Immaginiamo un bambino solo, che ha perso i genitori troppo presto e che vaga tra le colline selvagge e i laghi tranquilli del Lake District inglese, in cerca di conforto nel sussurro del vento e nell’abbraccio della terra. Questo è stato William Wordsworth, un uomo la cui vita si è rivelata un continuo alternarsi di tempeste e momenti di calma, di dolori profondi ed ispirazioni sublimi.
Nato il 7 aprile del 1770 a Cockermouth, il giovane William perde la madre a soli otto anni e il padre a tredici: ferite che avrebbero potuto distruggerlo, ma che invece gli aprono un profondo pozzo di emozioni da cui è emersa la sua poesia. Il Lake District non è solo la sua casa: è il suo respiro, il rifugio, il cuore pulsante che alimenta i suoi versi. In un contesto dove la natura è padrona, abbraccia l’idea che essa possa svelare i misteri dell’anima. Le sue opere sono caratterizzate da un linguaggio semplice e autentico, ricco di emozioni che toccano il cuore.
Cresciuto in una famiglia modesta, dopo la perdita dei suoi genitori, vive i suoi anni giovanili sotto la protezione dell’amata zia. La sua condizione di orfano lo spinge a cercare conforto e ispirazione nei paesaggi mozzafiato che lo circondano, un rifugio naturale che nutre la sua sensibilità poetica. Durante l’adolescenza, Wordsworth frequenta la “Hawkshead Grammar School“, dove comincia a scoprire il potere curativo e trasformativo della natura. Le esperienze vissute lì, insieme alle lezioni sulla bellezza e la semplicità della vita rurale, plasmano il suo carattere e il suo sguardo sul mondo. Da giovane, intraprende un percorso di studi che lo induce a riflettere sulla condizione umana e sull’importanza dei sentimenti autentici, elementi che sarebbero diventati fondamentali nella sua poesia.
Frequenta il St. John’s College di Cambridge, laureandosi nel 1791, ma proprio a Cambridge si sente un pesce fuor d’acqua, più attratto dalle meraviglie della vita che dai libri polverosi.
Durante gli anni dell’università, Wordsworth si reca in Francia, dove ha l’opportunità di vedere da vicino l’entusiasmo esplosivo della Rivoluzione francese. Quell’iniziale euforia, però, gli si trasforma presto in un senso di disillusione a causa della violenza che ne deriva, sconvolgendo così le sue convinzioni.
Nel 1795, incontra Samuel Taylor Coleridge e subito tra di loro si crea un’intensa amicizia che porterà alla pubblicazione di “Ballate Liriche” nel 1798, un’opera che segna l’inizio ufficiale del Romanticismo in Inghilterra.

Nel 1799, Wordsworth decide di stabilirsi a Grasmere, nel cuore del Lake District, insieme alla sorella Dorothy, una figura fondamentale nella sua vita e nella sua arte. In questo scenario ricco di bellezza e ispirazione, scrive alcune delle sue poesie più famose, come “Vagavo solitario come una nuvola“, che tutti noi conosciamo come “Daffodils” (“Narcisi” o “Giunchiglie“), e “Il Preludio“, un poema autobiografico, pubblicato postumo nel 1850, in cui il poeta si racconta, mettendo in luce il suo viaggio interiore e la formazione del suo spirito attraverso un dialogo costante con l’ambiente circostante. Quest’opera si presenta come un diario di crescita, dove ogni paesaggio e ogni elemento naturale si trasformano in simboli di rinascita e rinnovamento interiore. Nel corso della sua lunga carriera, diventa un vero e proprio portavoce di una filosofia che vede nella natura non solo un paesaggio da contemplare, ma un autentico maestro di vita.

Nel 1802, sposa Mary Hutchinson ed insieme danno vita ad una famiglia molto unita con cinque figli.
Wordsworth vive nella meravigliosa natura del Lake District, da cui attinge la forza e la serenità necessarie per scrivere opere che continuano a toccare il cuore delle persone, fino al 23 aprile del 1850, quando la sua vita si conclude, lasciando un’eredità indimenticabile.
