
“Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone.”
-Erri De Luca
( 📸 Ali Saadi via Pinterest )

|Molti animali hanno una loro costellazione che brilla in cielo di notte.
I gatti no.
Ai gatti bastano i loro occhi lucenti per illuminare il cammino.|
– Mary S. Emilson
( 📸 da Pinterest )

Una scultura molto toccante che rappresenta un cane scheletrico, abbandonato e vittima di atrocità, è stata originariamente collocata nel cantone “La Unión”, nella provincia di Cartago, in Costa Rica. Quest’opera è stata realizzata per sensibilizzare i due milioni di visitatori che ogni anno si recano in questa regione.
Attualmente, la scultura è esposta nel parco centrale di Tres Ríos, dopo aver viaggiato per diverse località del Paese come parte del progetto itinerante “Zagua Parade”. Questo evento è promosso dall’Associazione Canina della Costa Rica (ACAN), un’organizzazione dedicata alla protezione e ai diritti degli animali.
La “Zagua Parade” è una manifestazione ideata per aumentare la consapevolezza pubblica sulla drammatica situazione degli animali randagi e maltrattati, fungendo da potente richiamo all’azione per migliorare le loro condizioni di vita.
( 📸 dal Web )

“Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia.
Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.
Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri, chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie, chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza, chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio”.
– Don Luigi Ciotti
( 📸 da Pinterest )
Don Luigi Ciotti è un instancabile testimone di giustizia e umanità, una voce forte contro le disuguaglianze e le mafie. Nato il 10 settembre 1945 a Pieve di Cadore, ha trasformato la sua vocazione sacerdotale in una missione senza confini: stare vicino agli ultimi e combattere ogni forma di oppressione.
Nel 1965 ha fondato il “Gruppo Abele”, un rifugio per chi vive ai margini, un faro per chi cerca speranza e riscatto. Non fermandosi qui, ha istituito “Libera”, una rete vibrante e coraggiosa che sfida la criminalità organizzata, restituendo ai cittadini i beni confiscati alle mafie e promuovendo una cultura di responsabilità condivisa.
Don Ciotti non è solo un sacerdote, ma un simbolo di resistenza e azione concreta. Con parole che scuotono le coscienze e gesti che trasformano la realtà, ha ispirato generazioni a credere che un mondo più giusto sia possibile, se siamo pronti a lottare per esso.

|La gentilezza è come la neve.
Abbellisce tutto ciò che copre.|
– Kahlil Gibran
( 📸 da Pinterest )

|Quando i poveri si convincono che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti.|
– Yvan Sagnet*
*Yvan Sagnet è il fondatore e Presidente dell’Associazione NO CAP, un’organizzazione che si impegna a fornire servizi e soluzioni per i lavoratori agricoli. La sua missione è quella di affrontare la paura e la sottomissione a trattamenti inumani e degradanti nei campi, attraverso azioni concrete e condivise. Nel 2016, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, in riconoscimento del suo impegno nella lotta contro lo sfruttamento dei braccianti.
( 📸 dal Web )

|Se prendessi un gatto come tuo maestro, ti insegnerebbe il potere che c’è nel riposo, ti addestrerebbe nell’arte di dedicare del tempo a te stesso, ti insegnerebbe ad essere la tua priorità, a vivere in serenità e ad essere autentico. Impareresti a scegliere saggiamente i tuoi amici, a goderti un raggio di sole, la vita e i piccoli momenti. Ti insegnerebbe a mantenere viva la curiosità e dimenticheresti completamente cos’è la paura.|
– Yazmín Domínguez
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“La morte dell’empatia umana è uno dei primi e più rivelatori segni di una cultura sull’orlo della barbarie.”
– Hannah Arendt
“L’Urlo di Gaza“, dell’artista tunisino Omar Esstar, è un’opera che colpisce profondamente, trascinandoci nel profondo della sofferenza umana. La figura centrale, un corpo umano spezzato e in dissoluzione, sembra esprimere un grido silenzioso, rappresentando il dolore di Gaza e di ogni luogo martoriato dalla guerra e dall’ingiustizia.
Le linee fluide che delineano il corpo si intrecciano con i resti di edifici distrutti, creando un legame inestricabile tra l’essere umano e il paesaggio devastato. Qui, l’umanità si frantuma insieme alle città, diventando parte delle rovine, emblema di un dolore ineluttabile.
La postura della figura, con la testa reclinata all’indietro e la bocca aperta, irradia un’intensa forza emotiva, trasmettendo una sensazione di totale disperazione. Eppure, in quel gesto estremo, si avverte anche una richiesta di attenzione, un appello a non rimanere indifferenti.
La scelta di una palette monocromatica da parte dell’artista esalta il dramma e l’universalità dell’opera. Non ci sono distrazioni, solo il cuore pulsante della sofferenza, che parla a chiunque lo osservi. “L’Urlo di Gaza” si può considerare un manifesto visivo che denuncia la sofferenza, scuote le coscienze e invita all’empatia.

