Gli orsi che si ricordano di noi – Tre storie vere di amicizie tra uomini e animali selvatici

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Gli orsi mi fanno sentire umile, mi aiutano a vedere il mondo dalla giusta prospettiva. Dobbiamo tutelare la natura e i suoi monarchi per noi stessi e per i sogni dei bambini. Dovremmo combattere per queste cose, come se la nostra vita dipendesse da ciò, perché è così.
Wayne Lynch

Da quando sono stata in Transilvania, il fascino per gli animali selvatici è diventato ancora più forte in me.
Gli orsi nei boschi, l’ululato dei lupi di notte, quella sensazione improvvisa che il mondo continui a esistere benissimo anche senza di noi.
Per me, abituata da sempre a vivere accanto a bipedi, categoria animale sulla quale continuo ad avere qualche riserva, e da cani e gatti, che invece hanno imparato da migliaia di anni a sopportarci con una certa eleganza, è stato un significativo spostamento di prospettiva.
Ho sempre letto molto sul comportamento degli animali, sui loro legami, sulla memoria, sulla paura, sulla capacità di riconoscersi e fidarsi. Ma ascoltare un lupo nel buio o sapere che un orso può essere poco lontano è una sensazione non facile da spiegare.
Ti ricorda che esistono creature che non hanno bisogno di compiacerci.
Ed è forse per questo che, quando scelgono di fidarsi di un essere umano, la loro storia ci sembra così straordinaria.

Gli animali selvatici non si fidano di noi.
E, a pensarci bene, hanno le loro ragioni.
Per un orso, un lupo, un cervo, un animale cresciuto lontano dalle nostre case, l’essere umano è una creatura difficile da decifrare: fa rumore, invade spazi, cambia odore, porta con sé macchine, cani, armi, cibo, paura. A volte si avvicina per curiosità, altre per cacciare. A volte salva, altre distrugge.
Gli animali selvatici imparano presto che la prudenza può fare la differenza tra vivere e morire.
Per questo ci osservano da lontano. Ci sentono prima ancora di vederci. Evitano i nostri passi, i nostri odori, le nostre strade. E, quando possono, scelgono la distanza.


Noi chiamiamo quella distanza diffidenza.
Per loro è semplicemente intelligenza.
Forse è anche per questo che alcune storie ci colpiscono così tanto, perché quando un animale selvatico decide di avvicinarsi a un essere umano, di riconoscerlo, di tollerarne la presenza o perfino di cercarla, sappiamo che non è qualcosa di automatico.
Non è obbedienza.
Non è addomesticamento.
È una piccola eccezione.
E le eccezioni, quando arrivano da una creatura che avrebbe mille buoni motivi per stare lontana da noi, assomigliano molto alla fiducia.
Di seguito una raccolta di storie vere di amicizia e fiducia tra uomini e orsi.

Wojtek, il soldato che non sapeva di esserlo

Nel 1942, sulle montagne dell’Iran, alcuni soldati polacchi incontrarono un cucciolo d’orso bruno rimasto senza madre. Lo comprarono e lo chiamarono Wojtek, un nome che in polacco ha qualcosa a che fare con il guerriero, anche se probabilmente lui avrebbe preferito qualcosa che significasse quello a cui date da mangiare.

Wojtek

Gli diedero latte condensato da una bottiglia. Dormiva vicino agli uomini, giocava con loro, faceva la lotta. Crescendo diventò enorme, ma continuò a comportarsi come se quei soldati fossero semplicemente il suo branco.
Il problema arrivò quando il reparto dovette imbarcarsi per l’Italia: gli animali non erano ammessi sulla nave.
Così fecero la cosa più umana e più assurda possibile.
Arruolarono l’orso.
Wojtek diventò ufficialmente un soldato della 22ª Compagnia di rifornimento dell’artiglieria del II Corpo polacco, con numero di matricola e razione propria. Durante la campagna d’Italia fu con gli uomini anche a Monte Cassino; la sua storia è rimasta legata al trasporto delle casse di munizioni, tanto che l’immagine di un orso con un proiettile d’artiglieria divenne l’emblema della compagnia.

