Il mondo fuori asse

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Davvero, vivo in tempi bui.
Davvero, viviamo in tempi bui. E la cosa più inquietante è che non sembrano nemmeno più bui. Sembrano normali. Abbiamo imparato a chiamare “crisi” ciò che è una tragedia, “scenario” ciò che è una guerra, “danno collaterale” ciò che è un bambino morto. La lingua, prima ancora della politica, ha cominciato a perdere sangue.
C’è qualcosa di osceno in questa settimana di mondo. Non perché sia accaduto qualcosa di nuovo, ma perché tutto sembra ormai accadere dentro una normalità stanca. Le guerre continuano, i bambini muoiono, i governi firmano accordi provvisori, le borse oscillano, i leader si stringono la mano e il giorno dopo ricominciano a minacciarsi.
A Gaza si continua a morire anche quando si pronuncia la parola “tregua”. Gli aiuti non bastano, le persone sono sfollate, affamate, spinte verso il mare, come se il mare fosse una soluzione politica e non l’ultima parete del mondo.
E poi c’è il Libano, che spesso compare nelle notizie come un margine geografico della guerra degli altri. Invece è un paese intero che sanguina. Dall’inizio dell’offensiva israeliana sono morte quasi 3.800 persone, tra cui 247 bambini, mentre circa 1,2 milioni sono state costrette a lasciare le proprie case. Numeri enormi, eppure trattati con quella freddezza amministrativa con cui si aggiornano i bilanci. Come se un morto in più fosse una riga, non una vita.
Nel frattempo Stati Uniti e Iran firmano un accordo provvisorio, e tutti tirano un sospiro di sollievo. Giustamente, perché quando lo stretto di Hormuz rischia di chiudersi, l’Occidente scopre improvvisamente di avere un cuore. Si chiama petrolio. La guerra fa orrore, certo, ma quando minaccia il prezzo dell’energia diventa proprio insopportabile.
In Ucraina, intanto, la guerra si allarga nel linguaggio e nello spazio. I droni arrivano fino a Mosca, il G7 promette nuovo sostegno a Kyiv, l’Europa parla di difesa, missili, produzione militare. Resta l’impressione di vivere in un continente che per decenni ha spiegato al mondo la civiltà e ora riscopre, con una certa goffaggine, il vocabolario delle armi. L’Europa vorrebbe essere Kant, ma passa le giornate a leggere cataloghi militari.
E poi c’è l’economia, naturalmente. Perché in un mondo fuori asse anche il dolore deve avere una quotazione. Le borse salgono o scendono a seconda di una tregua, di un oleodotto, di una frase della Federal Reserve. Il costo della vita pesa sulle famiglie, ma nei comunicati si parla di “incertezza”, “pressioni inflazionistiche”, “sentiment degli investitori”. È un lessico pulito, igienizzato, molto elegante. Non dice mai che molta gente semplicemente non arriva alla fine del mese. Sarebbe troppo volgare, quasi umano.
Il quadro della settimana è questo. Non siamo davanti a emergenze separate, ma a un’unica grande frattura. Chi bombarda parla di sicurezza. Chi affama parla di strategia. Chi vende armi parla di stabilità. Chi chiude gli occhi si definisce prudente. Chi protesta viene invitato a essere realistico. E il realismo, ormai, è diventato il nome educato della resa morale.
Non è che manchino le informazioni. Ne abbiamo troppe, soprattutto su Internet. Vediamo le immagini, leggiamo i numeri, ascoltiamo le dichiarazioni, conosciamo i nomi dei luoghi distrutti. Il problema è che il sapere non produce più scandalo. Entra, passa, si deposita da qualche parte e poi viene sostituito da un altro aggiornamento. Siamo diventati bravissimi a essere informati e molto meno capaci di restare umani davanti alle cose.
E così restiamo qui, in questo mondo fuori asse, dove la pace sembra un incidente, la guerra un’abitudine, la pietà una stranezza e la decenza una forma di estremismo.
Poi ci chiedono pure di essere moderati.
Come se davanti all’abisso il problema fosse il tono della voce.
Ma intanto sta già arrivando l’estate. L’afa, il mare, i gelati, i tormentoni, le valigie mezze aperte sul letto, le foto dei tramonti, le creme solari, le città che si svuotano e le coscienze pure. Il mondo continua a bruciare, ma noi abbiamo imparato a cambiare canale, a scorrere oltre, a mettere una notizia tra una pubblicità di costumi e una ricetta fresca per cena.
Ci siamo abituati a tutto. Alla guerra in diretta, alla fame con le notifiche, ai bambini morti tra un aggiornamento meteo e una canzone dell’estate. E forse è proprio questa la cosa più buia dei tempi bui. Non il male che accade, ma il modo ordinato, quasi educato, con cui abbiamo imparato a conviverci.
( 📸 da Pinterest )

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