
Abbiate un cuore grande.
E un po’ meno paura.
– Fëdor Dostoevskij
#phpinterest

“Comunque la si pensi sulla Flotilla, se ancora pensiamo di vivere e crediamo nella civiltà del diritto, allora ci troviamo di fronte a un fatto che non può essere contestato.
Cioè ci troviamo di fronte al fatto che per quanto riguarda l’Italia – ma vale anche per altri Stati – molti concittadini sono detenuti illegalmente da un’altra nazione, da un altro paese che è Israele, senza aver compiuto alcun reato, semplicemente perché stazionavano con una missione pacifica umanitaria in acque internazionali, cioè in acque di tutti.
Questi concittadini italiani, molti dei quali erano su barche battenti bandiera italiana, oggi sono detenuti illegalmente in Israele.
Ma quello che colpisce più di tutto è che di fronte a quella che è una palese violazione delle leggi, una detenzione illegale, viene affrontata così da chi si riempie la bocca tutti i giorni della bandiera italiana, della sovranità nazionale, della protezione della patria. E poi che cosa succede? Che che viene arrestato illegalmente un numero importante di italiani, e li si deridono, li si delegittimano, li si considera irresponsabili, li si attaccano davanti agli occhi del mondo, e questo avviene perfino prima che vi sia l’azione militare di Israele.
Un atteggiamento del tutto diverso dalle parole usate sulla stessa questione dal premier spagnolo Pedro Sànchez. Lui sì, cara Presidente Meloni, sembra un capo di governo.
Non è mai troppo tardi per ricordarle che lei è la Presidente del Consiglio di tutti i cittadini italiani, anche di coloro che non l’hanno votata, anche di coloro che non concordano con la sua linea politica, e anche loro hanno diritto di essere tutelati anche dalle sue parole, anziché essere trattati come una fazione politica da combattere in un momento estremamente delicato per l’opinione pubblica e per il nostro Paese e per loro in particolare mentre erano ancora in balia delle navi da guerra israeliane.”
– Corrado Formigli
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I racconti dei membri della Global Sumud Flotilla lasciano, anche in chi possiede solo un briciolo di umanità, un senso di tristezza molto profondo. Dopo il sequestro della nave, gli attivisti sono stati picchiati, tenuti senza acqua, umiliati. Tra loro c’era Greta Thunberg, la ragazza che da anni parla di rispetto e responsabilità, mai di odio o di guerra. Secondo diversi testimoni, è stata bendata, ammanettata, chiusa in una stanza sporca piena di cimici e costretta a baciare una bandiera israeliana, mentre intorno qualcuno rideva.
Un gesto del genere non ha giustificazioni. Non serve a nulla, se non a far capire quanto in basso può scendere il potere quando perde il senso dell’umanità. Costringere qualcuno a un atto di sottomissione è una violenza che non colpisce solo il corpo, ma tutto ciò che quella persona rappresenta.
Molte persone non sono rimaste in silenzio. In tante città, migliaia di cittadini sono scesi in piazza per chiedere rispetto e verità. Non per appartenenza politica, ma perché davanti ad un massacro di civili e di un trattamento del genere verso attivisti pacifici non si può restare in silenzio. È stato un modo per dire che la dignità non si tocca, mai. Un gesto di coraggio destinato a diventare storia.
Fa paura, però, leggere i commenti di chi continua ad insultare l’equipaggio della Flotilla e chi manifesta per la pace. Una violenza che ferisce quanto quella fisica. Ci si chiede cosa non vedano, cosa non capiscano. È scoraggiante, perché dimostra quanto sia facile disumanizzare gli altri quando non si vuole ascoltare.
Eppure qualcosa resiste. È l’umanità che impedisce di restare indifferenti, che continua a far provare vergogna ed empatia. Perché finché riusciamo a sentire dolore per ciò che è ingiusto, c’è ancora una parte di umanità che non si è spenta.