Ma la parte che mi commuove non è questa.
È il dopo.
Perché le guerre finiscono e nessuno sa mai bene cosa fare di chi è sopravvissuto.
Wojtek seguì i suoi compagni in Scozia. Poi, quando il reparto fu sciolto, finì nello zoo di Edimburgo ( quanto sono orribili gli zoo, i circhi con animali, va be’…questo è un altro argomento, affrontato precedentemente ).
Alcuni dei vecchi soldati andavano a trovarlo.
Lo chiamavano in polacco.
E Wojtek li riconosceva.

Wojtek con un soldato

Pare che, sentendo quelle voci, si avvicinasse.
Forse gli animali non ricordano come ricordiamo noi. Non conservano fotografie nei cassetti, non dicono “ti ricordi quella volta?”. Ma qualcosa resta.
Un odore.
Un suono.
La sensazione di essere stati, per un certo periodo della vita, al sicuro.
Wojtek morì nel 1963.

La statua di Wojtek l’Orso si trova a Sopot, nei pressi della Chiesa di San Giorgio. L’opera, realizzata dallo scultore Paweł Sasin, è stata inaugurata il 1º settembre 2019. ( Da Wikipedia )

A Edimburgo, nei Princes Street Gardens, gli hanno dedicato anche una statua in bronzo. Nel 2011 BBC2 Scotland gli ha riservato un documentario di un’ora, “Wojtek – The Bear That Went To War.” Due anni dopo, in Italia, è arrivato anche “Nonno e l’orsetto di Łukasz Wierzbicki, un libro per ragazzi che racconta la sua storia vera.
Mi piace pensare che quei soldati gli avessero insegnato pochissimo sulla guerra e moltissimo sull’appartenenza.
E forse lui aveva fatto lo stesso con loro.


Ben e gli orsi che tornavano

Ben Kilham viveva nel New Hampshire e aveva un temperamento particolare. Con gli esseri umani non sempre si sentiva nel posto giusto.
Con gli orsi, invece, sì.
Negli anni cominciò ad accogliere cuccioli di orso nero rimasti orfani, allevandoli con l’obiettivo più difficile per noi esseri umani: salvarli senza trasformarli in animali domestici.
Perché voler bene a un animale selvatico significa anche prepararsi al giorno in cui se ne andrà.

Ben Kilham con uno degli orsetti che ha salvato.

Kilham li nutriva, li osservava, imparava il loro linguaggio. Poi arrivava il momento della libertà.
La porta si apriva.
L’orso entrava nel bosco.
Fine.
O almeno così dovrebbe funzionare.
Invece alcuni tornavano.

Ben Kilham con uno degli orsi che aveva salvato.

Orsi ormai adulti, perfettamente in grado di vivere nella foresta, continuavano a riconoscere Ben e a permettergli una vicinanza che normalmente non avrebbero concesso a un essere umano. Quel rapporto gli consentì di osservare per anni comportamenti sociali degli orsi bruni difficili da studiare altrimenti.
E questa storia mi piace perché contiene una delle forme più complicate dell’amore, non trattenere.
Noi siamo abituati a pensare che chi ci vuole bene debba restare.
Forse gli animali conoscono una grammatica diversa.
Ti riconosco.
Mi fido di te.
Adesso vado.
E nessuna delle tre frasi cancella le altre.
Forse è questo che commuove nelle storie tra uomini e orsi, non il fatto che due mondi così lontani riescano a incontrarsi, ma che per un momento smettano di avere paura l’uno dell’altro.
L’uomo resta uomo. L’orso resta orso. Nessuno dei due deve diventare qualcosa di diverso per essere accettato.
E forse la forma più rara di amicizia è proprio questa, riuscire a stare accanto a qualcuno senza volerlo cambiare, possedere o trattenere.
Solo esserci.
Abbastanza vicini da riconoscersi.
Abbastanza lontani da restare liberi.


Gordon, Lily e quella distanza chiamata fiducia

Quando il fotografo naturalista scozzese Gordon Buchanan arrivò nelle foreste del Minnesota per seguire alcuni orsi neri selvatici, aveva paura.
Ed era una paura ragionevole.
Poi incontrò Lily.
Una femmina giovane con una cucciola di nome Hope.