Lo stile poetico di Wordsworth è noto per la sua semplicità e accessibilità, a differenza della poesia neoclassica del XVIII secolo, che spesso si presenta con un tono elevato e artificiale. Il nostro poeta sostiene che la poesia debba avvalersi di un linguaggio che rispecchi quello parlato dalla gente comune, capace di trasmettere emozioni genuine e universali. Questo approccio emerge chiaramente in “Ballate Liriche“, dove cerca di dare voce alle esperienze quotidiane delle persone comuni.
La natura, come già evidenziato, gioca un ruolo fondamentale nel suo stile. Le sue descrizioni dei paesaggi si distinguono per vividezza e dettaglio, ma non sono solo una semplice cornice: la natura diventa una presenza viva, quasi spirituale, che interagisce con l’essere umano, rispecchiando le sue emozioni. Wordsworth fa spesso uso del blank verse, il che gli permette di preservare un ritmo naturale e fluido, simile al parlato. Inoltre, mentre apprezza forme tradizionali come la ballata e il sonetto, le adatta ai propri temi, conferendo alla sua poesia una qualità meditativa e introspettiva. L’uso della prima persona mette in risalto la sua idea che la poesia emerga dall’emozione “ricordata in tranquillità.”
Un altro tema fondamentale che merita attenzione è l’infanzia. Wordsworth è convinto che i bambini godano di una connessione più autentica con la natura e il divino, una sorta di “visione celeste” che gli adulti, sfortunatamente, perdono col passare del tempo.
Questo concetto viene approfondito in “Ode: intuizioni di immortalità nei ricordi dell’infanzia“, dove riflette sul triste ritiro dell’innocenza e sulla possibilità di riconquistarla attraverso i ricordi. La memoria, infatti, è un pilastro centrale della sua poetica: per Wordsworth, la poesia diventa il mezzo attraverso cui rievocare e reinterpretare esperienze vissute, trasformando le emozioni in arte, secondo la sua teoria dell’“emozione ricordata in tranquillità” descritta nel “Preface to Lyrical Ballads“. Inoltre, Wordsworth vede nella poesia un ruolo sociale e morale. Per lui, il poeta è un “uomo che parla ad altri uomini“, con la missione di elevare lo spirito umano e favorire empatia e comprensione tra le persone.
In una delle sue poesie più famose tradotte in italiano, il poeta scrive: «Vagavo solitario come una nuvola, che fluttua in alto su valli e colline…» Questi versi raccontano quella sensazione di connessione profonda con la natura, dove la solitudine si trasforma in un momento di pura estasi e riflessione. In un altro suo componimento, il poeta mette in guardia la società contemporanea, criticando il distacco da ciò che è essenziale e l’ossessione per il materiale: «Il mondo ci travolge; presto o tardi, nell’acquistare e nello spendere, sprechiamo le nostre forze.» Con queste parole, Wordsworth ci sprona a riscoprire la bellezza della semplicità e a riconnetterci con quel profondo senso di appartenenza alla terra, in grado di nutrire e rinnovare il nostro spirito. In definitiva, la sua vita è un racconto di sofferenza, scoperta e, alla fine, di redenzione grazie al contatto con la natura.
La sua biografia, ricca di esperienze personali e momenti di grande ispirazione, si intreccia con il suo cammino poetico e una visione del mondo che continua a incantare e guidare chi cerca un significato più autentico e profondo nell’esistenza. La sua eredità è quella di un poeta che, con il suo linguaggio semplice ma carico di emozione, ha trasformato ogni paesaggio in un inno alla vita, ricordandoci che, in ogni angolo del mondo naturale, si trova la chiave per comprendere noi stessi.
Ancora oggi, dopo secoli, la poesia di William Wordsworth si presenta come una mano tesa, un invito a riscoprire la pace e la meraviglia, anche nei momenti in cui la vita sembra sopraffarci. Il vero regalo che ci ha fatto non sono solo le sue parole, ma il modo in cui ci ha insegnato a guardare il mondo. Ci ha fatto capire che la poesia non ha bisogno di fronzoli: è verità, è emozione, è il battito silenzioso della vita. Così, è diventato più di un semplice poeta; è diventato un compagno, una guida per chiunque abbia mai perso la strada, ritrovandola poi tra le braccia eterne della natura.
Di seguito alcune poesie e citazioni di questo immenso poeta. Buona lettura 🙂
Giunchiglie
Vagavo solo come una nuvola
che galleggia in alto, oltre valli e colline,
quando all’improvviso ho visto una folla,
una moltitudine di giunchiglie dorate,
accanto al lago, sotto gli alberi,
svolazzare e danzare nella brezza.
