Analfabetismo Funzionale: l’ombra invisibile che frena la società.

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L’analfabetismo funzionale è un fenomeno sempre più preoccupante in Italia, un problema che non può e non deve essere trascurato. Quando si parla di analfabetismo funzionale non ci si riferisce a coloro che non hanno mai avuto l’opportunità di imparare a leggere e scrivere, ma a chi, nonostante abbia acquisito queste abilità, ha visto deteriorare le proprie competenze nel tempo. Secondo uno studio dell’OCSE del 2023, il 35% degli adulti italiani è in grado di comprendere soltanto frasi brevi e semplici, riscontrando difficoltà con testi più complessi o nella lettura di un libro. Ciò significa che milioni di persone non riescono ad interpretare un grafico, comprendere le statistiche o analizzare un documento articolato.

Prendiamo in considerazione situazioni quotidiane: leggere le istruzioni di un medicinale, comprendere il significato di un articolo di giornale o analizzare le clausole di un contratto di lavoro. Per molti italiani, queste attività rappresentano una vera e propria sfida. La media europea è del 26%, un dato già molto preoccupante, ma in Italia la percentuale è ancor più elevata, mostrando così un problema non trascurabile nella nostra cultura e nel nostro sistema scolastico.
L’analfabetismo funzionale è una questione che incide su tanti aspetti della vita quotidiana. Pensiamo, ad esempio, a un genitore che deve leggere una comunicazione dalla scuola del proprio figlio. Se il testo è scritto in un linguaggio un po’ complesso, potrebbe non riuscire a comprendere appieno il messaggio. Oppure immaginiamo una persona che cerca di capire i dettagli di una bolletta della luce: senza le giuste competenze, potrebbe non accorgersi di errori o spese aggiuntive ingiustificate.

È sorprendente come questa crisi si manifesti proprio in un’epoca di iperconnessione. Anche se il web ci offre una quantità enorme di informazioni, spesso ci si limita a leggere solo titoli o post sui social media, ignorando articoli più approfonditi e stimolanti per la crescita culturale. Questa tendenza verso la superficialità sta cambiando il nostro modo di pensare, facendo sì che ci si abitui alla veloce lettura di contenuti rapidi e frammentati che non promuove una profonda riflessione.
Uno dei motivi, secondo me, di questa involuzione è da ricercarsi nelle varie riforme che hanno mirato a cambiare ( in peggio ) il sistema scolastico italiano, uno dei migliori nel mondo fino a qualche decennio fa; la maggioranza degli istituti, infatti, focalizza l’attenzione più sul numero di iscrizioni che sulla reale qualità dell’insegnamento. Una conseguenza, purtroppo, della nostra scuola, che da “scuola” è diventata “scuola-azienda”. Un ossimoro molto palese; ridurre la scuola ad un’azienda compromette la sua vera essenza.
Chi di noi vorrebbe trasformare l’arte in un prodotto standardizzato o la poesia in un semplice algoritmo? Ovviamente nessuno di noi. E allora perché la scuola è stata trasformata in azienda? Chi ha voluto che un’istituzione fondamentale per la crescita culturale di una società, un luogo di incontro in cui si dovrebbe incoraggiare il pensiero critico, diventasse una fabbrica di competenze? Chi ha manifestato con leggi e leggine questo interesse ad impoverire la nostra società? La risposta è da ricercarsi ovviamente in una politica che desidera avere dinnanzi a sé una platea di elettori ignoranti e facilmente manipolabili.  Molti sono gli esempi che potrei portare riguardanti la distruzione della scuola statale italiana. Basti pensare agli “open day”, vere e proprie campagne pubblicitarie, spesso ridicole, come se noi docenti fossimo dei promoter di un’azienda volta semplicemente a raccogliere iscrizioni e a produrre profitti. Inoltre, e ciò accade spesso, gli studenti non ricevono promozioni basate sul merito, ma piuttosto per mantenere alte le statistiche di successo scolastico in modo tale da accontentare genitori e dirigenti. E vogliamo anche parlare dei docenti, sopraffatti da una burocrazia asfissiante e da progetti spesso inutili e inapplicabili ( vista la carenza di strumenti didattici ), che faticano a trovare il tempo per dedicarsi ad una formazione approfondita degli studenti?
La seguente immagine mette in luce i rischi della scuola-azienda. Gli studenti appaiono come figure uniformi su nastri trasportatori, mentre un manager dà ordini, sottolineando come gli interessi economici prevalgano sulla creatività e sull’individualità.