“La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.“
– David Foster Wallace
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|Il mondo è diventato una stanza rumorosa, il silenzio è il luogo magico in cui si realizza il processo creativo.|
Si è spento David Lynch, uno dei più geniali ed inquietanti visionari della storia del cinema, in grado di trasformare ogni opera in un’esperienza che rimane scolpita nella mente dello spettatore. Il suo talento unico lo ha reso una figura di culto nel mondo del cinema e oltre.
Con il suo secondo film, “The Elephant Man” (1980), ha ottenuto il riconoscimento internazionale, raccontando con straordinaria sensibilità la toccante storia di John Merrick, un uomo affetto da gravi deformità fisiche. Questo capolavoro, che mescola dramma, empatia e riflessione sul concetto di umanità, ha conquistato pubblico e critica, ricevendo otto nomination agli Oscar.
Il suo stile unico e inconfondibile esplose poi in opere come “Velluto Blu” (1986), dove la serenità di una tranquilla cittadina americana si sgretola rivelando un abisso di perversione e violenza, e nel celebre “Mulholland Drive” (2001), un viaggio onirico nel lato oscuro di Hollywood. E come dimenticare “Twin Peaks“, la serie che ha rivoluzionato la televisione con i suoi misteri inquietanti e il suo fascino ipnotico?
Lynch non è stato solo un regista: è stato un alchimista di emozioni, ogni sua opera è un enigma visivo e narrativo che invita lo spettatore a esplorare i luoghi più oscuri e profondi della psiche umana.
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“- È come nelle grandi storie, padron Frodo, in quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perché come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve finire. Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè. Ma credo, padron Frodo, di capire. Ora, so. I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l’hanno fatto. Sono andati avanti, perché erano aggrappati a qualcosa. – Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? – C’è ancora del buono a questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo.“
Da “Il signore degli anelli” di J.R.R. Tolkien.

|I giapponesi chiedono scusa con frequenza, nella stessa misura in cui sanno ringraziare. Domandare perdono, però, ha nella loro cultura un significato più complesso di quello che si potrebbe pensare.
Ci si scusa per ogni disservizio, ci si scusa con prontezza. Se un treno ritarda anche un solo minuto, l’altoparlante amplificherà subito la voce del capotreno che spiegherà le cause e reciterà la formula di scuse.
«C’è bisogno di scusarsi così tanto?», si domandano perplessi gli stranieri. Fraintendono, però, pensando che, a scusarsi, quella persona stia dichiarando la propria colpevolezza o magari la propria debolezza a fronte di una ragione altrui. Non sanno che sumimasendeshita «mi scusi», gomennasai «mi perdoni», mōshiwakearimasendeshita «Sono mortificato» comunicano anche altro e celano in sé una tempra molto forte.
In Giappone, infatti, ci si scusa innanzitutto per smorzare i toni, proprio al fine di far sbollire l’altro e riportare alla calma il tono della conversazione. Da lì in poi si partirà alla ricerca del problema e di una sua possibile soluzione.
Il litigio, che i giapponesi fuggono in modo evidente, non ha come per gli occidentali un valore di catarsi. Il termine «sfogarsi» in questa lingua non trova una sua immediata collocazione; è una di quelle parole che si perdono effettivamente nel salto da una lingua all’altra.
Del resto, da un punto di vista comportamentale, gli atteggiamenti che in Giappone sono promossi e incoraggiati indicano una precisa via: bisogna tralasciare la spiacevolezza, evitare di sgridare, privilegiare piuttosto un approccio che faccia dell’esempio una linea-guida.
Non è utile neppure cadere nella tentazione di sfogarsi, nell’illusione che, facendolo, ci si libererà dalla rabbia o da altre emozioni negative, non serve soprattutto pretendere di affrontare tutto a tutti i costi, perché il costo c’è ed è sempre molto alto. La consolazione dello sfogo, in sintesi, non consola veramente, smorza piuttosto certi ascessi purulenti dell’animo, ma non li placa; pare farli trasmigrare in un altro luogo, in attesa d’essere tirati ancora fuori.|
Da “Wa, la via giapponese all’armonia” di Laura Imai Messina.
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|Quando ti accorgerai che per produrre devi ottenere il permesso di chi non produce nulla;
quando vedrai che il denaro fluisce verso chi non traffica in beni, ma in favori;
quando percepirai che molti diventano ricchi grazie alla corruzione e alle influenze più che al loro lavoro, e che le leggi non ti proteggono da loro ma, al contrario, proteggono loro da te;
quando scoprirai che la corruzione viene premiata e l’onestà diventa un sacrificio personale, allora potrai affermare, senza timore di sbagliare, che la tua società è condannata.|
– Ayn Rand
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“Io conosco la Shoah. Tuttavia ritengo che oggi essa venga strumentalizzata per altri scopi. Il giorno della memoria sta diventando il giorno della falsa coscienza e della retorica. L’Ebreo è divenuto il Totem attraverso cui ricostruire la verginità della civiltà occidentale. Ma l’ebreo di oggi è il rom, considerato ancora paria dell’umanità; è il musulmano, il palestinese; è il profugo che trova la morte nella fossa comune del Mediterraneo.”
– Moni Ovadia
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