Come diceva Dostoevskij “Se senti dolore, sei vivo, ma se senti il dolore degli altri, sei umano.”
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#globalsumudflotilla
#Gaza

Nel Tamil Nadu, nel sud dell’India, un piccolo elefante di pochi mesi si perse nella giungla. Probabilmente si era distratto, o forse aveva solo seguito qualcosa che luccicava tra le foglie. Quando si accorse che la sua famiglia non c’era più, restò fermo per un po’, come se il silenzio potesse riportarla indietro. Poi cominciò a barrire piano, ma non ebbe alcuna risposta.
La giungla di notte è un posto che non perdona. Ma quel giorno il piccolo ebbe fortuna: dei guardaboschi lo trovarono, solo e impaurito, coperto di polvere e foglie. Gli diedero da bere, un po’ di frutta, e gli parlarono con voce bassa, gentile, con molta dolcezza.
Poi usarono i droni per cercare la mandria.
Passarono alcuni giorni. Una mattina, mentre il sole filtrava tra gli alberi, i guardaboschi lo videro di nuovo. Il piccolo era accanto a sua madre. Dormivano insieme, stretti, e intorno a loro la foresta taceva, come se anch’essa stesse tirando un sospiro di sollievo.
Nessuno parlò. In quella scena semplice e quieta c’era tutto: la paura, la pazienza e la certezza che, quando il cuore sa dove vuole tornare, prima o poi ci riesce.
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Perché non credo in Dio
|Diverse persone mi hanno chiesto perché dico che non credo in Dio. Ecco la mia risposta.
A me non piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all’inferno. Preferisco quelli che si comportano bene perché amano comportarsi bene.
Non mi piacciono quelli che sono buoni per piacere a Dio. Preferisco quelli che sono buoni perché sono buoni.
Non mi piace rispettare i miei simili perché sono figli di Dio. Mi piace rispettarli perché sono esseri che sentono e che soffrono.
Non mi piace chi si dedica al prossimo e coltiva la giustizia pensando in questo modo di piacere a Dio. Mi piace chi si dedica al prossimo perché sente amore e compassione per le persone.
A me non piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone stando zitto dentro una chiesa ascoltando una funzione. Mi piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone guardando i miei amici negli occhi, parlando con loro, e guardando il loro sorriso.
Non mi piace emozionarmi davanti alla natura perché Dio l’ha creata così bella. Mi piace emozionarmi perché è così bella.
Non mi piace consolarmi della morte pensando che Dio mi accoglierà. Mi piace guardare in faccia la limitatezza della nostra vita e imparare a sorridere con affetto a sorella morte.
Non mi piace chiudermi nel silenzio e pregare Dio. Mi piace chiudermi nel silenzio e ascoltare le profondità infinite del silenzio.
Non mi piace ringraziare Dio: mi piace svegliarmi al mattino, guardare il mare e ringraziare il vento, le onde, il cielo e il profumo delle piante, la vita che mi fa vivere, e il sole che si alza.
A me non piacciono quelli che mi spiegano che il mondo l’ha creato Dio, perché penso che non lo sappia nessuno di noi da dove viene il mondo; penso che chi dice di saperlo si illude; preferisco guardare in faccia il mistero, sentirne l’emozione tremenda, piuttosto che cercare di spegnerla con delle favole.
A me non piacciono coloro che credono in Dio e così sanno dove sta la Verità, perché penso che in realtà siano ignoranti quanto me. Penso che il mondo è per noi ancora uno sterminato mistero. A me non piacciono quelli che conoscono le risposte. Mi piacciono di più quelli che le risposte le cercano, e dicono «non so».
Non mi piace chi dice di sapere cosa è bene e cosa è male, perché sta in una chiesa che ha il monopolio di Dio, e non vede quante diverse chiese esistono al mondo. Quante morali diverse, e ciascuna sincera, esistono al mondo.
