Pensieri, riflessioni e immagini ( Marzo 2026 )

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Una scuola iraniana.
Zaini impolverati.
Quaderni macchiati.
Bambine che poche ore prima avranno pensato alla verifica, all’intervallo, a una risata scambiata sottovoce.
Poi le bombe.
E noi qui, a contare i morti come si contano i numeri di una statistica, mentre il mondo discute di strategie, equilibri, deterrenza, prevenzione.
Si evocano tregue, tavoli, premi, grandi parole lucide e rassicuranti. E dieci minuti dopo si bombarda.
Territori. Case. Scuole. Civili.
Il diritto internazionale diventa un accessorio.
Lo si indossa quando conviene, lo si ripone quando intralcia.
Non è una questione di simpatie per questo o quel regime. Nessuno è ingenuo.
Sappiamo bene cosa sia una teocrazia, sappiamo cosa significhi vivere senza libertà.
Ma una cosa non giustifica l’altra.
L’ingiustizia non si cura con un’altra ingiustizia.
La violenza non si redime con altra violenza.
La verità è più semplice e più spaventosa: vale la legge del più forte. Forte di armi, di soldi, di alleanze. Forte perché può permettersi di parlare di pace mentre prepara la guerra.
E noi?
Noi restiamo a guardare, con quella sensazione amara di essere minuscoli davanti a decisioni prese altrove, sopra le nostre teste.
E allora la domanda arriva, inevitabile: che fine abbiamo fatto?
Abbiamo toccato il fondo. L’abbiamo raschiato. Eppure scopriamo che c’è sempre un altro centimetro più giù. Forse il punto non è quanto siamo caduti, ma quanto ci siamo abituati alla caduta. Alla notizia che dura un giorno. All’indignazione che dura un’ora. Alla vita che vale meno di un comunicato ufficiale.
Peggio dei responsabili, nella storia, spesso ci sono i pavidi. Non quelli che tremano, tremare è umano, ma quelli che scelgono di non dire nulla. Che scambiano il silenzio per prudenza e la prudenza per virtù.
Eppure una cosa possiamo farla: non smettere di sentire. Non trasformare l’orrore in abitudine. Non accettare che tutto questo diventi normale.
Perché il giorno in cui non ci farà più male, allora sì, avremo davvero toccato il fondo.
E forse, stavolta, senza più accorgercene.
Breve aggiornamento per chi continua a negare ciò che è accaduto: L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto un’indagine sull’attacco israeliano alla scuola femminile iraniana, che ha causato la morte di quasi 200 persone, affermando che l’incidente potrebbe costituire un crimine di guerra. “L’onere di indagare ricade sulle forze che hanno perpetrato l’attacco”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk in una nota, chiedendo di rendere pubblici i risultati e di “garantire l’assunzione di responsabilità e il risarcimento per le vittime”.
#iran
#GuerraIran
( 📸 dal Web )

 

Non c è mai stata una guerra che ha posto fine alla guerra.
– Tiziano Terzani
(Foto da Pinterest)

 

Attraverso il buchino del muro il topolino guardava il contadino e la moglie che stavano aprendo un pacchetto. “Che cibo ci sarà?” – si chiedeva il topolino che rimase sconvolto nel vedere che era una trappola per topi.
Il topolino fece il giro della fattoria avvisando tutti: – “C’è una trappola per topi in casa! C’è una trappola per topi in casa!” Il pollo alzò la testa e disse: “Signor Topo, capisco che è una cosa grave per te, ma non mi riguarda. Non mi preoccupa affatto.” Il topolino andò dal maiale dicendogli, “C’è la trappola per topi in casa! C’è la trappola per topi in casa!” Il maiale con empatia disse: -“mi dispiace molto, Signor Topo, ma non c’è nulla che io possa fare, eccetto pregare. Ti assicuro che sarai fra le mie preghiere.” Il topolino allora andò dalla mucca: -“C’è una trappola per topi in casa! C’è una trappola per topi in casa!” La mucca disse, “Oh, Sig. Topo, mi dispiace per te ma a me non disturba.” Quindi, il topolino tornò in casa, con la testa bassa, molto scoraggiato, per affrontare da solo la fatidica trappola. Durante la notte sentirono uno strano rumore che echeggiò per la casa, come quello di una trappola che afferra la sua preda. La moglie del contadino si alzò subito per vedere cosa avrebbe trovato nella trappola. Nel buio, non vide che era un serpente velenoso con la coda bloccata nella trappola. Il serpente morsicò la moglie del contadino che dovette portarla d’urgenza all’ospedale, con la febbre alta. Come molti sanno, nella cultura contadina, la febbre si cura con una zuppa di pollo fresco, quindi il contadino con il suo coltellone uscì nel pollaio per rifornirsi con l’ingrediente principale della zuppa. La malattia della moglie però non passava e così tanti amici vennero a trovarla per starle vicino. La casa era piena e per nutrire tutti, il contadino dovette macellare il maiale. Ben presto la moglie morì e tanta gente venne al suo funerale tanto che il contadino dovette macellare la mucca per offrire il pranzo a tutti. Il topolino dal buchino del muro guardò il tutto con grande tristezza.
La prossima volta che sentite che qualcuno sta affrontando un qualche problema e pensate che non vi riguardi, ricordate che quando uno di noi viene colpito, siamo tutti a rischio. Siamo tutti coinvolti in questo viaggio chiamato vita.
Prendersi cura gli uni degli altri è un modo per incoraggiarci e sostenerci a vicenda.
Quando senti suonare la campana non chiederti per chi suona. Essa suona anche per te“.
Ernest Hemingway
( Foto da Pinterest)