La scuola non può essere considerata un’azienda per il semplice motivo che l’istruzione non è un prodotto, è un processo complesso e delicato che coinvolge esseri umani con emozioni e relazioni
. Ogni studente è unico e richiede un percorso personalizzato. Ed invece cosa hanno fatto i nostri cari ( nel senso di ben pagati ) politici di qualsiasi colore? Hanno ridotto una delle migliori scuole statali nel mondo ad una mera azienda, facendo sì che gli alunni siano considerati dei semplici numeri: maggiore è il numero degli iscritti, più prestigio per la scuola. Ma qual è il costo di tutto questo sconvolgimento? Il costo è enormemente elevato; si è infatti creato un sistema educativo che perde di vista la sua missione fondamentale, ovvero quella di formare cittadini consapevoli, critici e ben preparati. Questa metamorfosi ha avuto conseguenze devastanti; l’attenzione si è infatti spostata dalla qualità dell’insegnamento all’apparenza, con scuole impegnate in una competizione spietata per attirare iscrizioni, spesso a discapito della profondità dell’apprendimento. Un tale approccio ci sta allontanando da ciò che rende speciale l’istituzione scolastica: la sua capacità di trasformare vite, ispirare le menti e costruire un futuro migliore. La scuola non è un’azienda, ma uno spazio di umanità, un ambiente in cui ogni studente deve sentirsi apprezzato, ascoltato e sostenuto nel suo percorso di crescita.


                                                                        
Un altro problema da non trascurare è quello dell’uso sfrenato di smartphone e social media. La lettura sui dispositivi digitali tende a essere dispersiva e superficiale, con notifiche che interrompono costantemente la nostra attenzione. Testi brevi, video di pochi secondi e immagini attraenti catturano l’interesse, ma non offrono gli strumenti necessari per approfondire o sviluppare un pensiero critico. Questo fenomeno rappresenta una vera e propria crisi sociale; una popolazione che ha difficoltà a comprendere testi complessi è più suscettibile alla manipolazione, al credere supinamente alle fake news. È infatti più facile persuadere una persona poco informata a credere a notizie false, a fidarsi di slogan politici scevri di contenuti, a promesse inattuabili o a spendere denaro per prodotti inutili.

