Il dolore dell’anima

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Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare.|

Oriana Fallaci, in quel pensiero, ha toccato un punto che il tempo non ha ancora saputo guarire: il dolore dell’anima continua a essere il più ignorato tra i dolori. Ci si precipita davanti a una ferita visibile e si corre incontro a ciò che sanguina sotto gli occhi di tutti. Ma ciò che si spezza dentro ciò che tace ciò che consuma in silenzio spesso resta senza nome e senza soccorso. Eppure esistono lacerazioni invisibili che scavano più a fondo di molte ferite del corpo. La perdita di un figlio è una di queste.
Ha attraversato molte coscienze la storia di Wendy Duffy, cinquantasei anni, inglese, che in Svizzera ha scelto il suicidio assistito dopo la morte del figlio Marcus, scomparso ad appena ventitré anni.
Vi sono vicende davanti alle quali i giudizi di disapprovazione non sono ammissibili. Il dolore, più spesso di quanto pensiamo, è una stanza chiusa in cui nessuno dall’esterno può entrare davvero.
Lo si può intuire.
Sfiorare.
Temere.
Ma non si può mai misurare.
Nessuno possiede il diritto di stabilire quanto una sofferenza sia sopportabile, quanto tempo si debba resistere, quale forma debba avere la disperazione per essere ritenuta legittima. Esistono ferite talmente profonde che non ammettono nessuna critica.
Decisioni simili non nascono in un istante né da un capriccio. Sono precedute da percorsi complessi, da valutazioni rigorose, da accompagnamenti medici e psicologici profondi. E di quel cammino, della sua verità più intima, chi osserva da lontano non conosce nulla o è totalmente privo di empatia, se parla di “vita sacra“. Quanta superficialità in quest’ultima affermazione.
Molti hanno sottolineato che Wendy fosse “sana”. E quindi? Cosa cambia? Essere “sana” è una parola fragile, spesso usata con leggerezza. Si può avere un corpo integro e un’anima devastata. Si può respirare, camminare, parlare, e tuttavia essere spezzati irrimediabilmente in un punto che nessun esame è in grado di mostrare.
Non tutto ciò che ferisce o uccide lascia tracce visibili. E il fatto che una sofferenza non sia misurabile non la rende meno reale, meno grave, meno degna di ascolto.
In Italia, oggi, una sofferenza come una grave depressione non apre automaticamente la strada al suicidio assistito. La legge guarda a criteri rigidi, a requisiti precisi, e spesso ciò che lacera l’anima resta fuori da ciò che può essere riconosciuto.
Anche questo interroga la coscienza di un Paese: capire se il dolore debba essere considerato solo quando si vede, o anche quando consuma in silenzio.
Il rispetto per la vita passa anche dal riconoscere che la dignità non coincide soltanto con il continuare a esistere, ma anche con la libertà di scegliere per sé quando il peso del vivere è diventato insostenibile.
Una storia così può colpire, scuotere, perfino lacerare. Ma non autorizza nessuno a giudicare.
( 📸 da Pinterest )

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