Transilvania, 2026 – Dove il silenzio ha ancora un paesaggio

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«Una delle regioni più selvagge e meno conosciute d’Europa.»
Bram Stoker, Dracula

Anni fa avevo visitato Bucarest.
Carina, soprattutto per il “Museo nazionale del villaggio Dimitrie Gusti“, dove per qualche ora si può fingere che il cemento, il traffico e i palazzi di Ceaușescu siano capitati lì per errore. Ma niente di eccezionale e, a mio parere, da vedere in due giorni al massimo. Il terzo si rischia di trascorrerlo cercando qualcosa che lo giustifichi.

Museo del Villaggio, Bucarest

Una serata piacevole, ma caotica, si può trascorrere a Lipscani, nel centro storico. Un intreccio di stradine lastricate, vecchi edifici, locali, ristoranti e tavolini all’aperto. Di giorno conserva qualcosa della Bucarest mercantile, quella delle botteghe e delle locande. La sera cambia voce, si riempie di luci e di persone e diventa uno dei pochi luoghi della capitale in cui il disordine sembra avere trovato una sua ragione.
È vivace, a volte persino troppo, ma almeno non finge di essere discreto.

Lipscani, Bucarest

Avevo visitato anche il castello di Bran. Da fuori promette Dracula, nebbia, ululati e fanciulle dal collo pallido. Dentro, molto meno. Vlad l’Impalatore, del resto, ebbe con quel castello un rapporto piuttosto vago, ma il turismo non si formalizza. Quando trova un mantello nero e due canini, costruisce subito una leggenda.
Tutto fumo e niente arrosto, per nulla interessante, a mio parere.

Castello di Bran, Bran ( Transilvania )

La Transilvania, invece, percorsa in macchina, non ha mai smesso di stupirmi.
Forse perché non si concede tutta insieme. Compare poco alla volta. Una strada entra nel bosco, una montagna si avvicina, appare un tetto spiovente, poi una casa colorata e un campanile che sembra sorvegliare il paese senza averne davvero voglia.

Arriva un’altra curva e il paesaggio cambia ancora, senza perdere mai la sua compostezza.
Il castello di Peleș, a Sinaia, sembra uscito da una fiaba mitteleuropea scritta da qualcuno che non conosceva il significato della parola sobrietà.

Un dettaglio della facciata del Castello di Peleș a Sinaia, in Romania.

Fu voluto da Carlo I, primo re di Romania, che scelse la valle ai piedi dei monti Bucegi per costruirvi la propria residenza estiva. I lavori iniziarono nel 1873 e continuarono per decenni. Anche il paese crebbe intorno alla presenza reale e nel 1874 prese il nome di Sinaia.

Dettaglio di una sala moresca del Castello di Peles.

Peleș non è soltanto bello. È l’idea che un uomo dell’Ottocento poteva avere del futuro.
Legni scolpiti, vetrate, scalinate, specchi, sale moresche, armature, tappeti, biblioteche e comodità tecnologiche allora rarissime. Una casa regale che voleva essere antica e modernissima nello stesso momento. E ci riusciva.

L’interno della Sala d’Onore del Castello di Peleș.

Fu residenza privata, luogo di rappresentanza e sede di cerimonie e incontri politici. Rimase legato alla monarchia romena fino al 1947, quando re Michele fu costretto ad abdicare dal governo comunista.
Eppure, davanti a tutta quella grandezza, la cosa che resta più impressa è quasi domestica.

Arpa in legno dentro il Castello di Peles

Qualcuno quel luogo lo aveva desiderato davvero.
Non era nato soltanto per impressionare gli ospiti, ma per abitare una montagna, guardare i boschi dalle finestre e convincersi, almeno d’estate, che il potere potesse somigliare alla pace.

Panorama da una finestra del Castello di Peles

Dentro il castello mi ha colpito profondamente un quadro, forse perché non racconta davvero cosa sia accaduto e lascia che sia il silenzio a farlo. Appartiene al ciclo allegorico dipinto da Dora Hitz per la “Sala della Musica” e raffigura una giovane donna abbandonata sulla terra, il volto nascosto e alcuni fiori ancora stretti nella mano. Potrebbe essere addormentata, oppure già lontana. È proprio questa incertezza a renderla così dolorosa. Sembra che il dolore l’abbia raggiunta senza rumore, senza nemmeno concederle il tempo di lasciare cadere i fiori. Intorno c’è spazio, ma nessuno. E a volte è così che la solitudine diventa più visibile.