Gordon Buchanan

Buchanan trascorse mesi accanto a quella famiglia, guidato da studiosi che conoscevano gli orsi abbastanza da sapere quando avvicinarsi e quando, invece, fermarsi.
All’inizio seguiva Lily da lontano, con la cautela di chi sa di essere entrato in una storia che non gli appartiene.
Poi successe qualcosa che, a raccontarlo, sembra quasi improbabile. Soprattutto a noi, abituati a pensare agli orsi come a creature da temere, da evitare, da guardare soltanto da una distanza prudente.
Lily cominciò ad accettare la sua presenza.
Non diventò docile. Non smise di essere un animale selvatico. Semplicemente, smise di considerarlo un pericolo. E a volte la fiducia comincia proprio così, non quando qualcuno si avvicina, ma quando non sente più il bisogno di allontanarsi.

Gordon Buchanan

Lei cominciò a tollerarlo.
Lui cominciò a capirla.
Durante quell’anno Gordon documentò la separazione di Lily dalla piccola Hope, la difficoltà della cucciola a sopravvivere e infine il loro ricongiungimento.
Ma cosa era accaduto? 
Era arrivata la stagione degli amori e Lily si allontanò, lasciando indietro una cucciola che aveva ancora bisogno di lei. Hope aveva pochi mesi, troppo pochi per sapere davvero come si sta al mondo da soli. Dovette impararlo in fretta: trovare qualcosa da mangiare, un posto sicuro dove dormire, capire da quali rumori fuggire e quali invece lasciar passare.
Gordon la seguì mentre provava a sopravvivere a un bosco diventato all’improvviso molto più grande.
Poi, contro ogni previsione, Lily tornò. Non ci furono spiegazioni, naturalmente. Gli animali hanno il privilegio di non doverne dare. Lily e Hope si riconobbero e ripresero a stare insieme, come se quella distanza fosse stata soltanto una parentesi. Come se certe separazioni servissero, qualche volta, soltanto a capire dove si vuole tornare.
Il rapporto costruito con quegli animali diventò il cuore della serie BBC “The Bear Family & Me”.

Con Lily e Hope non si instaurò qualcosa che assomigliasse all’addomesticamento. Erano e rimasero orsi selvatici. Ma, giorno dopo giorno, impararono a riconoscere la sua presenza e ad accettarla. Gordon, da parte sua, imparò a leggere i loro movimenti, i silenzi, perfino le distanze che gli concedevano.
La diffidenza lasciò lentamente posto alla fiducia. Una fiducia insolita, tanto profonda che Lily poteva avvicinarsi a lui, riposare accanto a lui, continuare la propria vita senza considerarlo una minaccia. Gordon raccontò in seguito quanto fosse cambiato il suo modo di guardare quegli animali. Era arrivato nel Minnesota temendoli e si era ritrovato a camminare nel bosco insieme a loro.
Con Hope il legame diventò forse ancora più delicato. Quando la cucciola rimase senza Lily e cominciò a deperire, Gordon smise per un momento di essere soltanto l’uomo dietro la macchina da presa. Cercò di aiutarla a restare viva. E più tardi, durante la stagione della caccia, il suo ruolo cambiò ancora. Camminava accanto agli orsi quasi a proteggerli, mentre i cacciatori attraversavano quella stessa foresta.

Gordon Buchanan insieme ad alcuni orsetti.

Forse fu questo il loro vero rapporto.
Non amicizia nel senso in cui la intendiamo noi, e nemmeno possesso. Piuttosto una specie di permesso.
Lily e Hope gli permisero, per un poco, di entrare nel loro mondo.
E Gordon ebbe l’intelligenza di capire che essere accettati da un animale selvatico non significa che quell’animale ci appartenga. Significa, semmai, che per qualche tempo ha deciso di non mandarci via.
Non era amicizia nel modo in cui la intendiamo noi.
Era qualcosa di più elementare.
Io so che esisti.
Tu sai che esisto.
E per il momento abbiamo deciso di non avere paura l’uno dell’altra.
Che poi, a pensarci bene, non sarebbe un cattivo punto di partenza neppure tra esseri umani.


Forse è questo che mi affascina delle amicizie considerate impossibili.
Un orso non ha bisogno di noi.
Non ci deve gratitudine.
Non conosce la parola riconoscenza e non ha letto nessuna delle nostre favole sugli animali buoni.
Può andarsene.
Ed è proprio per questo che, quando resta vicino a qualcuno, la cosa ci emoziona così tanto.
Perché noi passiamo buona parte della vita chiedendo agli altri in modo più o meno esplicito: “Mi vuoi bene?”
Gli animali raramente rispondono.
Qualche volta, però, tornano e portano il muso vicino al tuo viso.
Ed è una risposta bellissima.


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