Non mi piace chi dice a tutti cosa tutti devono fare, perché si sente forte grazie al suo Dio. Mi piace chi mi dà suggerimenti sommessi, chi vive in un modo che mi stupisce e ammiro, chi fa scelte che mi emozionano e mi fanno pensare.
Mi piace parlare agli amici, provare a consolarli se soffrono. Mi piace parlare alle piante, dare loro da bere se hanno sete. Mi piace amare. Mi piace guardare il cielo in silenzio. Mi piacciono le stelle. Mi piacciono infinitamente le stelle.
Non mi piace chi si rifugia nelle braccia di una religione quando è sperso, quando soffre; preferisco chi accetta il vento della vita, e sa che gli uccelli dell’aria hanno il loro nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il suo capo.
E siccome vorrei essere simile alle persone che mi piacciono, e non a quelli che non mi piacciono, non credo in Dio.|
[Carlo Rovelli, fisico e scrittore italiano, è noto in tutto il mondo per il suo modo chiaro e poetico di raccontare la scienza. Studioso della gravità quantistica, è autore di libri molto apprezzati che hanno fatto conoscere la bellezza della fisica a milioni di lettori in tutto il mondo.]
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|Fecero un deserto e lo chiamarono pace.|
Dal “De Agricola” di Tacito.
[Meglio cercare di non farci pensare a ciò che è successo in questi ultimi due anni.
Brindiamo alla “pace” costruita sui corpi spezzati, sui volti irriconoscibili e sulle vite distrutte. Le macerie, cariche di sostanze tossiche, continueranno ad avvelenare chi è riuscito a sopravvivere.
Ma guai a dirlo. Ora lasceranno entrare qualche aiuto e tutti vivranno felici e contenti.
Soprattutto chi parla di pace come se fosse uno spettacolo, cercando applausi e riconoscimenti che non merita.]
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|Lottiamo per essere liberi e non mi stancherò mai di spiegare che per essere liberi bisogna avere tempo: tempo da spendere nelle cose che ci piacciono, poiché la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano.
Mentre sei obbligata a lavorare per sopperire alle tue necessità materiali, non sei libera, sei schiava della vecchia legge della necessità.
Ora, se non poni un limite alle tue necessità, questo tempo diventa infinito.
Detto più chiaramente: se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo.
Ma la vita se ne sarà andata via…
Oggi la gente sembra non accorgersene e si preoccupa soltanto di comprare e comprare e comprare, in una corsa infinita.|
– José Pepe Mujica
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|Spegnete tutto. Ora guardate.
Spegnete per un attimo la voce del professore che detta le date della Seconda Guerra Mondiale. Spegnete il brusio delle lamentele dei voti bassi.
Spegnete le notifiche che vibrano senza pietà.
Spegnete le ironie da corridoio, i discorsi sulle regole non rispettate, sulle occupazioni “improprie”, sui giorni “persi” di scuola.
Spegnete tutto.
E fate una cosa sola.
Guardate.
Guardate quella bambina palestinese che non ha più la scuola, né il banco, né la penna con cui sognava di diventare scrittrice.
Non ha più sua madre.
Guardate quel padre che scava a mani nude tra le macerie.
Non cerca un oggetto.
Cerca il figlio.
Figlio che non potrà mai più abbracciare.
Guardate l’infermiera che da tre giorni non dorme e ha le mani coperte di sangue.
Non ha più medicine, né acqua, né elettricità.
Ma continua, come può, a tenere in vita chi ancora respira.
Guardate Gaza.
No, non leggete solo.
Non limitatevi a scorrere.
Guardate.
Guardate gli occhi sbarrati dei bambini sopravvissuti: non sono più occhi, ma ferite sbarrate sul mondo.
Guardate i corpi ammassati, i sepolti vivi, i video censurati.
Guardate il fumo nero che si alza da scuole, da ospedali, da case.
Guardate le vite diventare numeri, le notizie chiamarle “danni collaterali”.