Dipinto di Dora Hitz, nella “Sala della Musica” del Castello di Peles

Poco distante dal castello di Peles, a Bușteni, si trova il castello Cantacuzino
Un castello che possiede un’eleganza diversa. Meno fiaba germanica e più orgoglio aristocratico romeno.
Fu costruito all’inizio del Novecento per Gheorghe Grigore Cantacuzino, due volte primo ministro e uno degli uomini più ricchi della Romania. Lo chiamavano Nababul, il Nababbo. Quando ti attribuiscono un soprannome del genere, difficilmente vivi in un bilocale.
Il castello si affaccia sui monti Bucegi con la sicurezza di chi sa di avere scelto il panorama migliore.

Castello di Cantacuzino a Busteni

Cantacuzino apparteneva a una delle famiglie più antiche e potenti del paese. Nella dimora volle lasciare traccia dei propri antenati, come se il castello non fosse soltanto una casa, ma una dichiarazione.
Noi eravamo qui prima e intendiamo essere ricordati dopo.

Panorama dal Castello di Cantacuzino, Bușteni

La storia, però, ha un gusto particolare per le smentite.
Durante il regime comunista il castello venne nazionalizzato, gli arredi furono rimossi e parte delle decorazioni interne venne coperta. I regimi proclamano l’uguaglianza e cominciano quasi sempre requisendo le case più belle.

Un interno elegante del Castello di Cantacuzino, Bușteni

Oggi il castello è tornato a essere visitabile e ospita mostre ed eventi. La serie “Mercoledì” lo ha trasformato nella Nevermore Academy e gli ha regalato una nuova celebrità.

Castello di Cantacuzino, Busteni

È curioso.
Un principe costruisce una dimora per rendere immortale il nome della propria famiglia e, più di un secolo dopo, molti arrivano perché lì ha studiato una ragazza immaginaria con le trecce nere.
Anche questa, in fondo, è storia.

Un interno del Palazzo Cantacuzino, Busteni

Intorno a Brașov ci sono poi Hărman e Prejmer, due piccoli paesi che custodiscono chiese fortificate nate in un’epoca in cui pregare e difendersi erano attività molto più vicine di quanto lo siano oggi.
Hărman è un paese raccolto, silenzioso, con case basse e strade sulle quali sembra che nessuno abbia mai avuto fretta.

Chiesa fortificata di Harman

La sua chiesa fortificata risale al Medioevo e fu costruita dalla comunità sassone stabilitasi nel Burzenland. Tra il Quattrocento e il Seicento le fortificazioni furono ampliate fino a trasformare il complesso in una delle strutture difensive meglio conservate della zona.

Chiesa fortificata di Harman

Vista da fuori, sembra una fortezza che abbia deciso di proteggere un campanile.
Mura, torri, passaggi stretti e scale di legno raccontano un tempo in cui la chiesa non custodiva soltanto la fede, ma l’intero paese.
Quando arrivava il pericolo, gli abitanti si rifugiavano all’interno della cinta portando viveri e tutto ciò che poteva servire per resistere.

All’interno della Chiesa Fortificata di Harman

Affidavano l’anima a Dio e il resto a mura molto spesse.
Una forma di fede prudente.

All’interno della Chiesa Fortificata di Harman

Dentro si trovano l’altare, l’organo, i vecchi banchi e decorazioni sopravvissute ai secoli. È uno di quei luoghi nei quali la storia non è stata sistemata in una teca. È rimasta attaccata alle pareti, alle porte basse, alle assi del pavimento e a quella lieve inquietudine che si prova entrando in uno spazio attraversato da troppe vite.

All’interno della Chiesa Fortificata di Harman

Prejmer è ancora più impressionante.

Chiesa Fortificata di Prejemer

Il paese si sviluppò in una zona esposta alle invasioni provenienti dal passo di Buzău. La chiesa, iniziata nel XIII secolo, venne quindi circondata da poderose mura difensive e trasformata in uno dei complessi fortificati più importanti della Transilvania. Fa parte del sito UNESCO dedicato ai villaggi con chiese fortificate.

Chiesa Fortificata di Prejemer ( interno )

All’interno delle mura si aprono file di piccole stanze disposte su più livelli.
Erano magazzini e rifugi assegnati alle famiglie del villaggio. Quando arrivavano gli invasori, l’intera comunità si chiudeva lì dentro. Ognuno aveva il proprio spazio, le proprie provviste e, immagino, anche il proprio vicino insopportabile.
Perché si può fuggire dagli invasori, ma non sempre dal signore della stanza accanto.

