Da tempo volevo scrivere di Francesco Guccini.
Poi sono arrivati gli esami, le scadenze, le giornate scolastiche che sembrano finire soltanto quando ne è già cominciata un’altra. Le parole sono rimaste lì, insieme alle cose che continuiamo a rimandare perché ci illudiamo che il tempo, prima o poi, diventi più generoso.
Adesso sono a casa, in una giornata torrida, con i condizionatori a palla per sopravvivere.
Al mare si stava perfino peggio, che è una delle piccole beffe dell’estate quando decide di non concedere tregua.
Fuori tutto sembra immobile, statico.
Poi, poco fa, ho sentito la notizia.
Francesco Guccini è morto.
E quello che avevo continuato a rimandare ha assunto improvvisamente il peso delle cose che non possono più aspettare.
Così torno finalmente a lui.
Alle sue canzoni, alle sue contraddizioni, a quella voce che sapeva essere ruvida senza diventare crudele.
Era nato a Modena il 14 giugno del 1940, quattro giorni dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Un modo quasi eccessivo di venire al mondo, mentre la storia alzava la voce e gli uomini si preparavano a rovinare tutto.
Il padre Ferruccio partì soldato e, dopo l’8 settembre, rifiutò di aderire alla Repubblica sociale. Fu deportato in Germania come internato militare. Francesco trascorse così i primi anni a Pàvana, con la madre Ester e i nonni paterni, sull’Appennino tosco-emiliano.
Forse cominciò allora il suo lungo rapporto con le partenze.
Nelle sue canzoni qualcuno se ne va sempre. Per amore, per lavoro, per guerra, per orgoglio. A volte ritorna e trova tutto cambiato. Altre volte non torna affatto e diventa una fotografia, una strada, una domanda rimasta senza risposta.
Lo chiamavamo maestro, anche se probabilmente avrebbe accolto la parola con una smorfia, una battuta e quella sua aria da uomo capitato per errore fra le persone importanti.
Aveva poca pazienza per chi parlava dall’alto, soprattutto quando cominciava a spiegare agli altri da quale parte stare. Diffidava dei pulpiti, degli inni obbligatori, delle verità pronunciate con voce troppo sicura. Anche quando la verità sembrava appartenere alla sua parte.
Pàvana sarebbe rimasta la sua radice. Modena la città dell’adolescenza. Bologna il luogo degli studi, delle osterie, degli amici, delle discussioni interminabili e di quella via Paolo Fabbri 43 diventata un indirizzo della canzone italiana.
Prima di diventare Guccini aveva fatto il precettore, il cronista alla Gazzetta di Modena e l’insegnante d’italiano al “Dickinson College” di Bologna. Non conseguì mai la laurea, ma insegnò per molti anni. Anche questo gli somigliava. Non aveva bisogno di una pergamena per sapere usare le parole meglio di chi le certificava.
Cominciò a suonare alla fine degli anni Cinquanta, quando il rock arrivava in Italia con l’aria di una piccola insurrezione domestica. Poi incontrò la canzone popolare, Bob Dylan, le ballate anarchiche, la letteratura e quella particolare forma di racconto nella quale una chitarra può contenere una generazione intera.
Scrisse inizialmente anche per altri. “Auschwitz“ e “Dio è morto”, portate al successo dai Nomadi, appartengono a un tempo nel quale una canzone poteva ancora fare domande che la società preferiva lasciare fuori dalla porta.
In Auschwitz affidò a un bambino morto nei campi la domanda davanti alla quale ogni civiltà dovrebbe smettere di vantarsi. Non disse che l’orrore appartenesse definitivamente al passato. Sapeva che la memoria, quando diventa cerimonia, può convivere benissimo con la ripetizione.
“Dio è morto” fu censurata dalla Rai e trasmessa da Radio Vaticana. L’Italia riesce talvolta a produrre paradossi così perfetti che persino uno scrittore avrebbe pudore a inventarli.
In Dio è morto riconobbe la fine di molte illusioni, senza concedere l’ultima parola al cinismo. Guccini poteva essere disincantato, mai soddisfatto della propria disillusione. Non confondeva l’intelligenza con l’incapacità di sperare.
Il primo album arrivò nel 1967. Poi vennero Radici, Stanze di vita quotidiana, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Metropolis, Signora Bovary, Quello che non, Parnassius Guccinii, D’amore di morte e di altre sciocchezze, Stagioni e Ritratti.
Più di quarant’anni di dischi, concerti e parole dette senza mai imparare davvero il mestiere della celebrità.
Non era soltanto un cantautore.
