
Non era soltanto il guanto bianco.
Non era soltanto il cappello inclinato, il moonwalk, quel grido che attraversava l’aria e faceva tremare gli stadi.
Michael Jackson era anche un bambino.
Un bambino al quale il mondo aveva chiesto di diventare una leggenda prima ancora che potesse capire che cosa significasse essere amato senza dover dimostrare niente.
Ed è proprio da qui che prende vita “Michael“, il biopic campione d’incassi diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, nipote dell’artista.
Non dalla superstar.
Non dai milioni di dischi venduti.
Non dalle folle che gridavano il suo nome.
Ma da una ferita.
Da un bambino con una voce immensa e una paura antica negli occhi, interpretato superbamente da Juliano Krue Valdi, giovane attore e ballerino statunitense.
Jaafar Jackson riesce in qualcosa che sembrava quasi impossibile.
Non lo imita. Non lo trasforma in una maschera, in una copia ben truccata, in un personaggio da museo delle cere.
Gli si avvicina piano. Con rispetto.
Come si entra nella stanza di una persona che non c’è più, cercando di non spostare nulla.
Nei suoi gesti ritroviamo la precisione di Michael, la grazia, la leggerezza impossibile dei suoi passi. Ma anche qualcosa di più fragile. Un tremore. Una domanda che sembra accompagnare ogni movimento: quanto dolore può nascondersi dietro tanta bellezza?

Sul palco Michael era invincibile.
Sembrava non appartenere alla terra. Scivolava, vibrava, si spezzava e si ricomponeva, come se la musica gli avesse insegnato una lingua sconosciuta agli altri esseri umani.
Poi le luci si spegnevano.
Il pubblico tornava a casa.
E rimaneva il silenzio.
Dentro quel silenzio c’era tutto.

L’infanzia perduta.
Le prove interminabili.
La disciplina feroce.
La paura di sbagliare.
Il bisogno disperato di essere perfetto.
E forse la domanda più terribile: se un giorno non sarò più straordinario, qualcuno continuerà ad amarmi?
Su tutto si allunga l’ombra del padre, Joe Jackson.

Colman Domingo lo interpreta con straordinaria intensità: gli basta restare in silenzio per riempire la scena e far pesare su tutti la sua presenza.
Ma chi era Joe Jackson? Un uomo che vide nel talento dei figli una possibilità di riscatto. Una strada per fuggire dalla povertà. Ma che trasformò quella strada in un addestramento durissimo, dove non c’era quasi spazio per la debolezza, per il gioco, per l’errore.
Michael imparò prestissimo che ogni nota aveva un prezzo.
Che ogni applauso andava conquistato.
Che il talento non era soltanto un dono, ma un dovere.
Il mondo applaudiva il miracolo.
Quasi nessuno si domandava quanto fosse costato al bambino che lo compiva.
Accanto alla durezza del padre c’era la madre, Katherine, interpretata con una dolcezza trattenuta, mai debole da Nia Long.
Una presenza legata alla protezione, alla famiglia.
Michael crebbe tra queste due forze.
Tra chi gli chiedeva di non fermarsi mai e chi provava a ricordargli che, prima di essere un artista, era ancora un figlio.
Poi c’erano i fratelli.
Con loro condivise i sogni, le prove, i viaggi, la fatica. Furono compagni di lavoro prima ancora che compagni di gioco.
La famiglia fu rifugio e prigione.
Affetto e competizione.
Casa e azienda.

Ed è forse qui che il film ci consegna la sua verità più dolorosa: il successo non salva necessariamente nessuno.
A volte costruisce una reggia intorno a una ferita.
La nasconde dietro i cancelli, le luci, gli animali esotici, i costumi e le folle.
Ma la ferita resta lì.
Intatta.