Chiesa Fortificata di Prejemer ( interno )

Chiesa Fortificata di Prejemer ( interno )

Le stanze servivano anche a conservare il cibo. La fortezza non era soltanto una difesa militare, ma una piccola città racchiusa dentro un muro, organizzata perché la vita potesse continuare anche mentre fuori il mondo diventava pericoloso.
Camminando nei corridoi di legno e salendo quelle scale ripide si comprende che le chiese fortificate non erano monumenti isolati.
Erano il cuore della comunità.

Chiesa Fortificata di Prejemer ( interno )

La sopravvivenza dipendeva dalla capacità di restare insieme, dividere gli spazi, conservare le provviste e fidarsi gli uni degli altri.
Non è una lezione particolarmente moderna. Forse proprio per questo sarebbe utile ricordarla.

Brașov è stata la base del nostro viaggio. Il suo centro medievale conserva l’eleganza severa delle antiche città sassoni: mura, torri, vicoli stretti e case colorate, strette l’una all’altra come per difendersi dal freddo e dalla storia.

Centro storico di Brasov

Il monumento più importante di Brasov è la Chiesa Nera, uno degli edifici gotici più significativi della Romania. Sorge nel centro storico e colpisce per le sue dimensioni, la facciata massiccia e l’aspetto severo. Il nome deriva dall’incendio del 1689, che annerì parte delle mura e danneggiò gravemente l’edificio. All’interno si trovano un grande organo, antichi banchi in legno, lapidi e una notevole collezione di tappeti orientali. L’ambiente è sobrio, ampio e poco luminoso, molto diverso dalle chiese più ricche di decorazioni.

La Chiesa Nera di Brașov

Brașov è una città straordinaria.
Basta alzare gli occhi e trovi il monte Tâmpa, così vicino da sembrare una presenza.
Brașov è questo: una città raccolta tra le montagne, elegante ma non vanitosa, in grado di farti sentire lontana da casa e, nello stesso momento, stranamente al sicuro.

Io e mio marito abbiamo soggiornato al Grand Hotel, in una zona tranquilla e immersa nel verde. Un albergo stupendo e soprattutto silenzioso, con stanze ampie, una piscina molto pulita e poco frequentata dagli ospiti ( l’acqua non è proprio tiepida ), una Jacuzzi personale e un panorama mozzafiato.

Grand Hotel di Brasov

La mattina bastava affacciarsi per vedere gli alberi e le montagne. Nessun clacson, nessuna folla, nessuna musica sparata da qualche locale deciso a condividere la propria felicità con l’intero quartiere.

Dopo una giornata trascorsa tra castelli, paesi e strade di montagna, tornare lì dava la sensazione di rientrare non semplicemente in albergo, ma in un luogo che aveva capito la stanchezza prima ancora che la spiegassimo.
A Brașov abbiamo mangiato benissimo da Ceasu’ Rău. È un ristorante caldo, accogliente e senza inutili cerimonie. Legno, profumo di carne alla brace, ottima cucina vegetariana, piatti abbondanti e un’atmosfera nella quale ci si sente a proprio agio quasi subito.
E poi ci sono i paesi intorno a Brașov, le case ordinate, i cortili, i gerani alle finestre, i prati curati e le strade sulle quali sembra non accadere nulla e invece accade la vita.
Mi hanno colpito soprattutto i parchi giochi all’aperto, presenti ovunque, persino nei paesi più piccoli. Non spazi trascurati con uno scivolo messo lì per obbligo, ma luoghi puliti, curati, pieni di colori e pensati davvero per i bambini.
Compaiono accanto a un prato, vicino alle case o al centro del paese, con una naturalezza che da noi sembra diventata quasi rivoluzionaria. Come se anche il diritto di giocare avesse bisogno del proprio posto e non dovesse essere confinato tra quattro mura o affidato soltanto ai centri commerciali. Sono dettagli, certo. Ma spesso sono proprio i dettagli a raccontare meglio un paese. Un castello mostra ciò che una nazione è stata. Un parco giochi mostra quanto spazio ha deciso di lasciare al proprio futuro.
Indimenticabile il santuario degli orsi Libearty, vicino a Zărnești, nato dal lavoro dell’associazione Millions of Friends e dalla storia di Maya, un’orsa tenuta per anni in una gabbia presso un albergo. Non fu possibile salvarla, ma la sua vicenda spinse Cristina Lapis a creare un luogo in cui altri orsi sfruttati non dovessero più vivere come attrazioni da fotografare tra una bibita e un parcheggio.

