Fa male vedere uno scrittore che per anni è stato percepito come voce degli ultimi scegliere, davanti a Gaza, il linguaggio dei vincitori.
Erri De Luca rivendica il proprio sionismo e nega che a Gaza sia in corso un genocidio. Dice che Israele spostava i civili. Ma spostare persone da un luogo bombardato a un altro destinato a essere bombardato non è protezione. È una fuga senza salvezza.
Il punto non è negare il diritto di Israele a esistere. Quel diritto esiste. Il punto è non usare quel diritto per cancellare tutto ciò che è accaduto.
Gaza non comincia il 7 ottobre 2023. Prima ci sono la Nakba, i villaggi distrutti, l’occupazione, la Cisgiordania strangolata da check-point e colonie, le case sottratte, Gerusalemme spezzata, Gaza assediata per anni. Raccontare questa tragedia come se fosse nata all’improvviso significa amputare la storia e renderla più comoda per chi vuole guardare solo l’ultimo fotogramma.
Si può discutere sulla parola genocidio, certo. Ma anche rifiutandola restano i civili uccisi, gli ospedali distrutti, la fame usata come arma, i bambini sotto le macerie, i giornalisti e i soccorritori colpiti, un intero popolo spinto sempre più lontano dalla possibilità di vivere.
Restano i crimini di guerra.
Restano i massacri.
Resta la pulizia etnica, quando si immagina un territorio senza il popolo che lo abita.
La cosa più dolorosa è che un intellettuale smetta di diffidare delle parole del potere. Perché uno scrittore dovrebbe riconoscere la propaganda proprio quando si presenta educata, ordinata, ragionevole. Dovrebbe sapere che gli oppressi vengono cancellati due volte. Prima dalle bombe. Poi da chi spiega che quelle bombe erano inevitabili.
Non si tratta di essere contro gli ebrei o contro Israele. Si tratta di restare umani davanti alla sofferenza degli innocenti. Di non confondere un bambino con Hamas, una madre tra le macerie con una minaccia, un popolo intero con i suoi governanti.
Quando la distruzione viene chiamata liberazione, siamo già dentro la lingua degli imperi.
E quando anche la letteratura presta le sue parole alla forza, la forza non ha più bisogno di urlare.
Le basta essere raccontata bene.

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