
“Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.“
– Wisława Szymborska ( Foto da Pinterest )

“Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!“
– Nanni Moretti
Partigiano è una parola che non si limita a indicare qualsiasi essere umano.
Dentro questa parola c’è una scelta. C’è un ragazzo che lascia la casa, una donna che porta messaggi rischiando la vita, un uomo che sale in montagna, una voce che dice no quando dire no può costare tutto.
Un partigiano è un essere umano, certo. Ed è proprio questo a renderlo grande. Non era fatto di bronzo, non era nato per stare nei monumenti, non camminava senza paura. Aveva fame, freddo, nostalgia, dubbi. Aveva una madre, forse un amore, forse un libro lasciato a metà sul comodino. Aveva paura, come tutti.
Ma a un certo punto ha scelto.
E questa scelta non è un dettaglio. È il cuore della parola.
Dire essere umano significa ricordare ciò che ci accomuna. Dire partigiano significa ricordare ciò che, in un’ora terribile, qualcuno ha deciso di fare con la propria umanità.
Per questo le due parole non sono intercambiabili. Sarebbe come guardare un fuoco e chiamarlo semplicemente luce. Vero, ma non basta. Perché nel fuoco c’è calore, pericolo, cenere, coraggio. C’è qualcosa che brucia e trasforma.
Così è la parola partigiano. Non cancella l’essere umano, lo rende più visibile. Ci dice che quella persona non fu soltanto vittima della Storia, ma presenza viva dentro la Storia. Non rimase ai margini, non si nascose dietro la prudenza, non aspettò che qualcun altro decidesse per lei.
Scelse una parte.
E scegliere una parte, quando dall’altra parte ci sono la dittatura, la violenza, l’occupazione, non è fanatismo. È responsabilità.
Le parole della memoria vanno maneggiate con delicatezza. Sembrano piccole, ma dentro hanno intere vite. Se togliamo partigiano e mettiamo al suo posto essere umano, forse pensiamo di rendere il discorso più universale. In realtà rischiamo di renderlo più povero.
Perché un partigiano è stato anche un essere umano.
Ma non è stato soltanto un essere umano.
Un partigiano è stato un essere umano che, nel buio, decise di non spegnersi.
( 📸 dal Web )
#bellaciao
#partigiano

“Trent’anni fa si poteva sperare di cambiare il mondo, di avere una giustizia sociale e un’opposizione seria al sistema. Oggi, purtroppo, non ci resta che la rassegnazione davanti a un mondo che è cambiato in peggio, a una giustizia e a un’opposizione fantasma.
Una rinascita la vedo soltanto attraverso una catastrofe sociale di tutte le micro-società che si chiamano nazioni. Una rinascita degli uomini che penseranno in primo luogo di appartenere a una sola razza: la razza umana.“
– Fabrizio De André
( 📸 da Pinterest )

“Se vuoi distruggere una civiltà, disprezza l’insegnante, umilia il medico, emargina lo scienziato e dà valore agli ignoranti.”
– Malek Bennabi
Il filosofo e scrittore algerino Malek Bennabi ha riflettuto sulla crisi delle civiltà colonizzate senza rifugiarsi nelle spiegazioni comode. Per lui la rinascita di un popolo non comincia solo dalle rivoluzioni o dai governi, ma da qualcosa di più fragile e potente: una coscienza che si risveglia, un’idea che torna viva, un uomo che smette di sentirsi sconfitto.
( 📸 da Pinterest )

“Siamo nati così, in mezzo a tutto questo,
tra queste guerre attentamente matte,
tra la vista di finestre di fabbrica rotte di vuoto,
in mezzo a bar dove le persone non si parlano più,
nelle risse che finiscono tra sparatorie e coltellate.
Siamo nati così, in mezzo a tutto questo:
tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire,
tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli,
in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi,
in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo.“
Da “Dinosauria, noi” di Charles Bukowski.
( 📸 da Pinterest )

“Non abbiate paura della vostra inquietudine. È il segnale che la vostra anima non è stata ancora addomesticata.“
Attribuita alla scrittrice Goliarda Sapienza
( 📸 di Marija Kovač via Pinterest )

“Il fatto che cerchiamo, ciascuno di noi, di trarre le nostre soddisfazioni più dalle nostre piccole ambizioni, dalle nostre carriere, dal nostro profitto, da questa competizione a tutti i costi che poi è una bugia che possa donarci mai felicità. Quello che si prova quando si è funzione di qualcosa per qualcun altro è una felicità enorme, è il senso forse dello stare al mondo.”
– Elio Germano
( 📸 da Pinterest )

