Nesting: la quiete come scelta

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Ultimamente gira una parola nuova: nesting. Cosa significa?
Vuol dire “fare il nido”. E in fondo è proprio questo: scegliere di restare a casa, restare per leggere qualche pagina prima di addormentarsi, per dormire senza sensi di colpa, per riempire la vasca e starci dentro finché l’acqua non si raffredda. Restare per perdere tempo davanti al computer, per sporcare un foglio con un po’ di colore, per cucinare qualcosa che profumi tutta la stanza, per affondare le mani nella terra di un vaso.
Nesting è questo: concedersi una quiete domestica, lenta, imperfetta, dove non succede niente di memorabile e proprio per questo succede quasi tutto.

Per molto tempo abbiamo collocato il lusso altrove. In luoghi difficili da raggiungere, in stanze affacciate sull’infinito, in spazi dove il benessere è organizzato, misurato, persino cronometrato. Oggi, forse, stiamo imparando una lezione più sobria: ciò che davvero conta non è lontano. Abita una parola antica e domestica: casa.

Non perché sia scomparso il desiderio di partire — l’altrove continua a esercitare il suo magnetismo — ma perché esiste una quiete più preziosa di quella confezionata per i depliant. È la quiete che si deposita quando rientriamo, quando il mondo resta dall’altra parte della porta e il tempo, finalmente, smette di incalzarci.

La casa non coincide con i suoi metri quadrati. È una postura interiore. È l’odore del caffè che inaugura la giornata, il silenzio imperfetto che ci accoglie, scaffali che custodiscono libri interrotti, un divano che conosce esattamente il peso delle nostre stanchezze. È il rituale minimo e potentissimo di una mano che affonda nel pelo caldo di un gatto, di una presenza che chiede solo di essere accarezzata e, così facendo, ci riporta a una forma elementare di fiducia. È un cane che si accuccia accanto a noi, o che ci invita a uscire per una passeggiata lenta, ricordandoci che il tempo non è solo una misura, ma anche una compagnia. Sono animali che ci attraversano le caviglie o si sistemano ai nostri piedi come se fossimo casa anche noi. È un pigiama che ha imparato la grammatica segreta delle nostre domeniche.

Viviamo in un tempo che ci vuole sempre altrove: impegnati, visibili, reperibili. Agende fitte, corpi in transito, relazioni esposte, partenze a basso costo, viaggi “mordi e fuggi” e sorrisi ad alta frequenza. Persino il riposo è diventato un dovere da esibire. In questo rumore di fondo permanente, scegliere la quiete assume il valore discreto di un atto di resistenza.

Bastarsi, abitare un luogo che non domanda prestazioni, ma presenza. Un rifugio, nel significato più antico della parola: ciò che protegge.

Restare a casa non è sottrarsi al mondo, è rientrare in se stessi. Non è isolamento, è intimità. È potersi dire, con semplicità: qui, ora, sto bene.

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