Secondo il noto regista britannico Ken Loach non lo è. E pone, attraverso i suoi film, una domanda molto seria: chi decide davvero della nostra vita?
Noi viviamo in democrazie parlamentari. Votiamo. Scegliamo rappresentanti. Discutiamo, almeno in teoria, del bene comune. Eppure esiste un territorio enorme, decisivo, nel quale la democrazia entra a fatica. Ed è quello dell’economia.
Lì, spesso, le decisioni più concrete, più intime quasi, vengono prese lontano dai cittadini. Una fabbrica chiude. Un contratto viene peggiorato. Un affitto sale. Un servizio pubblico viene tagliato. Un giovane è costretto ad andarsene. Una famiglia scopre che la povertà non è una colpa, ma viene trattata come se lo fosse.
Ken Loach racconta da sempre questo spazio grigio, sospeso, tra la libertà promessa e la vita reale. Nei suoi film non ci sono eroi scolpiti nel marmo. Ci sono uomini e donne qualunque. Persone che cercano di restare in piedi mentre il sistema spiega loro, con voce educata e modulistica impeccabile, che non c’è alternativa.
È una violenza senza urla.
Spesso senza cattivi riconoscibili.
Ed è forse per questo che fa più male.
Un esempio potente è “Sorry We Missed You”, film in cui Loach mostra la vita di una famiglia travolta dal lavoro precario e dalla falsa promessa dell’autonomia. Il protagonista diventa corriere. Sulla carta è “imprenditore di sé stesso”: libero, indipendente, padrone del proprio tempo.
Nella realtà, però, è prigioniero. Prigioniero di consegne impossibili, penalità, debiti, turni massacranti e di un dispositivo che misura ogni minuto della sua giornata.
La libertà, lì, ha la forma di un furgone da pagare. E di un algoritmo che non dorme mai.
Altro che emancipazione. Sembra una catena di montaggio, solo con il sorriso motivazionale appiccicato sopra.
Il film è importante perché mostra una cosa semplice e terribile: lo sfruttamento moderno spesso non si presenta più con il volto del padrone che comanda, ma con il linguaggio dell’opportunità.
Ti dicono che sei libero. Che sei flessibile. Che puoi farcela, se lavori abbastanza.
Ma intanto ogni rischio ricade su di te. Se ti ammali, perdi. Se ritardi, perdi. Se la famiglia crolla, perdi comunque. Il sistema resta in piedi proprio perché scarica sulle persone il peso che dovrebbe assumersi.
Il capitalismo ama presentarsi come il regno della libertà. Ma bisognerebbe domandarsi per chi?
Libertà per chi?
C’è la libertà di investire, comprare, delocalizzare, accumulare. E poi c’è la libertà, molto meno poetica, di accettare un lavoro sottopagato perché l’altra possibilità è non pagare le bollette.
Chiamarla scelta è elegante. Chiamarla ricatto sarebbe più onesto. Ma l’onestà, si sa, non sempre entra nei bilanci trimestrali.
La critica di Loach colpisce proprio qui, una democrazia che si ferma alla cabina elettorale è una democrazia fragile.
Se il cittadino vota ogni cinque anni, ma ogni giorno subisce decisioni economiche su cui non ha alcuna voce, allora qualcosa non torna. La sovranità popolare resta scritta nelle costituzioni, certo. Ma nella vita quotidiana viene spesso contraddetta dal potere del denaro.
Naturalmente si può obiettare che il capitalismo ha prodotto sviluppo, innovazione, benessere. È vero. Sarebbe sciocco negarlo.
Ma una società non si giudica soltanto da ciò che produce. Si giudica anche da come distribuisce il peso della fatica, della paura, della speranza.
Se alcuni possono trasformare il mondo in opportunità mentre altri lo ricevono come una condanna, allora la democrazia è ancora incompiuta.
La frase di Loach, dunque, non dice semplicemente che il capitalismo cancella la democrazia.
Dice qualcosa di più sottile.
E più inquietante.
Dice che la democrazia politica non basta, se non diventa anche democrazia sociale ed economica. Non basta avere il diritto di voto, se poi non si ha il diritto concreto a una vita dignitosa.
E “Sorry We Missed You” ce lo ricorda senza bisogno di grandi discorsi teorici. Basta guardare quella famiglia che si spezza lentamente. Non per mancanza d’amore, ma per eccesso di fatica.
Perché una società può anche dichiararsi libera. Ma se milioni di persone vivono con la sensazione di non contare nulla, quella libertà somiglia molto a una bella parola appesa al muro. Decorativa, rispettabile, e terribilmente lontana dalla porta di casa.

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