 

Gli americani sono molto fortunati, perché dovunque vanno per esportare la libertà… trovano il petrolio.
– Michele Serra
( 📸 da Pinterest )

 

Profonda ammirazione per chi, in un periodo storico che premia i toni muscolari e le semplificazioni, ha il coraggio, ormai controcorrente, di parlare di pace, di diritto internazionale, di responsabilità.
Quello che sta accadendo è estremamente grave. Il mondo sta entrando in una dinamica di escalation militare che può avere conseguenze imprevedibili.
È così che iniziano le grandi catastrofi dell’umanità. Non si può giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone.
La posizione del governo spagnolo può essere riassunta in quattro parole: NO ALLA GUERRA. Non risolveremo i problemi del mondo con conflitti e bombe.
Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle rovine o pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership.
La Spagna difende una soluzione diplomatica, il rispetto del diritto internazionale e la ricerca di una de-escalation immediata.
Le guerre recenti ci hanno insegnato che gli interventi militari unilaterali non portano stabilità, ma spesso più terrorismo, più instabilità e crisi economiche.
Per questo motivo il governo spagnolo ha deciso che il nostro Paese non parteciperà a questa escalation e non contribuirà a operazioni che non rispettano la legalità internazionale.
Non lo facciamo per paura di ritorsioni. Lo facciamo perché è coerente con i nostri valori e con i nostri interessi.
Non ripeteremo l’errore dell’Iraq, non saremo complici per paura delle ritorsioni. Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e contrario ai nostri valori e ai nostri interessi solo per evitare ritorsioni da qualcuno.
La Spagna continuerà a difendere la pace, il multilateralismo e la diplomazia come unica strada per risolvere i conflitti.
Pedro Sànchez
( 📸 da Pinterest )

 

L’unico momento in cui la maggior parte della gente pensa all’ingiustizia è quando la subisce.
Charles Bukowski
( 📸 da Pinterest )

 

Se l’Italia non è in guerra, come ci viene continuamente ripetuto con tono rassicurante, allora bisognerebbe spiegare alcune stranezze di questo cupo periodo storico.
Come mai dalla Sicilia, dalla base di Sigonella, decollano droni e velivoli americani diretti verso il Medio Oriente, impegnati nelle operazioni militari contro l’Iran? Non si tratta di fantasia, dato che voli di ricognizione e droni sono effettivamente partiti dalla base siciliana per missioni legate al teatro di guerra, attraversando il Mediterraneo fino alle aree operative vicino all’Iran.
E ancora non bisogna dimenticare che a Niscemi, sempre in Sicilia, esiste il sistema satellitare MUOS, una rete di comunicazioni militari statunitensi che serve proprio a coordinare droni, navi e missili nelle operazioni in Medio Oriente.
Dunque la domanda rimane sospesa, semplice e un po’ scomoda: se l’Italia non è in guerra, perché dal suo territorio passano e partono strumenti di guerra?
Interrogativi che, in un paese maturo, meriterebbero risposte chiare pubbliche, politiche e istituzionali. Risposte che chiariscano e che non lascino zone d’ombra.
Invece il discorso pubblico prende un’altra strada, più comoda e meno impegnativa. Si torna a evocare l’immagine rassicurante della famiglia felice nel bosco, piccolo teatro sentimentale buono per ogni stagione. Tanto per cambiare si rispolvera la figura dei “magistrati ideologizzati”, antagonisti perfetti per semplificare questioni complesse.
Così, mentre si avvicina il referendum, il dibattito scivola verso narrazioni facili, utili forse a raccogliere qualche consenso, ma poco adatte a illuminare le domande vere. Quelle che restano, ostinate, sullo sfondo.
( Immagine da Pinterest )
#GuerraIran
#distrazionedimassa

 

Ogni anno arriva l’8 marzo.
E arrivano le mimose.
Le foto, gli auguri, i post pieni di buone intenzioni, le festicciole “solo per donne”.
“La donna” celebrata come se fosse una categoria unica da esporre per ventiquattr’ore.
Poi però c’è la realtà.
Uccisioni di donne che riempiono le cronache.
Vittime di violenze sessuali costrette ancora a spiegarsi, a dimostrare, a giustificarsi.
Intanto si discute di leggi delicate, come il cosiddetto DDL sugli stupri.
E dell’educazione affettiva nelle scuole — sì, ma solo con il consenso dei genitori.
Come se insegnare il rispetto fosse facoltativo.
È il solito paradosso:
ci indigniamo per la violenza, ma trattiamo l’educazione che potrebbe prevenirla come un rischio.
E allora forse il problema è proprio questo.
La retorica delle mimose è facile.
Cambiare davvero le cose è molto più difficile.
Perché non basta celebrare “le donne”.
Esistono donne e femmine, come esistono uomini e maschi.
La storia è piena di donne che sono emerse quando era infinitamente più difficile di oggi. E di donne che, ancora adesso, vivono in contesti che le ostacolano e che, nonostante tutto, riescono comunque a liberarsi dal peso oppressivo del patriarcato.
Non perché qualcuno le festeggiasse una volta l’anno.
Ma perché hanno deciso di farlo.
I diritti non cadono dal cielo.
Si conquistano.
Non esistono “liberatori”.
E forse l’8 marzo non dovrebbe essere una festa.
Dovrebbe essere un promemoria.
( Collage da Pinterest )
#giornatadelledonne
#ottomarzo