Continue come stelle che splendono
e scintillano sulla via lattea,
si stendevano in una linea infinita
lungo il margine di una baia.
Ne vidi diecimila a colpo d’occhio
che scuotevano le teste in una danza vivace.
Le onde ballavano al loro fianco ma loro
superavano le scintillanti onde in allegria
un poeta non poteva che essere felice
in una compagnia così gioconda
io le fissavo sempre di più ma pensavo poco
Arcobaleno
Il mio cuore esulta al cospetto
dell’arcobaleno che sta nascendo:
come venendo al mondo;
come nel sapersi uomo;
così, nello scoprirsi vecchio,
mi sia data la morte!
Il Bambino è padre dell’Uomo
e siano i miei giorni
l’uno all’altro stretti
dal sentimento della natura.
***
Un sonno mi sigillò la mente
Un sonno mi sigillò la mente –
non avevo paure umane –
lei pareva creatura che non sente
il tocco di anni terreni.
Ora non ha più forza né moto,
non vede né sente –
avvolta nel flusso della terra
diuturno, fra piante, sassi, rocce.
***













NOTTURNO
Il cielo è oscurato
dalla fitta trama di una nube ininterrotta,
greve e sbiadita, inondata dal pallore della luna, che
attraverso quella cortina traspare indistintamente,
e la smorta, misera sfera diffonde una luce
così fievole, che neppure un’ombra cade,
a screziare il suolo, – da una rupe, pianta o albero, o torre.
Infine, un piacevole improvviso bagliore
dà un fremito al pensoso viandante che percorre
il sentiero solitario, con lo sguardo assente
rivolto a terra: guarda in alto – le nuvole
si sono separate, – e sopra il proprio capo vede
lo splendore del cielo e la luna chiara che
in una volta azzurro cupo, prosegue il viaggio,
e appresso una moltitudine di stelle, che piccole
e intense e luminose, nell’oscura profondità,
si muovono sulla sua scia: come scorrono veloci,
eppure non scompaiono! – il vento soffia tra i rami,
ed esse restano silenziose, continuano a percorrere
distanze incommensurabili; e la volta, resa
sferica da quelle bianche nubi, smisurate nubi,
si fa più profonda nella sua insondabile profondità.
Infine, la visione cessa, e la mente,
eccitata da quel piacere, che, lentamente,
si tramuta in uno stato di serena quiete,
resta a meditare sul maestoso spettacolo.
***
IL ROVO
I
Conosco un rovo che par così vecchio
Che stenteresti a credere davvero
Che sia stato giovane un tempo,
Tanto sembra grigio ed invecchiato.
Non più alto di un bimbo di due anni,
Sta eretto però, questo annoso rovo;
Foglie non ha, né punte di spino,
È un ammasso di nodi intricati,
Una pietosa rovina.
Sta però eretto, e come le pietre
È ricoperto di licheni.
II
Come le pietre o le rocce, è ricoperto
Di licheni fino in cima,
E penzolano dai suoi rami pesanti
Ciuffi di muschio, malinconica pianta:
S’arrampicano su da terra questi ciuffi,
E s’avvinghiano tanto stretti
Al povero rovo, da far credere
D’avere il fermo proposito
Di trascinarlo a terra,
E che tutti si fossero alleati nel cercare
Di seppellire per sempre questo povero rovo.
III
In cima alla più alta vetta montana,
Dove sovente d’inverno sferzano come falci
I venti tempestosi, spazzando
Le nubi di valle in valle,
A non più di cinque iarde dal sentiero
Noterai alla tua sinistra questo rovo,
Ed a sinistra, fatte ancora tre iarde,
Vedrai un laghetto limaccioso
Che non è mai secco.
L’ho misurato da sponda a sponda:
È lungo tre piedi e largo due.
IV
Vicino a questo annoso rovo
C’è un fresco, incantevole spettacolo:
Un bellissimo tumulo, una collinetta muschiosa,
Giusto mezzo piede d’altezza.
Mirabili colori, tutti i colori
Che mai furono visti vi puoi osservare,
E c’è pure un velo di muschio
Che sembra quasi intessuto
Dalle mani d’una bella dama,
E i botton d’oro, i beniamini dell’occhio,
Tanto intenso è il loro vermiglio.