“Non sono asociale, sono un empatico selettivo. Sì, mi isolo perché preferisco stare da solo piuttosto che circondato da persone che non vibrano sulle mie stesse frequenze.
Più invecchio, più so chi sono e cosa voglio, e soprattutto cosa non è più in linea con me. Mi sento meravigliosamente bene nel silenzio. Sono un empatico che rispetta le sue percezioni e ascolta il suo corpo, la sua mente, la sua anima.
Amo profondamente le persone, ascoltarle, consigliarle e aiutarle. Ma poi il mio Io reclama una pausa. Quando noi empatici selettivi passiamo del tempo con qualcuno, non è per riempire un vuoto, ma perché ne abbiamo veramente voglia.“
– Carl Gustav Jung
( 📸 da Pinterest )

|Caro Presidente Pertini,
mi perdoni se la disturbo fin lassù, ma avevo il disperato bisogno di scriverle.
Perché qui qualcosa si è rotto.
In queste ore stanno girando dei video.
Si vedono attivisti, italiani e non, fermati mentre erano diretti verso Gaza. A terra. Ammanettati. Bendati.
E sopra quelle immagini, frasi di scherno, slogan, orgoglio, richieste di carcere duro.
Non le scrivo per parlarle di geopolitica, ma le scrivo perché guardando quelle immagini mi è venuto da pensare a Lei.
A Lei che aveva conosciuto il carcere.
A Lei che aveva visto cosa succede quando la forza prende il posto dell’Umanità.
A Lei che aveva combattuto perché nessun uomo dovesse essere umiliato per ciò che pensa o per ciò che è.
Lei era il Presidente che piangeva per i morti, che abbracciava gli operai, che parlava di Libertà con gli occhi di chi la Libertà l’aveva pagata sulla propria pelle.
Oggi invece viviamo nel tempo dei video.
Persone umiliate diventano contenuti.
La sofferenza diventa tifo.
L’Umanità diventa schieramento.
E noi Italiani, il popolo che Lei voleva libero, forte e giusto, sembriamo aver perso la Voce.
Ci dividiamo su tutto.
Anche davanti al dolore.
Anche davanti alla Dignità.
Anche davanti agli Esseri Umani.
Lei ci insegnò che la Patria non era una bandiera da sventolare ma era stare dalla parte dell’Uomo.
Sempre.
Perché l’Italia che ha sconfitto il fascismo, che ha ricostruito le macerie, che ha insegnato al mondo cosa fosse la Dignità… non può diventare un Popolo che guarda e passa.
Presidente,
guardi come ci siamo ridotti.
Abbiamo smartphone più potenti.
Ma coscienze più piccole.
Abbiamo mille opinioni.
Ma meno Coraggio.
E forse è proprio quest’ultima cosa che fa ancor più male.
Perché non stiamo perdendo una guerra, stiamo perdendo Noi stessi.
Con infinito ed immutato Rispetto,
un Italiano che si ricorda ancora cosa significava alzarsi in piedi davanti alle ingiustizie.|
✍🏻 Genny Dani
( 📸 da Pinterest )

“Il male è sempre infimo: proviene da un eccesso di debolezza, da sentimenti come l’invidia, il rancore, l’odio. Umani, certo, ma che l’umanità chiede di convertire in bellezza, creatività, solidarietà.”
“Ci si sofferma giustamente sul male gigantesco: stragi, uccisioni. Ma troppo poco su quel male piccino che ci riguarda quotidianamente: il meschino potere di ferire gli altri. Il commento velenoso, gratuito, lasciato da uno sconosciuto sui social. La battuta maligna sul posto di lavoro. La presa di mira dell’aspetto fisico, specialmente di noi donne. Il tentativo di smontare e ridimensionare l’altro, di metterlo in crisi per ricavarne chissà quale illusorio e perverso piacere è uno scandalo.”
“Siamo invitati a trincerarci dentro la nostra esteriorità, a competere e a combatterci, senza renderci conto che questo è il contrario dell’essere comunità, del comprenderci e sostenerci tessendo legami di amicizia, l’unica opportunità per essere felici.
Dovremmo nutrire ciò che conta: le nostre interiorità piene di ferite, oscurità, mancanze. Per aiutarci gli uni con gli altri a renderci migliori. Non più vincenti: più generosi. Chi è forte, lo è sempre. E la forza non è prevaricazione, ma consapevolezza, amore per se stessi e le altre persone.“
– Silvia Avallone
( Foto da Pinterest )

