“I giovani di oggi, isolati e abbandonati, non sanno più dove si trovi il loro futuro.” (Arlette Farge)
“Ho l’impressione che questi giovani vengano invitati a cena quando il cuoco ha già mangiato tutto.” (Paolo Crepet)
Ai giovani viene chiesto di costruirsi un futuro con contratti di tre mesi, stipendi che non bastano per vivere e stage retribuiti in esperienza, gratitudine e spirito di adattamento.
Una volta una casa si comprava con un mutuo umano. Oggi bisogna promettere alla banca trent’anni di vita, forse quaranta, e mostrarsi anche riconoscenti per l’opportunità.
C’era chi entrava presto nel mondo del lavoro e ne usciva altrettanto presto. Qualcuno andava in pensione a cinquant’anni ( “baby pensionati” che ancora paghiamo ), con calcoli generosi ( ultimo stipendio percepito ) e una lunga vecchiaia davanti. Ora ai ragazzi si chiede di lavorare fino a un’età in cui infilarsi le scarpe potrebbe rientrare tra le attività usuranti.
Eppure gli imputati restano loro.
“Non hanno voglia di lavorare.“
“Non sanno fare sacrifici.“
“Vogliono tutto e subito.“
Ai loro tempi, invece, ci si accontentava.
Certo.
Ai loro tempi uno stipendio bastava per pagare una casa, crescere dei figli, permettersi una vacanza e perfino annoiarsi la domenica. Oggi uno stipendio spesso non basta per lasciare la cameretta in cui si è cresciuti.
Ma il problema, a quanto pare, è la scarsa predisposizione al sacrificio.
Lo spiegano con particolare convinzione quelli che da quarant’anni siedono allo stesso tavolino del bar, tra una briscola e un caffè, osservando il mondo con la competenza di chi non ha più avuto bisogno di entrarci davvero.
Dicono che i giovani dovrebbero rimboccarsi le maniche.
E i giovani lo fanno.
Studiano, imparano le lingue, cambiano città, partono per l’estero. Oppure accettano lavori precari, si adattano, sorridono, aspettano. Fanno gavetta. Poi un’altra. Poi un’altra ancora, perché il traguardo ha la singolare abitudine di spostarsi proprio quando qualcuno sta per raggiungerlo.
E intanto le politiche giovanili non esistono. O, quando esistono, hanno la durata di una campagna elettorale. Nessun progetto serio sulla casa, sul lavoro, sugli stipendi, sull’autonomia. In compenso arrivano i bonus: piccoli cerotti distribuiti con grande enfasi, utili soprattutto a raccattare qualche voto e a rimandare il problema alla legislatura successiva.
Essere giovani oggi significa dover dimostrare continuamente di meritare ciò che, alle generazioni precedenti, era stato concesso quasi naturalmente.
Non è vero che i giovani non vogliono costruirsi un futuro.
È soltanto difficile costruirlo in un mondo che ha già consumato il presente, ipotecato il domani e lasciato sul tavolo il conto.
E mentre i giovani cercano ancora un posto nel mondo, qualcuno, dal solito tavolino del bar, ordina un altro caffè e spiega che non sanno fare sacrifici.

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