V
Oh, che tinte stupende!
Verde oliva e rosso scarlatto,
A spicchi, a raggiera, a stelle,
Verde, rosso e madreperla.
Questo monticello ricoperto di muschio,
Che puoi vedere a ridosso del rovo,
Così fresco in tutti i suoi mirabili colori,
Ha la misura della tomba d’un bambino,
Cui rassomiglia come goccia d’acqua:
Ma in nessun luogo fu mai, mai,
Per metà così bella la tomba d’un bambino.
VI
Se dunque ti piacesse vedere questo vecchio rovo,
Questo laghetto e il bel monticello muschioso,
Farai attenzione a scegliere il momento
Per salire alla montagna.
Perché sovente, tra il monticello
Che assomiglia alla tomba d’un bambino
Sta una donna con un mantello scarlatto
Che geme così fra sé:
‘O sventura! O sventura!
O me misera! O sventura!’
VII
A tutte le ore del giorno e della notte
La povera donna sale lassù,
Nota a tutte le stelle
E a tutti i venti che soffiano impetuosi,
E là se ne sta seduta accanto al rovo,
Quando il cielo è limpido e azzurro
O quando la bufera ulula sulle colline,
O nel freddo pungente, senza un alito di vento,
E geme così fra sé:
‘O sventura! O sventura!
O me misera! O sventura!’
VIII
‘Ma dimmi, come mai, di giorno e di notte,
Sotto la pioggia e la neve e la tempesta,
Questa povera donna se ne sale
Alla desolata vetta della montagna?
E perché se ne sta seduta accanto al rovo,
Di giorno, quando il cielo è azzurro,
O quando turbina il vento sul colle,
O nel freddo pungente, quando l’aria è immota,
E come mai piange così?
Come mai? Dimmi perché
Costei ripete il suo pietoso grido?’
IX
Non saprei – e come vorrei dirtelo,
Ma la vera ragione mi è ignota!
Pure se ti piacesse vedere quel posto,
Quel posto che di solito frequenta;
Il monticello simile alla tomba d’un bambino,
Il laghetto e il rovo così grigio ed invecchiato,
E passare davanti alla sua porta, raramente chiusa,
Se la vedessi nella sua capanna,
Scapperesti subito di là!
Non ho mai sentito che qualcuno abbia osato
Avvicinarsi a quel posto quando c’è lei.
X
‘Ma che mai spinge questa povera donna
In cima alla montagna,
Sfidando le stelle del cielo,
E sfidando i venti impetuosi?’
A nulla vale spremersi il cervello:
Io ti dirò tutto quello che so,
Ma vorrei che ti recassi
A vedere il rovo ed il laghetto,
Che è appena ad un passo.
Forse, quando sarai lassù,
Ti sarà più chiara la sua storia.
XI
Ti darò tutto l’aiuto che posso,
E prima che tu salga al monte,
Alla sua desolata vetta,
Ti dirò tutto quello che so.
Or sono ventidue anni
Che lei, con l’onestà d’una vergine
– Il suo nome è Martha Ray –
Prese a frequentare Stephen Hill;
Ed era raggiante di gioia,
E non era triste neppure un momento
Quando pensava a Stephen Hill.
XII
Avevan fissato il giorno delle nozze,
Il mattino che li avrebbe visti sposi;
Ma Stephen aveva giurato amore
A un’altra fanciulla,
E con quest’altra fanciulla
L’ingrato Stephen se n’andò in chiesa.
Povera Martha! In quel giorno di dolore
Si disse che un fuoco, un fuoco crudele
Le divampasse nelle ossa:
Bruciò il suo corpo come un tizzone,
Le cambiò quasi il cervello in stoppa.
XIII
Dicon che d’allora, per ben sei mesi,
– Era ancora estate, e le foglie verdi –
Lei salisse in cima alla montagna
E là sovente fu veduta.
Dicono che aveva un bimbo in grembo,
Ciò che poi a tutti parve chiaro.
Aspettava un bambino, ma era pazza,
Per quanto talora, dal troppo dolore,
Fosse solenne nella sua tristezza.
Ahimè! Come avrei preferito diecimila volte
Che fosse morto lui, quel padre crudele!