«Al mio paese, la piccola borghesia considera una grande prova di abilità arrivare a ingraziarsi, con tutti i mezzi, anche i più bassi, chi comanda. La furberia al posto di ogni altra qualità umana. Chi non vi riesce è un imbecille; e chi non vi si adatta, un pazzo. “Ha relazioni” è, al mio paese, dire molto.»
Da “Quasi una vita. Giornale di uno scrittore” di Corrado Alvaro.
Corrado Alvaro (1895-1956) è stato uno di quegli scrittori che hanno guardato l’Italia senza abbassare gli occhi. Nato in Calabria, portò nella letteratura la voce di un Sud ferito, dignitoso, spesso tradito da chi avrebbe dovuto ascoltarlo. Ma ridurlo a “scrittore meridionale” sarebbe un torto enorme. Alvaro raccontò il potere, la miseria morale, l’emigrazione, la provincia, la furbizia scambiata per intelligenza, le ingiustizie quotidiane che diventano costume nazionale.
Nelle sue pagine c’è un paese che conosciamo ancora fin troppo bene. Quello dove contano le relazioni più del merito, l’obbedienza più della libertà, il favore più della giustizia. Eppure Alvaro non scriveva per rassegnarsi. Scriveva per ricordarci che vedere le cose con chiarezza è già una forma di resistenza.
( Corrado Alvaro in un ritratto di Renato Guttuso, via Pinterest )

“Da giovane ho fatto una scelta di vita: stare dalla parte dei più deboli, degli sfruttati, dei diseredati e degli emarginati. E lo farò fino alla fine della mia vita”.
“Siamo convinti che il mondo, anche questo mondo terribile e complesso di oggi, possa essere conosciuto, interpretato, trasformato e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere e della sua felicità. Lottare per questo obiettivo è una prova che dà alla vita dignità.”
“Noi restiamo risolutamente ostili all’antisemitismo perché contrari a ogni forma di odio razziale a cominciare da quello di cui sono pervasi gli attuali governanti di Israele. E anche in questa occasione vogliamo esprimere la nostra solidarietà e ammirazione a tutti quegli ebrei che dentro e fuori lo Stato di Israele si sono opposti e hanno condannato la condotta del governo israeliano. Ma dovrebbe essere ormai evidente a tutte le persone in buona fede che un governo che cerca di annientare un intero altro popolo e che occupa militarmente un altro paese non agisce certo per garantire la propria sicurezza ma agisce per impedire che un altro popolo, quello palestinese, abbia anch’esso un suo territorio e un suo Stato con il quale convivere pacificamente e agisce secondo un disegno di espansione e di dominio da imporre nella zona più ampia possibile del Medio Oriente”.
– Enrico Berlinguer
( 📸 da Pinterest )

“I primi tempi non piangi nemmeno.
Stai là, come anestetizzato, a fare le cose che devi fare: i moduli, le telefonate, i caffè con la gente che ti fa le condoglianze con la faccia di circostanza.
Ti senti quasi in colpa perché pensi di essere insensibile.
Poi, tre mesi dopo, ti cade una forchetta per terra mentre cucini e scoppi a piangere come un ragazzino, e capisci che il dolore stava solo prendendo la rincorsa.“
Zerocalcare*
*Zerocalcare è un fumettista che ha raccontato una generazione intera, precaria, ansiosa, storta, affettuosa, spesso arrabbiata, usando un linguaggio che mescola ironia, dolore, memoria politica e una tenerezza che arriva sempre quando hai abbassato la guardia.
Tra una battuta, un armadillo e una crisi esistenziale, Zerocalcare riesce a fare una cosa rara. Trasformare il personale in collettivo. E ricordarci che certe fragilità non sono debolezze, ma mappe. Un po’ spiegazzate, certo. Però vere.
( Immagine da Pinterest )
N.B. Le immagini sono state reperite nel web, quindi considerate di pubblico dominio, usate a scopo meramente didattico o decorativo, ed appartenenti a Pinterest, a google e ai legittimi proprietari. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo lacapannadelsilenzio@yahoo.it e saranno immediatamente rimosse.
Leave a Comment
Devi essere connesso per inviare un commento.