Guardate gli innocenti uccisi due volte: la prima dalle bombe, la seconda dal silenzio.
E adesso ditemi: davvero il problema è stata l’occupazione di questa scuola?
Davvero la vostra indignazione si accende per delle scale bloccate e non per le aule bombardate? Davvero vi scandalizzano due giorni senza lezione più di mesi e mesi senza tregua, senza acqua, senza pace, senza infanzia né futuro?
Ci hanno accusati di aver “creato tensione”.
Ma quale tensione può mai essere paragonabile all’urlo di una madre alla quale viene strappato il figlio?
Ci accusano di non essere stati democratici.
Ma quale democrazia possiamo ancora onorare, se nel mondo ci sono governi che possono spegnere intere città, e nessuno li ferma?
Ci hanno parlato di “conflitto”. Di “complessità”. Che bisogna “ascoltare entrambe le parti”.
E allora io vi chiedo:
Quale parte giustifica la fame come arma?
Quale parte giustifica i bombardamenti su ospedali?
Quale parte giustifica i cadaveri di bambini messi nei sacchi della spesa?
Davvero credete ancora che la verità sia sempre “nel mezzo”?
C’è un punto oltre il quale l’equidistanza non è più equilibrio, ma solo viltà e codardia.
E quel punto lo abbiamo superato da tempo.
Adesso parlano di pace, chiedendoci di tornare alla “normalità”.
Ma se la normalità significa dimenticare, girarsi dall’altra parte, fare finta di niente…
Allora no, grazie.
Noi non vogliamo tornare normali.
Vogliamo restare umani.
E se restare umani significa essere radicali, allora lo saremo.
Se significa essere scomodi, allora ci staremo comodi nella scomodità.
Abbiamo scelto di stare dalla parte della vita, della giustizia, della verità.
E continueremo a farlo, anche quando saremo stanchi, anche quando ci diranno che è inutile, anche quando ci ignoreranno.
Perché la verità è che, mentre qui ci domandiamo se fosse “opportuno” parlarne,
a Gaza morivano bambini. Ogni giorno.
E noi non vogliamo e non possiamo restare in silenzio.
Perciò guardate.
E pensate.|
Elena Matteucci, 17 anni liceale.
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|La nostra è una società che condanna le brave persone.
Alla solitudine.|
– Gabriele Martufi
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#SigfridoRanucci

|Amo stare a casa. La mia vita è molto semplice. Leggo molti libri.
Guardo molti film. Ascolto molta musica. Mi prendo cura del giardino. Porto a spasso il cane, cucino con la mia famiglia.
Sì, sono noioso.|
[Il noto attore irlandese Cillian Murphy recita con una naturalezza che coinvolge profondamente. Non alza mai la voce più del necessario, ma ogni parola sembra attentamente pesata.
Il suo sguardo riesce a mantenere la tensione anche restando fermo, quasi immobile. Nei suoi ruoli c’è sempre qualcosa di trattenuto, come se custodisse un mondo intero dentro di sé che sceglie di non mostrare del tutto.
Con “Peaky Blinders” e “Oppenheimer” ha dimostrato di saper comunicare anche nel silenzio: ogni pausa, ogni respiro, sembra avere una voce propria.]
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|Diffidate dei politici che scappano, che non rispondono alla stampa, che non si assumono le responsabilità, di fronte a una squadra che si è sempre assunta la responsabilità anche mettendo a rischio la propria vita.
Stiamo scivolando verso una delegittimazione della stampa, a provvedimenti di legge che limitano la libertà di stampa e questo vuol dire limitare la libertà di conoscere.
Il nostro è un Paese malato. Noi non possiamo permetterci politici che hanno fatto spiare giornalisti per poi eleggerli in Europa o candidarli a presidenti di Regione. Abbiamo il record europeo di giornalisti minacciati e il record mondiale di politici che denunciano i giornalisti. Vi chiedo di difendere il vostro diritto a essere informati.|
– Sigfrido Ranucci
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|Ma così è la vita: se incontri un essere umano nella folla, seguilo… seguilo.|
Da “La fata carabina” di Daniel Pennac.
