volte ragione, eppure devi perire.
Per questo mondo odierno, semplice, comodo, di facile contentatura, tu hai troppe pretese, troppa fame, ed esso ti rigetta perché hai una dimensione in più. Chi vuol vivere oggi e godere la vita non deve essere come te o come me. Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria.“
Da “Il lupo della steppa” di Hermann Hesse.
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G@Z@
Venerdì 11 luglio 2025
“Ve lo giuro. Davanti a Dio. Davanti a questo secolo miserabile. Davanti a ogni ultimo barlume di umanità che ancora sopravvive in me: quello che ho visto oggi non era vita.
Era il crollo di tutto ciò che un tempo osava chiamarsi sacro.
Un tempo, i venerdì a G@z@ erano giorni speciali.
Non per tradizione, ma per tenerezza.
Un padre tornava a casa con del pesce, o forse un pezzo di pollo. E per un’ora, mangiavamo come esseri umani.
Eravamo poveri, sì, ma non umiliati.
Sorridevamo a tavola, ringraziavamo Dio per un piatto di carne, e ci sentivamo vivi.
Ci sentivamo degni di respirare.
Anche i più poveri conoscevano questa dignità.
Risparmiavano tutta la settimana, non per abitudine, ma per speranza. Per quell’unico giorno. Per quell’unico pasto.
Per l’illusione fragile di una vita normale.
Ma oggi?
Oggi è venerdì.
E io ho camminato per le strade di G@z@, non per celebrare, né per nutrirmi.
Ma per cacciare riso.
Riso marcio.
Chicchi grigi che si incollano alle dita e non sanno di nulla.
Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa pur di zittire lo stomaco.
Mio fratello ha frugato in un mercato. Io in un altro.
Siamo tornati con le briciole.
Le abbiamo pagate con le ultime monete.
Qui chiedono oro in cambio di cenere.
E noi lo paghiamo, perché i bambini devono mangiare.
Perché non osiamo più nemmeno pronunciare la parola giusto.
Ma non è per il riso che vi parlo oggi.
È per ciò che ho visto.
Un camion è passato.
Vuoto.
Sul fondo, solo una sottile polvere di farina. Non sacchi. Non pane. Solo la traccia evanescente di qualcosa che forse avrebbe potuto salvare un bambino.
E poi li ho visti.
Non ribelli.
Non ladri.
Bambini.
Correvan dietro quel camion come animali braccati.
Ci sono saliti, con mani che non hanno mai tenuto un giocattolo.
Caduti in ginocchio, come davanti a un altare.
E hanno cominciato a raschiare.
Uno aveva un coperchio rotto.
Un altro, un pezzo di cartone.
Ma gli altri… usavano le mani.
La lingua.
Hai capito?
Leccavano la polvere di farina dal metallo arrugginito. Dalla terra. Dal retro di un camion che già se ne andava.
Uno rideva.
Non per gioia, ma perché il corpo impazzisce quando muore di fame.
Un altro piangeva. In silenzio. Come chi non crede più che qualcuno lo ascolti.
E io ero lì.
Con tutta la mia vergogna.
Con le mani in tasca, come un uomo che aspetta l’autobus.
Come se non stessi assistendo alla fine del mondo.
Volevo urlare.
Ma quale urlo può raggiungere il cielo, se il cielo è sordo?
Quali parole possono contenere il suono di una lingua che raschia la ruggine in cerca di un soffio di farina?
Non ci sono più metafore.
Non c’è bellezza.
Solo peccato.
Solo crimine.
E siamo tutti colpevoli.
Tu. Io.
Chi ha mandato quel camion.
Chi ha mandato gli aerei.
E Dio?
Se stai guardando, piangi con noi.
Se resti in silenzio, allora siamo soli in questo inferno.
Questo è il ventunesimo secolo.
Ma la storia non è andata avanti.
Ha divorato i suoi figli. E lo ha chiamato progresso.
Io non volevo scrivere questo.
Volevo non vederlo.
Volevo dimenticare il bambino che ha leccato il pavimento.
Ma non posso.
Perché l’ho visto.
Perché è reale.
Perché è più reale di tutte le parole che potrei scrivere.
E perché, se lo dimentico, allora non sono più umano.”
𝘋𝘳. 𝘌𝘻𝘻𝘪𝘥𝘦𝘦𝘯
@ezzingaza
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Link al post originale:
https://x.com/ezzingaza/status/1943758629791768682?s=46

“Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga.“
Dal discorso di Albert Camus in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1957.
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|Dalle talpe abbiamo imparato a scavare i tunnel.
Dai castori abbiamo imparato a fare le dighe.
Dagli uccelli, abbiamo imparato a fare case.
Dai ragni abbiamo imparato a lavorare a maglia.
Dal tronco che rotolava in discesa, abbiamo imparato la ruota.
Dal tronco che galleggiava alla deriva, abbiamo imparato a costruire le navi.
Dal vento, abbiamo imparato la vela.
Chi ci ha insegnato le cattive maniere?
Da chi abbiamo imparato a tormentare il prossimo e a umiliare il mondo?|
– Eduardo Galeano
( 📸 da Pinterest )

|Il tuo nudo corpo dovrebbe appartenere solo a chi amerà la tua nuda anima.|
– Charlie Chaplin
( 🖼 “Nudo blu” di Pablo Picasso via Pinterest )

La tragedia della maggior parte delle persone buone è non avere mai la risposta pronta quando vengono attaccate.
Gli altri, invece, sfruttano proprio questa fragilità e vincono battaglie ingiuste — rapide, decisive, dolorose.
Chi ha uno spirito pacifico e una coscienza limpida trova la risposta giusta solo dopo, quando ormai il momento è passato, quando il duello è già perso.
Non è mancanza d’intelligenza, no —
È una forma di purezza d’animo… forse troppo pura per questo mondo.
— Fëdor Dostoevskij
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Nell’indifferenza generale, si sta consumando il massacro silenzioso di un intero popolo. Ogni giorno, mediamente cento vite spezzate sotto i bombardamenti, mentre si attendono a vuoto promesse di aiuti umanitari affidati – ironia amara – alle stesse nazioni che di fatto ne dettano le condizioni e colpiscono anche bambini in coda per un tozzo di pane. Interi accampamenti di civili sfollati, donne, vecchi e bambini, ridotti a vivere dentro tende di fortuna, vengono colpiti senza pietà: non è una guerra, una guerra si combatte con gli eserciti, ma certi pennivendoli preferiscono chiamarla così per inviare messaggi fuorvianti a chi non ha idea di cosa stia realmente accadendo in quei luoghi. No, non è una guerra; è un vero assedio alla dignità umana.
E noi, spettatori impotenti, restiamo a guardare. Siamo “cittadini normali”, dicono, ma non abbiamo voce in capitolo, non possiamo intervenire. Le strade si riempiono di manifestanti, si levano grida di protesta, ma sui banchi del potere – chi seduto nei palazzi della maggioranza, chi nelle file dell’opposizione – nessuno sembra davvero disposto a sollevare un dito. Facile parlare con stipendi che sono semplicemente un’offesa a chi fatica ad arrivare a fine mese. Perché non donano parte dei loro stipendi alle famiglie di Gaza? Non è poi così difficile avere contatti con loro; hanno ancora i cellulari e riescono a connettersi con il mondo. Evidentemente è il mondo che non vuole connettersi con loro. Le opposizioni urlano indignazione per fini elettorali ( evidentemente ci ritengono degli idioti con poca memoria ), le destre rinsaldano legami internazionali, ma il popolo di Gaza continua a cadere sotto le esplosioni.
C’è voluto un attacco ad una chiesa per sentire un bisbiglio di cordoglio da chi dovrebbe rappresentarci, dopo due anni di silenzio tombale, senza alcuna conseguente presa di posizione incisiva ( proposta di sanzioni, interruzione dei rapporti commerciali con una nazione che da quasi ottant’anni martirizza un popolo. Non sia mai! Se ne guardano bene! ). Ma che mondo è questo, in cui il diritto internazionale viene calpestato giorno dopo giorno e noi ci limitiamo ad assistere? È questo l’eredità che vogliamo consegnare ai nostri figli e nipoti? Un mondo in cui la vita di un innocente vale meno di una convenienza politica? È tempo di chiederci fino a che punto siamo disposti a tollerare l’ingiustizia, e se non è arrivato il momento di rialzare la voce, prima che sia troppo tardi.
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[…] è alla portata di chiunque, anche del più perfetto idiota, è la cosa più facile del mondo distruggere e fare del male, non occorrono sagacia né astuzia e nemmeno intelligenza, uno scemo può sempre mandare in pezzi una persona intelligente. Bastano il malanimo, la malafede, la malignità, la malevolenza, ne posseggono a bizzeffe i più rozzi e i più limitati.
Da “Così ha inizio il male” di Javier Marìas.
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Non c’è ragione perché il bene non possa trionfare spesso quanto il male. Il trionfo di qualsiasi cosa è questione di organizzazione. Se esistono gli angeli, spero che siano organizzati secondo i metodi della mafia.
– Kurt Vonnegut, “Le sirene di Titano“, 1959.
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“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.“
Lo scrittore e giornalista arabo-canadese Omar El Akkad, vincitore del Premio Pulitzer, aveva affidato queste dure parole a un post pubblicato su X il 25 ottobre 2023. Erano passate tre settimane di bombardamenti, che avevano già ridotto Gaza a una distesa di macerie e disperazione. A noi mostravano solo le macerie in TV. Nient’altro. Ma oggi informarsi è molto più facile rispetto al passato. Non esiste solo la TV.
Siamo nel 2025, ma, a parte qualche parola di condanna, non è stato preso alcun provvedimento serio per porre fine a questa tragedia. L’Unione Europea, pur riconoscendo «indizi» di violazioni dei diritti umani e discutendo l’idea di restrizioni commerciali, non è riuscita a trovare un’intesa per imporre sanzioni concrete a Israele.
In mancanza di azioni efficaci, la popolazione di Gaza continua a subire quotidianamente la violenza sul terreno e un blocco umanitario che aggrava fame, malattie e privazioni. La retorica resta, mentre le voci che invocano giustizia e responsabilità vengono in gran parte ignorate o confuse nel calderone delle dichiarazioni ufficiali. Siamo tutti, chi più, chi meno, colpevoli di ciò che sta accadendo.
Ma non limitiamoci a dare la colpa solo ai nostri governi. Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo alleviare le sofferenze di questo popolo. Dei nostri dibattiti sterili, della nostra indignazione espressa con qualche manifestazione, gli abitanti di Gaza non sanno cosa farsene: stanno morendo di fame e di sete. Un quarto dei bambini palestinesi è malnutrito (fonte: MSF).
Che fine ha fatto l’umanità? In quel pensiero di Omar El Akkad, che ha scritto pure un libro dal titolo “Un giorno tutti diranno di essere stati contro“, è racchiusa tutta l’ipocrisia di quella gran parte del mondo indifferente a tale tragedia.
( 📸 da Pinterest )

