Sono esistiti immensi scrittori che non si sono limitati a scrivere per spiegare il mondo, ma per accarezzarlo. Luis Sepúlveda è uno di loro. Le sue parole hanno il passo lento della vita vera: parlano di vento, di mare, di uomini soli e di sogni che non si arrendono. Nei suoi libri c’è la voce di chi ha sofferto, ma ha scelto la dolcezza invece dell’amarezza. Ogni volta che lo leggo, mi sembra di rallentare un po’, di respirare meglio, di tornare a credere che la gentilezza — quella semplice, quotidiana — possa ancora salvare qualcosa di noi. Le sue storie non fanno rumore, non gridano mai, ma entrano dentro di noi piano, come accade quando il vento quando soffia tra gli alberi. Parlano di uomini soli, di animali che insegnano a vivere, di foreste che respirano, di mari che non dimenticano. Parlano, in fondo, della vita nella sua forma più semplice e più vera.
Il suo modo di raccontare è molto umano, vicino al linguaggio della gente comune, ma con un tocco poetico. Nei suoi racconti si sente l’amore per il Sudamerica, per i paesaggi e per le persone semplici. Spesso mescola realtà e fantasia, creando storie che sembrano favole ma che inducono a riflettere profondamente. Come i grandi narratori d’avventura del passato – Emilio Salgari, Jules Verne, – racconta il mondo con lo sguardo di chi osserva davvero. Le sue storie nascono dal “vedere”: non da un’idea astratta, ma da ciò che accade davanti ai suoi occhi. Nella sua scrittura, l’attenzione per la realtà umana, sociale e politica è sempre viva, e da questa prende forma ogni racconto. Alcuni hanno la struttura del romanzo, altri ricordano la cronaca, ma in tutti si sente la voce di un autore che non rinuncia mai a un profondo senso etico.
Sepúlveda appartiene alla generazione di scrittori latinoamericani che, dopo il “boom” letterario, ha scelto una strada diversa. A differenza di García Márquez, non si rifugia nel realismo magico, né cerca l’esotico o il meraviglioso. La sua magia è quella delle cose vere: il mistero nascosto nella vita quotidiana, nella natura, nei gesti semplici. È ciò che lui chiama “la magia della realtà“.
Questa “magia della realtà” mostra persone autentiche in luoghi reali, dove l’uomo vive in armonia con la terra, non contro di essa. Nei vecchi romanzi, la natura era un nemico da domare; nei suoi, è una compagna silenziosa, una presenza viva che merita rispetto. Costruisce così un mondo di contrasti: tra l’uomo e il paesaggio, tra la cura e la distruzione, tra la civiltà che si dice tale e la barbarie che si nasconde dietro di essa. I suoi protagonisti sono spesso figure ai margini, viandanti e sognatori, che attraversano la vita cercando un posto nel mondo — e, nel farlo, ci ricordano quanto fragile e prezioso sia il legame tra gli esseri umani e la natura che li circonda.
Nato il 4 ottobre del 1949, ad Ovalle, in Cile, in una casa dove la povertà non cancella la curiosità, Sepúlveda cresce tra le storie della nonna, una donna di origini mapuche che gli racconta leggende della foresta, e i racconti del nonno, un anarchico spagnolo con un cuore grande e una lingua tagliente. Da loro impara due cose che non lo abbandoneranno mai: che la libertà è sacra e che ogni creatura, anche la più piccola, merita rispetto.
Da giovane è idealista, coraggioso, pieno di speranze. Crede nella giustizia e nella solidarietà. Quando sostiene il governo di Salvador Allende, lo fa con la passione di chi pensa che il mondo si possa cambiare davvero. Ma nel 1973 arriva il colpo di stato, e il sogno diventa incubo. Lo arrestano, lo torturano, lo rinchiudono in una cella. Lui sopravvive, e quando finalmente ottiene la libertà, deve lasciare la sua terra. È così che comincia la vita dell’esule, quella che gli insegnerà che la patria è solo un luogo dentro di noi.
Sepúlveda viaggia per anni. Attraversa l’Ecuador, il Nicaragua, la Germania, la Spagna. In Ecuador vive tra gli indigeni Shuar e scopre la foresta amazzonica. Lì impara a conoscere la lentezza, la pazienza e il silenzio delle cose vive. Da quell’esperienza nasce “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore“, un piccolo libro pieno di grazia. Racconta di un uomo che vive tra gli alberi, che legge romanzi per riempire la solitudine e che rispetta gli animali come fratelli. È una storia che sembra semplice, ma dentro ha tutto: la pietà, la malinconia e quella calma forza che solo la natura conosce.