“La fata carabina” di Daniel Pennac è un romanzo ironico, surreale e teneramente umano. Ambientato nel caotico quartiere di Belleville, mescola giallo, commedia e critica sociale con uno stile vivace e pieno di ritmo. I personaggi sono irresistibili, tra il grottesco e il commovente. Pennac ha un talento raro nel far convivere leggerezza e profondità: riesce a far ridere e pensare nello stesso momento. È una lettura che sorprende, un piccolo caos organizzato dove ogni pagina nasconde un colpo di scena o una risata.
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#danielpennac

|Gli uomini ogni volta mettono un tale impegno, nel farti sentire una puttana, e naturalmente un impegno del tutto inconscio, ed è qui che essi vincono.|
– Doris Lessing
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“Il cielo è di tutti” di Gianni Rodari
|Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.
È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.
Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.
Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.|
Oggi ricorre l’anniversario della nascita di Gianni Rodari ( 23 ottobre 1920 ), giornalista, scrittore e pedagogista.
Quando si menziona il suo nome, il pensiero corre immediatamente al genio delle filastrocche, all’autore della celebre “Grammatica della Fantasia“, insomma, a colui che ha nutrito l’immaginazione di intere generazioni di bambini. È importante però ricordare che Rodari non è stato soltanto uno scrittore per l’infanzia, ma un intellettuale con un orientamento ideologico ben definito.
Aderì al Partito Comunista Italiano (PCI) e partecipò attivamente alla lotta partigiana durante la Resistenza. Trovandosi a vivere e a svolgere la professione di maestro elementare sotto il regime, conobbe in prima persona il peso della mancanza di libertà.
La sua profonda avversione per il totalitarismo si rifletté persino sulla sua carriera. Nel 1943, ad esempio, incontrò serie difficoltà a scuola e fu valutato “insufficiente” come insegnante proprio a causa del suo mancato allineamento alle direttive del partito fascista. In Rodari, in sostanza, la fantasia divenne uno strumento per educare alla libertà e all’antifascismo, un messaggio potente che pervade ogni sua opera, dalle rime ai racconti.
( 📸 da Pinterest )

|Che succederebbe se un giorno
risvegliandoci scoprissimo
di essere in maggioranza?
Che succederebbe se all’improvviso
un’ingiustizia, una qualsiasi,
venisse ripudiata da tutti,
da tutti noi, da tutti
non da alcuni, da pochi, ma da tutti?
Che succederebbe se invece
di essere così divisi
ci moltiplicassimo, sommandoci tra noi
sottraendoci al nemico
che ci sbarra la strada.
Che accadrebbe se ci
organizzassimo e allo stesso
tempo affrontassimo
senz’armi, in silenzio
in moltitudini, in milioni di
sguardi, la faccia degli
oppressori, senza lodi
né plausi, né sorrisi,
senza pacche sulle spalle,
senza sigle di partito,
senza slogan?
Che succederebbe se io chiedessi
di te che sei lontano,
e tu di me che sono lontano, e entrambi
degli altri che sono molto
ma molto lontani
e gli altri di noi
anche se siamo lontani?
Che succederebbe se il grido
di un continente fosse
il grido di tutti i continenti?
Che accadrebbe se abbattessimo
le frontiere e marciassimo
e marciassimo e marciassimo
e continuassimo a marciare?
Che accadrebbe se bruciassimo
tutte le bandiere per conservare
soltanto una, la nostra,
quella di tutti, o meglio
nessuna perché non ne sentiamo il bisogno?