XIV
Triste davvero che una mente come quella
Comunicasse con un figlio in grembo!
Triste davvero, come puoi immaginare,
Per una mente tanto sconvolta!
Quando se ne parlò a Natale
Con Simpson, il vecchio contadino, egli sostenne
Che il piccino, muovendosi
Nel grembo vicino al cuore della madre,
Le avesse ridato la ragione.
E quand’ebbe finito il tempo
Il suo aspetto era calmo, lucida la mente.
XV
Non so nient’altro, e vorrei saperlo,
Per raccontartelo;
Quel che fu di questo povero bimbo
Nessuno l’ha mai saputo:
Se il figlio nacque o no,
Non c’è nessuno che saprebbe dirtelo,
E se sia vivo o morto
Domanderesti invano, come t’ho detto.
C’è solo chi ricorda
Che Martha Ray a quel tempo
Fu vista spesso salire sul monte.
XVI
E in quell’inverno, quando a notte
Il vento soffiava sulla cima del monte,
avresti fatto bene, sfidando le tenebre,
A prendere la strada della chiesa;
Ché parecchie volte s’udivano
Provenire delle grida dalla cima del monte,
Alcune sicure voci di vivi,
Altre invece, ho udito molti giurarlo,
Erano voci di morti,
Sebbene non credo, per quanto si dica,
Che avessero a che far con Martha Ray.
XVII
Ma che lei salga a questo vecchio rovo
Che t’ho descritto,
E che qui se ne stia, avvolta in un mantello scarlatto,
Giurerei ch’è vero.
Un giorno infatti, essendo salito
Sulla montagna col mio cannocchiale
Per guardare il vasto oceano scintillante –
Era da poco che abitavo in questo luogo
E non avevo ancora udito parlare di Martha –
Scoppiò una tempesta, e non riuscivo a vedere
Più in alto delle mie ginocchia.
XVIII
Era nebbia mista a pioggia, una bufera di pioggia,
E non si vedeva un rifugio, un riparo,
E che vento! Un vento, in fede mia,
Più impetuoso di dieci venti!
Mi guardai attorno, e credetti di scorgere
Una roccia sporgente, e mi ci diressi
A testa bassa, nella pioggia battente,
Per ripararmici sotto,
E, quant’è vero che esisto,
Invece di una roccia sporgente
Trovai una donna seduta per terra.
XIX
Non feci motto – vidi il suo volto,
E mi bastò quello.
Non ebbi il tempo di girarmi che udii
Il suo grido: ‘O sventura! O sventura!’
E là se ne sta, finché la luna
Non è a metà della sua corsa nel cielo azzurro,
E quando le leni brezze
Fan tremolare lo specchio del laghetto,
Come tutti sanno in quel luogo,
Lei rabbrividisce e lancia il suo grido:
‘O sventura! O sventura!’
XX
‘Ma cos’è il rovo, cos’è il laghetto,
Cos’è per lei il monticello ricoperto di muschio?
Cos’è la brezza che giunge furtiva
A increspare il laghetto?’
Non saprei dire; ma c’è chi racconta
Che ha impiccato il suo bimbo a quell’albero
C’è chi racconta che l’ha affogato nel laghetto
Che è lì ad un passo,
Ma tutti saranno d’accordo
Che il bimbo è seppellito lì,
Sotto il grazioso monticello ricoperto di muschio.
XXI
Ho udito dire che il muschio è scarlatto
Per il sangue versato da quel povero bimbo.
Uccidere così un bimbo appena nato!
Si stenta a credere che abbia potuto farlo.
Altri dicono che se ti rechi al laghetto
E vi fissi lo sguardo,
Scorgerai l’ombra d’un bambino,
D’un bambino e del viso d’un bambino
Che volge a te i suoi occhi,
E che ogni volta che lo guardi
Ti ricambia lo sguardo.
XXII
E c’è chi ha solennemente giurato
Che debba esser condotta davanti a un tribunale,
E chi con la vanga si sarebbe incamminato
Per cercare le ossicine del bambino:
Ma allora il bel monticello muschioso
Avrebbe preso a fremere davanti ai suoi occhi,
E per ben cinquanta iarde tutt’attorno
Avrebbe scosso l’erba sul terreno;
Eppure tutti son convinti
Che il piccino è seppellito là,
Sotto al grazioso monticello coperto di muschio.