“Sapeva leggere.
Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere.
Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia.“
Quando scrive, Sepúlveda non fa mai il moralista. Osserva, racconta, ascolta. Ha lo sguardo di chi ha conosciuto la crudeltà, ma sceglie la gentilezza. Le sue parole non cercano di insegnare: invitano a capire. Nei suoi libri c’è sempre qualcuno che aiuta, che tende una mano, che si ferma ad ascoltare. I suoi personaggi non sono eroi: sono persone stanche, a volte smarrite, ma ancora capaci di compassione.

“…si avviò [verso El Idilio, verso la sua capanna, e] verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana.“
Ama la Patagonia, il mare e tutto ciò che si muove lentamente. In “Patagonia Express“ descrive paesaggi che sembrano infiniti, dove la solitudine non è tristezza ma consapevolezza. In “Le rose di Atacama“ raccoglie storie vere, dedicate a uomini e donne dimenticati dalla storia, ma che hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta. In ognuna di quelle pagine c’è un gesto silenzioso di resistenza, come un fiore che cresce nel deserto.

“Ammiro chi resiste, chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, e vivere in piedi, anche nei momenti peggiori.“
E poi ci sono le favole. Nessuno scrive favole come Sepúlveda. In “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare“ c’è tutto il suo mondo: la cura, la diversità, la solidarietà. Zorba, il gatto che promette di far volare la gabbianella, è una delle sue più grandi invenzioni. Non è un eroe, ma un amico. E in quella promessa mantenuta c’è un intero modo di stare al mondo. Le sue altre favole – quelle della lumaca, del cane, del topo – continuano a ripetere, con dolcezza e fermezza, che la bontà non è debolezza, che la lentezza è una forma di saggezza, e che la fedeltà è la più silenziosa delle virtù.
La sua vita privata somiglia a una delle sue storie. Ama profondamente la scrittrice e poetessa Carmen Yáñez. Si conoscono da giovani, si perdono durante gli anni bui della dittatura e si ritrovano in Europa molti anni dopo. Si sposano due volte, come se il destino volesse ricordare che certi amori sanno aspettare. Vivono insieme nelle Asturie, in Spagna, tra mare e montagna. Lui ama cucinare, ricevere amici, raccontare. Ha sempre un bicchiere di vino sul tavolo e un sorriso gentile.
Ama anche il mare, lo considera una casa in movimento. Lavora con Greenpeace, partecipa alle missioni contro la caccia alle balene. Naviga tra i ghiacci e le onde, e in ogni viaggio trova una storia. Quando parla del mare, non lo descrive: lo ascolta.
Chi lo ha incontrato ha detto di lui che ha una voce bassa e uno sguardo profondo, di quelli che hanno visto tanto ma non hanno perso la dolcezza. Nonostante il successo, resta umile, vicino alle persone comuni. Ama ridere, ma nei suoi occhi c’è sempre una piccola ombra di malinconia, come un riflesso del passato che non si può cancellare.

I dittatori hanno sempre un uomo di paglia alfabetizzato, un pennivendolo che, da un’ipotetica posizione al di là del bene e del male, fa da «intellettuale organico» al servizio del despota, sia con la voce sia con il silenzio.
Nel 2020 si ammala di Covid e muore il 16 novembre del 2020 a Oviedo, in Spagna. Il mondo piange la sua perdita, ma i suoi libri restano come fari. Li apri e senti che lui è ancora lì, tranquillo, a raccontarti una storia con voce calma, come davanti a un fuoco.

“Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali.“
Ogni volta che leggo Sepúlveda, mi sembra di rallentare. Le sue parole mi fanno respirare meglio. Mi ricordano che la vita non è fatta di corse, ma di sguardi, di gesti, di piccole cose. Che la gentilezza non è una debolezza, ma una forma di coraggio. E che la letteratura, quando nasce dal cuore, può rendere il mondo un po’ più giusto.
Luis Sepúlveda è stato un uomo che ha creduto nella bontà, anche quando sembrava non esserci più. Ci lascia in eredità una lezione semplice ma enorme: anche nella tempesta, bisogna continuare a volare.

“Mi considero un sognatore, ho pagato un prezzo abbastanza alto per i miei sogni, ma sono così belli, così pieni e intensi, che ogni volta tornerei daccapo a pagarlo.“
A volte penso che se la gente imparasse a guardare come guardava lui, il mondo sarebbe un posto meno feroce.
Aveva un modo tutto suo di vedere le cose, un modo che non giudicava, ma comprendeva. Vedeva la bellezza negli esseri fragili, la dignità nei dimenticati, la poesia nei gesti più piccoli. E forse è per questo che torno sempre ai suoi libri, quando mi sento stanca o disillusa. Perché mi ricordano che la dolcezza non è una fuga, ma una forma di resistenza.
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