Che accadrebbe se per un istante
smettessimo di essere patrioti per
diventare esseri umani?|
– Mario Benedetti
[Voce limpida e vicina alle persone comuni, il poeta, narratore e saggista uruguaiano Mario Benedetti è stato in grado di raccontare l’amore, la nostalgia e la politica senza suonare mai complicato o altezzoso. Leggerlo è come ritrovarsi a chiacchierare con un grande amico che ti capisce al volo—solo che quest’amico scrive benissimo e riesce a consolarti anche quando parla della tristezza.]
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Ciò a cui aspiravano, in fondo, era soltanto il silenzio. Non la pace, non la giustizia — solo qualche giorno in cui le piazze del mondo tacessero, in cui le voci indignate si spegnessero come fiammelle al vento. Bastava che la gente smettesse di guardare, che distogliesse gli occhi da quel genocidio trasmesso in diretta come fosse uno spettacolo di cui ci si stanca.
Molti avevano creduto, o forse solo sperato, che quei bombardamenti si sarebbero fermati. Che almeno per un po’ la popolazione, già martoriata e innocente, avrebbe potuto respirare. Ma Gaza oggi è quasi tutta polvere e macerie, e nessuno — nessuno — ha pagato per questo.
Il diritto internazionale è diventato carta straccia, un manifesto strappato dal vento. E anche per questo non pagherà nessuno.
E adesso? Adesso dicono che i bombardamenti sono ripresi. Non li chiamano più così, però — li chiamano “scaramucce”, come se la morte potesse farsi minuta, come se la sofferenza si potesse sminuzzare in eufemismi.
Ci domandiamo ancora una volta: che altro dovrà accadere perché qualcuno, chiunque, decida di intervenire? Quante volte dovrà morire lo stesso popolo, quante volte dovrà chiedere pane e pietà nel deserto dell’indifferenza, prima che il mondo ammetta che guardare non basta più?
E chi pagherà per la violenza dei coloni in Cisgiordania? Chi risponderà per le case bruciate all’alba, per i campi devastati, per i bambini svegliati da urla che non avrebbero mai dovuto sentire?
Chi pagherà la casa costruita con anni di sacrifici, mattone dopo mattone, e ora ridotta a un mucchio di polvere che il vento porta via come se non fosse mai esistita? Quelle mura avevano ascoltato risate, litigate, sogni sussurrati a mezza voce — e ora non resta che il vuoto, il suono del nulla dove prima c’era la vita.
Forse nessuno pagherà. Forse il mondo andrà avanti come sempre, girandosi dall’altra parte, come fa chi finge di non sentire le grida di chi sta affogando.
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I social e l’ignoranza sociale
|I social hanno fatto emergere tutta l’ignoranza sociale, tutta l’ignoranza che c’è. Una volta non si vedevano tanti ignoranti, perché non potevano esibire la loro ignoranza; oggi con i social la possono esibire e quindi lo fanno, e uno rimane sgomento, e dice: “mamma mia come siamo rovinati, come siamo messi!.|
– Nicola Gratteri
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|lo amo tutti gli animali. Un cane, per esempio, è bello, è poesia, è natura, è autentico, non mente, io trovo che lo sguardo di un animale, la sua dolcezza, la sua stessa presenza sono veri come tutti i miracoli che ci offre ogni giorno la natura.|
|I loro occhi! Non c’è poeta al mondo, né pittore che possa descrivere gli occhi di un cane in certi momenti!|
– Anna Magnani
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|Siamo così terrorizzati di essere rifiutati che svendiamo i nostri doni più preziosi solo per integrarci. Questo ci viene insegnato come strategia di sopravvivenza, e continuiamo a farlo finché non ci sopportiamo più. Poi le emozioni tossiche diventano così dolorose che creiamo situazioni per continuare a dimostrare di essere immeritevoli e per provare che non meritiamo di realizzare i nostri sogni. Solo voi potete spezzare il circolo vizioso. Solo voi potete dire: «Basta. Voglio la mia grandezza, la mia creatività e la mia divinità.|
– Debbie Ford
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