Una democrazia sana non si basa solo sul diritto di voto, ma richiede scelte consapevoli e critiche. Questa consapevolezza nasce da un’istruzione di qualità, che fornisce ai cittadini gli strumenti necessari per comprendere il mondo, discernere i fatti dalle manipolazioni e ponderare le conseguenze delle proprie decisioni. In assenza di un’educazione adeguata, le persone possono facilmente cadere preda di slogan vuoti e narrazioni semplificate, incapaci di analizzare ciò che viene loro proposto. Un sistema scolastico solido non solo forma individui, ma contribuisce a costruire una società più libera e responsabile, dove ogni voto ha un vero significato perché deriva da una scelta informata. Educare non significa solo insegnare, ma anche nutrire la democrazia. Non poche sono le persone incapaci di distinguere una fonte affidabile da una non attendibile e che diffondono informazioni senza controllarle, alimentando la disinformazione collettiva. Una disinformazione promossa purtroppo anche dai vari notiziari e quotidiani di massa. 
Immaginiamo un cittadino che segue un notiziario e si imbatte in un grafico sull’andamento dell’economia. Senza le competenze necessarie per interpretarlo correttamente, rischia di fraintendere i dati o di accettare passivamente le spiegazioni fornite, senza sviluppare un proprio pensiero critico.
Un adulto che non legge libri, articoli o saggi non solo perde preziose occasioni di arricchimento personale, ma anche la capacità di dibattere e confrontarsi su questioni rilevanti. Durante una conversazione su temi come il cambiamento climatico o i diritti umani, chi non si informa adeguatamente può trovarsi ai margini del dibattito, incapace di contribuire in modo consapevole e significativo o, più semplicemente, come sta accadendo da un bel po’ di tempo a questa parte, interviene in modo presuntuoso, senza avere una conoscenza adeguata della tematica del dibattito, fornendo informazioni apprese da fonti di dubbia provenienza, spacciandole per vere perché ha letto velocemente un titolo sul web che dà credito alla sua tesi o a ciò che desidererebbe leggere. Ultimamente leggo sui vari social i commenti ad articoli di enorme interesse e, oltre ad accorgermi di errori ortografici e grammaticali da terzo anno della scuola primaria, mi scoraggia leggere interventi di persone totalmente ignoranti sulla questione di cui si dovrebbe discutere che, con supponenza, vorrebbero imporre le loro idee. Impossibile dar torto ad Umberto Eco che così scriveva: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”
Qual è la soluzione a questa regressione culturale? Sicuramente la questione è molto complessa, ma ognuno di noi potrebbe contribuire a combattere in maniera decisiva questo fenomeno. Mi riferisco a genitori, docenti e politici di spessore ( se ancora ne esistono ). La chiave è restituire valore alla conoscenza e creare opportunità per tutti, cominciando dai più giovani e proseguendo fino all’età adulta. Potenziare corsi gratuiti volti a promuovere l’educazione permanente potrebbe aiutare a limitare questa deriva socio-culturale. La scuola deve tornare ad essere al centro del cambiamento: non è sufficiente insegnare nozioni, è fondamentale formare cittadini in grado di comprendere testi complessi, analizzare dati e differenziare il vero dal falso. Gli insegnanti, d’altra parte, devono essere messi nelle condizioni di fornire un’istruzione di qualità, senza limitarsi a trasmettere competenze. È essenziale educare le persone sull’importanza della conoscenza, riscoprire il piacere della lettura, il potere trasformativo del linguaggio e la necessità di pensare in modo critico e indipendente. Solo partendo da questo presupposto potremmo aspirare ad una vera e propria democrazia. Il cambiamento politico autentico sarà possibile solo quando una popolazione realmente istruita e consapevole utilizzerà il proprio diritto di voto in maniera cosciente. Un popolo che comprende l’importanza del proprio ruolo nella democrazia non si limita a scegliere i propri rappresentanti, ma li monitora sempre, analizzando attentamente ogni decisione, azione e legge proposta. Questa trasformazione richiede un livello di alfabetizzazione culturale, critica e politica che permetta ai cittadini di distinguere tra vuote promesse e progetti concreti, tra slogan accattivanti e veri piani di sviluppo. Una popolazione istruita non si lascia raggirare da populismi, semplificazioni e informazioni errate, ma cerca la verità, si informa approfonditamente sulle questioni e non si accontenta di risposte superficiali. Quando l’istruzione diventa il pilastro di una società, i cittadini imparano a collegare le politiche adottate con gli effetti concreti sulla loro vita quotidiana e sull’ambiente che li circonda. Ciò consente loro non solo di scegliere chi governerà con consapevolezza, ma anche di partecipare attivamente al dibattito pubblico, proporre idee e contribuire al progresso collettivo.

 


Una popolazione consapevole rappresenta la migliore garanzia contro abusi di potere, corruzione e politiche miopi. È il vero custode della democrazia, poiché non si limita a delegare, ma si assume la responsabilità di monitorare e, quando necessario, chiedere conto delle scelte fatte in suo nome. Solo con una cittadinanza istruita, attenta e attiva sarà possibile costruire una politica più giusta, trasparente e orientata al bene comune. L’analfabetismo funzionale è come un velo di nebbia che oscura la nostra visione del mondo. Non è solo l’incapacità di leggere o scrivere, ma la perdita della luce che illumina la nostra comprensione, l’analisi e la partecipazione attiva alla realtà circostante. Senza questa luce, diventiamo ombre silenziose in una società che ha bisogno di menti critiche e voci informate.

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