Santuario degli orsi Libearty

Il santuario è stato creato in sua memoria e si estende in una vasta area di bosco, con grandi recinti, piscine e spazi nei quali vivono orsi bruni salvati da gabbie, circhi, zoo inadeguati, ristoranti e strutture turistiche.
Non è uno zoo.
Gli animali non sono lì per esibirsi e la visita si svolge seguendo regole precise. Vengono prima le necessità degli orsi e soltanto dopo la curiosità degli esseri umani.
Vederli camminare tra gli alberi fa uno strano effetto.
Alcuni portano ancora nei movimenti le conseguenze della prigionia. Gesti ripetuti, esitazioni, abitudini nate quando lo spazio a disposizione era poco più grande del loro corpo.

Santuario degli orsi Libearty

La libertà non cancella subito ciò che è stato.
Offre però terra, acqua, alberi e tempo. A volte la salvezza non consiste nel tornare come prima. Consiste nel non dover più vivere come prima.
È stata forse questa la visita che mi ha colpito di più.
Non perché fosse la più spettacolare, ma perché raccontava la possibilità concreta di riparare almeno una parte del male fatto.
Alcuni uomini avevano rinchiuso quegli animali per divertimento. Altri avevano deciso di restituire loro il bosco.
La specie è la stessa.
Per fortuna, non sempre lo è anche la coscienza.

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Anche il clima estivo è meraviglioso. Fresco quanto basta per godere davvero dei paesaggi, dei Carpazi, delle strade tra i boschi e delle passeggiate senza sentirsi un ghiacciolo dimenticato sul cruscotto.

Lago di Noua, Brasov

C’è il lago di Noua, piccolo e raccolto, circondato dal verde e frequentato dalle famiglie di Brașov.
Non possiede la grandiosità programmata del parco Herăstrău di Bucarest e non sembra voler diventare il fondale di niente. Sta lì, semplicemente, e svolge con serietà il proprio mestiere di lago.

Lago di Noua, Brasov

I prezzi ( alimentari e abbigliamento ), ormai, sono molto simili a quelli italiani. Nei ristoranti ancora si risparmia.
La Romania economica, quella raccontata per anni da chi tornava soddisfatto soprattutto del conto, esiste sempre meno.
Ma non si va in Transilvania per risparmiare.
Ci si va per la bellezza dei Carpazi, per i boschi che accompagnano le strade, per i castelli che appaiono tra le montagne come se appartenessero più al paesaggio che alla storia.
Ci si va per Hărman e Prejmer, per le mura costruite da uomini che non sapevano se il giorno dopo avrebbero dovuto pregare o difendersi. Per gli orsi che tornano lentamente a fidarsi del bosco. Per le case ordinate, i laghi raccolti e le persone che conservano ancora una gentilezza priva di esibizione.
La Transilvania è stupenda e silenziosa.


Ma il suo silenzio non è assenza.
È fatto di foglie, acqua, campane lontane, passi sul legno, strade che attraversano i boschi e montagne che non hanno alcun bisogno di avvicinarsi per essere viste.
Durante il viaggio si ha quasi l’impressione che quei luoghi non ci stiano mostrando qualcosa, ma ci stiano restituendo qualcosa che avevamo smarrito senza accorgercene.
Forse il tempo.
Forse lo stupore.
Forse soltanto il piacere di guardare senza dover subito passare oltre.

Vista dal Castello di Cantacuzino

Poi si torna a casa e le giornate riprendono a correre. Arrivano il traffico, gli impegni, le voci, i telefoni e tutto ciò che pretende attenzione.
Eppure, ogni tanto, senza una ragione precisa, ricompare una strada tra i Carpazi. Un castello tra gli alberi. Un orso che attraversa lentamente il bosco. La luce sulle case di un piccolo paese.
Ci sono viaggi che finiscono quando si chiude una valigia.
La Transilvania no.
Continua a esistere in un punto segreto della memoria, dove le montagne sono ancora vicine e il mondo, finalmente, non ha fretta.
È una terra che si visita una volta e che, in qualche modo, si continua a percorrere per sempre.

Vista dal Castello di Peles

N.B. Le immagini e il video pubblicati in questo post sono personali.

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