|Vorrei che i bambini non morissero
Mi piacerebbe potessero volare temporaneamente nel cielo
Fino al termine della guerra
Poi potrebbero tornare a casa sani e salvi,
e quando i genitori chiederebbero loro
“Dove eravate?” loro risponderebbero
“Stavamo giocando tra le nuvole.”|
– Ghassan Kanafani
Ghassan Kanafani è stato uno dei nomi più grandi della letteratura palestinese del XX secolo.
Costretto a lasciare la Palestina insieme alla sua famiglia durante la Nakba, ha dedicato la sua breve vita a raccontare quel doloroso vissuto.
A causa del suo attivismo politico, un attentato esplosivo — che si ritiene sia stato orchestrato dai servizi segreti israeliani — gli stroncò la vita a soli 36 anni. Nell’attentato morì anche sua nipote, di appena 17 anni.
( Illustrazione di Nagù )

“L’acqua bolle da ore. Dentro ci sono solo foglie di gelso, raccolte lungo i bordi delle strade. Sono dure, amare, difficili da digerire. Ma è tutto ciò che resta. Non nutrono. Fanno male allo stomaco. Ma la madre le gira lo stesso, per far credere a Tariq che stia arrivando qualcosa. Qualcosa che non arriverà.
Il padre è tornato con una manciata di semi trovati nel fango. Ne ha mangiato uno, poi ha detto: “Tu prendili tutti. Io ho già mangiato.” Ma non era vero. Si vedeva dalla bocca secca. Dallo sguardo che tremava.
Tariq ha fame. Ma non chiede più. Il corpo è stanco. Gli occhi bruciano. Quando dorme, sogna il pane. Quando si sveglia, sogna di dormire ancora.
La madre mastica qualcosa e poi lo sputa. Solo per far finta. Per ingannare il più piccolo.
Il padre respira piano. Le gambe molli. Ogni passo gli toglie qualcosa.
Le famiglie escono all’alba. Camminano per ore verso i camion degli aiuti. Portano bottiglie vuote. Quando arrivano, qualcuno grida. Poi sparano.
Crollano a terra con i sacchi ancora chiusi.
Non è carestia. Non è emergenza.
È fame costruita.
Fatta esplodere a comando.
17.900 bambini e 20.000 adulti sono morti in 21 mesi a Gaza, in Palestina.
Molti senza ferite. Solo pelle, ossa, e silenzio.
Tariq si salva.
Ma si sveglia solo.
Chiama la madre. Scuote il padre. Nessuno risponde.
La mamma stamattina non si è alzata.
Di solito mi tocca la schiena con la mano calda.
Ma oggi no.
Forse dormono.
Ma io ho fame.
E non voglio piangere.
C’è ancora un seme nella tasca. Me lo ha lasciato lui.
Ho aperto la porta.
C’era luce.
Ma nessuno fuori.
Solo silenzio.
Forse devo andare io a cercare il pane.
Forse si svegliano dopo.
Quando torno.
Il Giorno della Memoria ci ha insegnato a non dimenticare.
Ma “mai più” non significa ieri.
Significa anche adesso.
Se guardo.
Se so.
Se resto in silenzio.
Allora questo silenzio è anche mio.“
🕯 Alice Giacobbo scrittrice
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