Era un narratore che aveva scelto la musica perché certi racconti, senza una melodia, rischiano di sembrare soltanto tristi. Nelle sue canzoni, invece, la tristezza pensava, ricordava, protestava. A volte beveva. Quasi sempre parlava troppo, proprio come fanno gli esseri umani quando hanno qualcosa da perdere.
Aveva una voce in grado di dare dignità alla rabbia, quando la rabbia nasceva dall’ingiustizia e non dal risentimento. Ci ricordava che non tutto ciò che esiste merita di essere accettato e che l’abitudine non rende le cose più giuste. Le rende soltanto più difficili da mettere in discussione.
In “La locomotiva” raccontò l’anarchico che scaglia una macchina contro il privilegio. Non ne fece una figurina innocua da calendario. Conservò il furore di un gesto disperato, la distanza fra chi possiede il mondo e chi può soltanto tentare di interromperne la corsa.
Era un uomo di sinistra, ma non amava le appartenenze trasformate in certificati morali. La sua era una sinistra libertaria, laica, diffidente verso ogni autorità e abbastanza onesta da non assolvere automaticamente la propria parte.
Per lui la politica non coincideva con la fedeltà a un simbolo. Cominciava dal modo in cui si guardavano le persone.
Gli interessavano gli sconfitti, gli esclusi, quelli che non sanno vendersi bene.
Le donne lasciate sole davanti a una scelta dolorosa, mentre uomini cosiddetti rispettabili distribuivano giudizi da una distanza comoda. In “Piccola storia ignobile” non raccontò soltanto un aborto. Raccontò una società nella quale la colpa cade sempre sul corpo di chi ha meno potere, mentre gli altri custodiscono intatta la propria rispettabilità.
Gli interessavano i vecchi diventati invisibili mentre erano ancora vivi. In “Il pensionato” guardò la solitudine senza renderla decorativa. Nessuna vecchiaia luminosa da pubblicità. Nessuna saggezza automatica. Soltanto il tempo che restringe il mondo e una società che considera inutile chi ha smesso di produrre.
Gli interessavano i lavoratori sostituibili, i ribelli destinati a perdere, gli emigranti, gli uomini schiacciati da una storia scritta quasi sempre dai vincitori.
E gli interessava l’amore, soprattutto quando smetteva di assomigliare alla promessa con cui era cominciato.
Guccini non ha mai scritto l’amore come una stanza ordinata. Nelle sue canzoni ci sono persone che si cercano male, si incontrano tardi, si lasciano senza riuscire a capire chi abbia iniziato. Ci sono donne reali, donne ricordate, donne trasformate dal tempo fino a diventare quasi personaggi.
Per molti anni accanto a lui ci fu Roberta Baccilieri, la fidanzata della giovinezza, poi la sua prima moglie.
A lei è legata “Vedi cara”, una canzone nata mentre il rapporto mostrava già le proprie crepe. Non c’è una dichiarazione d’amore. C’è un uomo che prova a spiegarsi e, mentre parla, dimostra quanto poco sia capace di farlo. Vorrebbe essere sincero, ma la sincerità non salva nessuno quando arriva dopo la distanza.
Guccini partì per gli Stati Uniti con Eloise Vitelli, una giovane americana conosciuta al Dickinson College. Lasciò Roberta in Italia senza interrompere davvero la loro relazione. Anche la vita, a volte, procede con una logica narrativa che in un romanzo verrebbe giudicata poco credibile.
Eloise rimase in alcune sue canzoni, direttamente o attraverso deviazioni prudenti. A lei fu legata 100 Pennsylvania Ave. Per pudore, orgoglio o quella forma di vigliaccheria sentimentale che appartiene anche agli uomini intelligenti, nascose invece Eloise dietro le iniziali di un’altra donna in L’orizzonte di K.D.
Poi tornò da Roberta.
La sposò nel 1971, dopo anni di legame, partenze e riconciliazioni. A lei dedicò “Eskimo”, il grande racconto della giovinezza bolognese, dell’amore e della politica quando sembravano ancora parti della stessa promessa.
Roberta compare in quella stagione in cui tutto pareva possibile e tutto era già sul punto di finire. Le manifestazioni, le discussioni, i sogni rivoluzionari, la povertà portata quasi con orgoglio, gli amori che avrebbero dovuto resistere perché erano nati dalla parte giusta della storia.
Non resistettero.
Il matrimonio finì nella seconda metà degli anni Settanta. Non ci fu bisogno di trasformare la separazione in un processo pubblico. Le canzoni avevano già raccontato abbastanza. Non i fatti precisi, che appartengono alle persone, ma quella lenta estraneità che comincia quando due individui continuano a condividere una vita e non abitano più lo stesso tempo.