 

[…]Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche…
Figli dell’epoca
Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.
Wisława Szymborska
( 📸 da Pinterest )

Quando tutti pensano allo stesso modo, nessuno sta pensando davvero.
– Walter Lippmann
@phpinterest

 

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.
Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.
( Naturalmente l’autore non intendeva chiamare in causa l’intero popolo italiano; il suo sguardo era rivolto piuttosto a quella figura indistinta e ricorrente che potremmo definire l’italiano medio, una sorta di personaggio collettivo in cui, nel bene e nel male, si riflettono abitudini, vizi e virtù di un paese intero. Meglio specificare per chi non è in grado di comprendere testi, seppur brevissimi ).
– Ennio Flaiano
( Foto da Pinterest )

 

Nessuno verrà” di Anna Maria Ortese
|Nessuno verrà mai su questa terra
a dirci la ragione delle cose,
fosse anche una ragione da niente;
a svegliare i morti bambini,
a svelare la legge totale della
Iniquità.|
( Immagine da Pinterest )

 

Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’idiozia ed esalta l’ignoranza.
Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano. I social media ne sono l’esempio perfetto. I social non informano: eccitano. Non spiegano: semplificano. Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri.
Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.
– Umberto Eco
( 📸 da Pinterest )

Puoi bloccare un passaporto, ma non una voce. Sono palestinese e resto in piedi con orgoglio e dignità. Sarò lì con lo spirito. La nostra storia è più grande di ogni ostacolo e verrà ascoltata.
Motaz Malhees
Nel rituale scintillante delle grandi cerimonie hollywoodiane si insinua, improvvisa, una realtà difficile da digerire.
Accade quest’anno attorno a “La voce di Hind Rajab“, il film della regista tunisina Kaouther Ben Hania, candidato agli Oscar dopo aver ottenuto il Leone d’Argento alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Uno dei suoi interpreti, l’attore palestinese Motaz Malhees, ha annunciato che non potrà partecipare alla cerimonia del 15 marzo negli Stati Uniti. In un messaggio pubblicato su Instagram, Malhees ha spiegato che alle autorità statunitensi non è stato possibile concedergli l’ingresso nei “liberi” Stati Uniti, famosi per “esportare la democrazia in tutto il mondo”.
Qual è la “colpa” dell’attore in questione? Essere palestinese.
Ma non eravamo noi occidentali — almeno così amiamo raccontarci — i campioni dell’inclusione, della democrazia, dell’accoglienza?
Il film racconta la tragica vicenda di Hind Rajab, bambina di sei anni rimasta intrappolata sotto il fuoco a Gaza nel gennaio 2024. Una storia che interroga la coscienza del presente e che, paradossalmente, giunge alla notte degli Oscar accompagnata da un’altra assenza: quella di uno dei suoi protagonisti, fermato da un confine amministrativo.
Dire che si tratta di una vergogna è fin troppo poco. Questa è pura e semplice discriminazione. E quando un artista viene escluso non per ciò che ha fatto, ma per la sua nazionalità, non è soltanto una cerimonia a perdere uno dei suoi protagonisti. È l’idea stessa di cultura come spazio universale a subire una ferita.
Che fine stiamo facendo? Anzi, per essere più corretti, che fine abbiamo fatto?
#LaVoceDiHindRajab
#TheVoiceofHindRajab
#palestina
#Gaza
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Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura.
Giovanni Falcone
📸 da Pinterest

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Più una società diventa complessa, più cresce la quantità di informazioni irrilevanti che possono distrarre le persone da ciò che conta davvero.

Da “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley.

Dove comanda la Mafia, i posti nelle istituzioni vengono tendenzialmente affidati a dei cretini.
Giovanni Falcone
( 📸 da Pinterest )
#GiovanniFalcone

 

Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi.
Sandro Pertini
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|Arriva un momento, pensava, in cui ti rendi conto che la tua vita è cambiata. Ma quando è successo? Ti chiedi. E non trovi la risposta, diversi fatti impercettibili si sono accumulati fino a determinare un cambiamento radicale. O forse alcuni fatti molto visibili di cui non hai calcolato la portata. Guardi e guardi, ma non trovi la risposta al “quando”. Come se questo fosse importante!|
Da “Il ladro di merendine” di Andrea Camilleri.
( 📸 da Pinterest )

 

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