Michael è stato spesso raccontato come un eterno Peter Pan.
Ma non era soltanto l’eccentricità di un uomo ricco che non voleva crescere.
Era qualcosa di molto più triste.
Era il tentativo disperato di recuperare il bambino che non aveva potuto essere.
Quando avrebbe dovuto giocare, lavorava.
Quando avrebbe dovuto sbagliare senza paura, gli veniva chiesto di essere perfetto.
Quando avrebbe dovuto scoprire lentamente il mondo, il mondo intero lo stava già osservando.
Da adulto provò forse a ricostruire quell’infanzia con i mezzi enormi della fama.
Ma si può comprare un parco divertimenti.
Non si può ricomprare il tempo.
Non si può tornare al giorno in cui avremmo avuto bisogno che nostro padre ci prendesse per mano, invece di domandarci di provare ancora una volta.

Anche l’incidente durante lo spot pubblicitario segna una frattura.
Il fuoco.
Le ustioni.
Il dolore che da quel momento accompagnerà il suo corpo.
Per un istante il performer perfetto torna a essere semplicemente un uomo vulnerabile.
Un uomo ferito.
Continuerà a danzare, ma ogni suo passo sembrerà contenere anche una forma di resistenza.

Perché spesso non sappiamo quanto peso stia portando chi ci appare leggero.
Il film non racconta tutto.
Non ancora.
Ma è prevista una seconda parte.
Eppure il film riesce a colpire perché, almeno nei suoi momenti migliori, non cerca soltanto il monumento.
Cerca l’uomo sotto il marmo.
Quel ragazzo che ha regalato al mondo una gioia immensa e che forse non è mai riuscito a sentirla davvero dentro di sé.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto in questa immagine.
Milioni di persone che ballano grazie a lui.
E lui che continua a cercare una pace che nessun applauso riesce a consegnargli.
Bastano due momenti per comprendere la sua grandezza.
Il venticinquesimo anniversario della Motown.
Parte “Billie Jean“.
Michael danza e mostra al mondo il moonwalk.
In pochi secondi un passo diventa storia.
Poi il Super Bowl del 1993.
Michael appare sul palco e rimane immobile.
Non canta.
Non balla.
Non dice una parola.
Eppure lo stadio esplode.
Migliaia di persone aspettano che compia il primo gesto.
Questo era il suo carisma.
La capacità di riempire persino il silenzio.
Dopo di lui i videoclip non furono più soltanto videoclip.
Gli spettacoli non furono più soltanto concerti.
Il corpo di un artista non fu più soltanto il corpo di qualcuno che cantava.

Michael trasformò la musica in cinema, la danza in linguaggio, un’esibizione in memoria collettiva.
Ci sarà sempre chi vorrà ricordarlo soltanto per le accuse e chi, al contrario, proverà a cancellare ogni ombra per difendere il mito.
Ma l’opera rimane.
Rimangono i primi accordi di una canzone che riconosciamo prima ancora che cominci la voce.
Rimane quel passo tentato davanti allo specchio da milioni di persone.
Rimangono gli artisti che ancora oggi inseguono le sue intuizioni.
Rimangono i ricordi delle nostre vite, perché le canzoni appartengono anche ai luoghi e alle persone che eravamo quando le ascoltavamo.
I grandi artisti possono andarsene.
La loro voce no.
Continua a entrare nelle nostre case.
Accompagna gli amori, i viaggi, le feste, le perdite.

Cammina accanto a noi anche quando non ce ne accorgiamo.
Michael Jackson trasformò la propria vita in musica, spettacolo e dono.
Ma dietro quella luce abbagliante forse chiedeva qualcosa di infinitamente più semplice della gloria: essere guardato senza essere divorato.
Essere amato senza dover essere sempre perfetto.
Il film resta addosso come una canzone ascoltata mille volte che, all’improvviso, sembra diversa.
Non più soltanto ritmo.
Non più soltanto meraviglia.
Ma anche ferita.
Supplica.
Memoria.
Michael Jackson camminava sulla luna.
Forse perché sulla terra, per lui, non era mai stato facile trovare un luogo sicuro dove poggiare i piedi.
Di seguito il trailer del film.
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