La “propaganda gender” e altri mostri sotto il banco

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E così, con l’approvazione definitiva al Senato della legge sul cosiddetto consenso informato, la scuola italiana è stata finalmente salvata dal suo più grande pericolo.
Non la dispersione scolastica.
Non gli stipendi da sopravvivenza dei docenti.
Non le classi pollaio.
Non il caldo infernale a maggio e a settembre.
Non i soffitti che ogni tanto decidono di scendere a partecipare alla lezione.
No. Il vero pericolo era la “propaganda gender”.
Lo ha detto con solennità il ministro Valditara. Bisogna “tutelare i bambini dalla confusione della propaganda gender” e “ridare voce ai genitori”.
Detta così, sembra che fino a ieri i genitori fossero chiusi in uno sgabuzzino della scuola, imbavagliati con una circolare ministeriale, mentre insegnanti sovversivi traviavano adolescenti a colpi di educazione all’affettività, rispetto delle differenze e prevenzione della violenza.
La “propaganda gender”, poi, è una creatura meravigliosa. Nessuno sa bene cosa sia, ma tutti sanno che fa paura. È il nuovo uomo nero.
La evochi e dentro ci puoi mettere tutto. Parlare di rispetto. Dire che le ragazze non sono proprietà di nessuno. Spiegare che un insulto omofobo resta un insulto anche se lo pronunci durante l’intervallo.
Poi viene citata la Costituzione: “I genitori hanno il diritto di educare i figli.
Vero. Peccato che la stessa Costituzione parli anche di scuola, uguaglianza, libertà d’insegnamento, sviluppo della persona, rimozione degli ostacoli. Ma quelli sono articoli meno comodi. Non stanno bene nei comunicati. Non fanno paura a nessuno. Non producono applausi automatici.
E poi la frase rassicurante. Certe teorie devono essere spiegate da medici, psicologi, professionisti seri.
Traduzione. Gli insegnanti sono abbastanza seri per gestire classi difficili, alunni fragili, famiglie assenti o aggressive, burocrazia, inclusione, povertà educativa, disagio adolescenziale, verifiche, verbali, piattaforme digitali e lavagne elettroniche.
Ma se devono parlare di corpo, identità, consenso, rispetto, affettività, allora no. Improvvisamente diventano sospetti. Quasi pericolosi. Come se dietro ogni cattedra si nascondesse un rivoluzionario armato di pennarello blu.
La verità è che qui non si sta proteggendo l’infanzia dalla confusione. Si sta proteggendo la politica dalla complessità.
Perché è molto più facile dire “propaganda gender” che ammettere che i ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di parlare con loro, senza isterie, senza tabù, senza trasformare ogni parola in un processo.
In quasi tutta Europa l’educazione sessuale si fa a scuola.
Non nei sottoscala.
Non durante i riti satanici del giovedì.
Non tra un complotto e una merendina.
Si fa a scuola perché è educazione. Perché è prevenzione. Perché ai ragazzi serve sapere come funziona il corpo, il consenso, il rispetto, le relazioni.
In molti paesi è obbligatoria. Non perché l’Europa sia posseduta dalla “propaganda gender”, ma perché ha capito una cosa molto semplice.
L’ignoranza non protegge nessuno.
Al massimo lascia i ragazzi soli.

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