XIII
Non so spiegarti come questo sia,
So solo che il rovo è circondato
Da grandi ciuffi di muschio, che tentano
Di trascinarlo giù per terra.
So solo che più d’una volta,
Mentre lei se ne stava in cima alla montagna,
Di giorno, o nel silenzio della notte,
Mentre tutte le stelle luccicavano nel cielo,
L’ho udita gridare:
‘O sventura! O sventura!
O me misera! O sventura!’
LUCY GRAY
Avevo spesso sentito parlare di Lucy Gray,
e quando attraversai la landa deserta
mi capitò di vedere, all’alba
la ragazza solitaria.
Lucy non aveva compagni né amici;
abitava in una brughiera selvaggia,
ed era la cosa più soave cresciuta
in una dimora umana.
È ancora possibile scorgere il cerbiatto
che gioca, la lepre sul prato;
ma il dolce viso di Lucy Gray
non lo vedremo mai più.
“Questa notte sarà una notte di bufera,
devi andare in città,
prendi, bimba, una lanterna per far luce
a tua madre sotto la neve.”
“Certo, Padre, lo farò volentieri;
è quasi pomeriggio–
l’orologio della chiesa ha appena suonato le due,
e la luna è laggiù.”
Quindi il padre alzò il falcetto
e staccò una corda per legare fascine;
si concentrò sul lavoro, e Lucy
prese la lanterna in mano.
Il capriolo sulla montagna non potrebbe
essere più gioioso, e i suoi piedi spensierati
disperdono la neve farinosa
che si solleva come fumo.
La bufera giunse anzitempo;
Lei vagava su e giù,
risalì Lucy più di una collina,
ma non arrivò mai in città.
Gli sfortunati genitori tutta la notte
andarono ovunque gridando,
ma non c’erano suoni o rumori
che potessero guidarli.
All’alba giunsero ad una collina
che sovrastava la brughiera,
e da lì videro il ponte di legno
a duecento metri da casa.
Tornarono allora verso casa, e piangevano:
“Ci incontreremo tutti in Paradiso”
quando nella neve la madre scorse
l’orma lasciata dal piede di Lucy.
Quindi, giù dalla cima del colle,
seguirono le piccole impronte,
Attraverso i varchi nella siepe di biancospino
e accanto al lungo muro di pietra;
e attraversarono poi un campo aperto,
le impronte erano sempre le stesse;
continuarono a seguirle, senza perderle,
e giunsero al ponte.
Dall’argine coperto di neve seguirono
le orme, una ad una,
sino a metà della passerella,
ma oltre quel punto sparivano.
Eppure qualcuno sostiene che d’allora
la bambina vive:
che puoi vedere la dolce Lucy Gray
lungo la valle triste e selvaggia.
Va saltellando su terreni lisci o accidentati
senza mai voltarsi indietro;
e canta una canzone solitaria
che se ne va come un sibilo nel vento.
IL RAGAZZO DELL’INDUSTRIA
Il suo abito, imbiancato dai fiocchi di cotone
O i bioccoli di lana, denuncia da dove viene;
Egli trascina il passo, tremante, le labbra pallide,
Il respiro affannoso e percepibile;
E sembra che mai quegli occhi stanchi possano scintillare
O quelle guance prendere colorito.
E’ questo il contegno, l’aspetto, il portamento
Di un essere non vile? Che dovrebbe essere vestito
Con la dignità adatta alla sua orgogliosa speranza,
Che proprio nell’infanzia dovrebbe apparire
Sublime per la purezza e gioia!
Il corpo si sviluppa; ma la libertà dello spirito
E’persa per sempre, e la sua corporatura
Così gioiosa nei suoi movimenti, è diventata
Ottusa, per il trionfo dei suoi movimenti morti;
E anche il tatto, così squisitamente riversato
Attraverso tutto il corpo, con una languida volontà
Svolge le sue funzioni; raramente competente
Per imprimere un sentimento vivido nella mente
Di che cosa vi sia di delizioso nella brezza,
Le carezze gentili del sole,
O decadenza di elemento liquido – con la mano,
O il piede, o labbra, nel calore dell’estate – percepita.
Come si può sperare in un’umanità cresciuta
Su tali fondamenta?
***
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