In “Incontro” c’è una donna ritrovata dopo anni e c’è la scoperta che il passato non aspetta nessuno. Si può riconoscere un volto e non ritrovare più la persona che lo abitava. Si può parlare di ciò che è successo e capire, proprio mentre lo si racconta, che non ci riguarda più nello stesso modo.
In Farewell l’amore diventa memoria mentre esiste ancora. È la crudeltà più sottile. Accorgersi della fine prima che la fine sia avvenuta.
In Autogrill basta una ragazza intravista per costruire una possibilità che non avrà luogo. È forse una delle forme più pure del desiderio. Amare per pochi minuti una vita che non conosceremo e che, proprio per questo, non potrà deluderci.
In “Canzone delle domande consuete” c’è invece la stanchezza di chi conosce già le parole che verranno dette. Gli amori finiscono anche così, ripetendo domande alle quali nessuno crede più di poter rispondere.
Nel 1978 nacque Teresa, la sua unica figlia, avuta dalla compagna Angela. La paternità entrò nella sua vita senza cancellare l’uomo inquieto che era stato. Non lo rese improvvisamente saggio, come pretendono certe biografie. Gli diede un altro modo di misurare il tempo.
Molti anni dopo arrivò Raffaella Zuccari, insegnante, molto più giovane di lui.
Cominciarono la loro relazione nel 1996. Rimasero insieme quindici anni prima di sposarsi, il 21 aprile 2011, con una cerimonia civile a Mondolfo. Guccini aveva settant’anni. Aveva trascorso una vita a raccontare amori interrotti e scelse di sposarsi quando quasi nessuno avrebbe più potuto accusarlo di essere precipitoso.
A Raffaella dedicò Vorrei.
È una canzone diversa da molte altre. Meno difensiva, meno tormentata dal bisogno di spiegare perché una storia non può funzionare. C’è il desiderio domestico di restare. Le mani, il risveglio, il tempo condiviso. Non l’amore come promessa eterna, ma come volontà quotidiana di non andarsene.
Forse l’età non gli aveva insegnato a credere nell’eternità. Gli aveva insegnato qualcosa di più difficile. Restare senza pretendere garanzie.
Gli amori della sua vita non furono soltanto materiale biografico. Diventarono un modo di interrogare il tempo.
Roberta fu la giovinezza che credeva di poter tenere insieme il privato e la rivoluzione. Eloise la partenza e la possibilità di una vita altrove. Angela la maturità e la nascita di Teresa. Raffaella il ritorno, la casa, una forma meno rumorosa di felicità.
Ma sarebbe ingiusto ridurre le sue canzoni alle donne che le ispirarono.
Una canzone comincia da una persona e poi la tradisce. La modifica, la ingrandisce, la rende irriconoscibile. Alla fine appartiene anche a chi l’ascolta e vi ritrova un amore completamente diverso.
Guccini lo sapeva.
Sapeva che la vita privata non coincide mai del tutto con il racconto che ne facciamo. Ogni memoria corregge, omette, assolve. Ogni amore conserva una propria versione dei fatti e nessuna è completamente falsa.

Aveva attenzione per le esistenze che il discorso pubblico riduce a categorie, cifre, problemi da risolvere. Le riportava alla loro complessità.
Non costruiva eroi perfetti. I suoi personaggi bevevano, sbagliavano, si contraddicevano, diventavano ridicoli proprio mentre cercavano di essere solenni. Conservavano un margine di grandezza senza smettere di essere vulnerabili.
Anche quando parlava di sé, impediva all’autobiografia di diventare autocelebrazione.
In “Radici” cercò ciò che resta quando il presente sembra non bastare.
In “Amerigo” raccontò il prozio emigrato negli Stati Uniti e la distanza fra il sogno americano e la fatica reale di chi parte.
Non idealizzava la propria generazione.
Ne conosceva le ingenuità, il narcisismo, le pose, le promesse tradite. Sapeva che anche una rivoluzione può diventare una fotografia da mostrare molti anni dopo, possibilmente scegliendo quella in cui siamo venuti meglio.
E poi c’era “L’avvelenata”.
La risposta furiosa ai critici, ai benpensanti, a quelli che pretendevano di stabilire cosa fosse poesia e cosa no. Una canzone piena di rabbia, ironia e insofferenza, nella quale riusciva a demolire il proprio personaggio mentre lo difendeva.
Non aveva bisogno di fingere modestia. Gli bastava ricordare che anche un cantautore celebrato rimane un uomo pieno di vanità, rancori e contraddizioni.
Con “Cyrano” tornò contro gli opportunisti, i moralisti, gli uomini di potere e gli specialisti del conformismo. Aveva ormai l’età in cui molti imparano la prudenza. Lui continuava a trovare insopportabile la stupidità ben vestita.
Ed è forse oggi che la sua voce appare più necessaria.
Ha vinto il neoliberismo nella sua forma più becera. Quella che misura ogni cosa in termini di rendimento, velocità e profitto. Una persona vale quanto produce, un lavoro quanto fattura, un anziano quanto costa.
Chi si ferma è un peso.
Chi perde è colpevole.
Chi non riesce ad adattarsi viene invitato a migliorare se stesso, mai a mettere in discussione il sistema che lo ha escluso.

Ci hanno insegnato a chiamare libertà la possibilità di scegliere fra prodotti quasi identici. A considerare il precariato una forma di flessibilità, la solitudine un problema individuale, la povertà una cattiva gestione delle proprie opportunità.
Perfino il dolore deve essere efficiente, discreto e possibilmente breve, per non disturbare la produttività degli altri.
Guccini apparteneva a un’idea opposta dell’essere umano.
Non pensava che il valore di una vita dipendesse dalla sua utilità. Non credeva che il successo dimostrasse il merito né che la sconfitta provasse una colpa. Sapeva che spesso chi vince possiede soltanto più mezzi, più protezioni e una migliore capacità di raccontare la propria vittoria come inevitabile.

Non idealizzava il passato. Ne conosceva le miserie, le vigliaccherie, le illusioni e le promesse tradite. Conservava però il diritto di considerare osceno ciò che oggi viene presentato come realismo economico.
Non era nostalgico di un mondo perfetto che non era mai esistito.
Era fedele all’idea che il mondo presente non dovesse essere accettato soltanto perché era riuscito a imporsi.
Nel 2012, con “L’ultima Thule”, chiuse la stagione dei dischi di inediti e abbandonò i concerti.
Disse di non avere più voglia di salire sul palco. Anche in questo rimase coerente. Non trasformò l’addio in una tournée infinita di addii.
Continuò a scrivere romanzi, racconti e memorie. Tornò alle storie dell’Appennino, ai dialetti, alle parole destinate a scomparire insieme alle persone che le pronunciavano.
Negli ultimi anni riprese a cantare in studio con “Canzoni da intorto” e “Canzoni da osteria”. Brani popolari, canti anarchici e storie da tavola condivisa. Quasi a ricordare che la musica esisteva prima dell’industria musicale e avrebbe potuto sopravviverle.
La sua cultura era vasta, ma non veniva esibita come una tessera di superiorità.
Nelle sue canzoni convivevano Borges e le osterie, l’epica e le bestemmie, le citazioni colte e le parole dell’Appennino. La letteratura non serviva ad allontanarsi dalla vita. Serviva a guardarla con maggiore precisione.

Ci ha lasciato una diffidenza salutare verso i cortigiani, gli specialisti dell’assenso, gli uomini sempre dalla parte che conviene.
E verso quella lingua ripulita che chiama riforma un arretramento, sacrificio la rinuncia degli altri e responsabilità l’obbedienza dei più deboli.
Non addolciva le sconfitte.
Le guardava per quello che erano, senza trasformarle in lezioni edificanti. Sapeva che si può perdere pur avendo visto con chiarezza ciò che stava accadendo. Restare in minoranza senza avere torto. Criticare la propria parte senza consegnarsi a quella avversaria.
Non ci ha insegnato come vincere.
Ci ha ricordato che esiste un modo indecente di vincere e un modo dignitoso di perdere. Che il dubbio non è vigliaccheria. Che cambiare idea non significa necessariamente tradire.
Che la memoria non serve a rifugiarsi nel passato, ma a riconoscere ciò che il presente cerca di far passare per nuovo.
Rimangono le sue canzoni, che attraverseranno altre stanze, altre automobili, altre giornate immobili come questa, mentre fuori il caldo rende tutto più lento e dentro una voce continua ostinatamente a fare domande.

Rimangono Pàvana, la via Emilia, le osterie, le locomotive, gli amici perduti, le ragazze incontrate troppo tardi, gli amori finiti senza un colpevole abbastanza netto da poter essere odiato.
Rimangono le generazioni che credevano di cambiare il mondo e quelle che hanno smesso perfino di crederlo possibile.
Il mondo che contestava, invece, gode di ottima salute.
Ha cambiato lessico, ha indossato una camicia più elegante e si presenta come l’unico mondo possibile.
È forse questa la parte più amara.
Aveva ragione lui.
E noi abbiamo finito per abituarci.
Ma non sempre…
Concludo con una delle sue, a mio parere, canzoni più belle.
Buon ascolto…
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