Una malattia che non ti porta via tutto insieme. Ti toglie qualcosa ogni giorno. Un movimento, un gesto, un pezzo di autonomia.
Alla fine Domenico riusciva a muovere soltanto tre dita della mano sinistra.
Tre dita.
Tutto il resto del corpo era diventato una prigione.
L’8 novembre 2025 ha chiesto di poter accedere al suicidio medicalmente assistito.
È morto il 25 agosto 2026.
Ha aspettato 290 giorni.
Proviamo a immaginarli davvero. Sì, proprio noi, che diventiamo insofferenti per un semplice mal di testa o per un’influenza. Mattine, pomeriggi, notti. Il corpo immobile. La dipendenza dagli altri. I dolori insopportabili. La perdita continua di dignità. Duecentonovanta giorni sono tanti anche quando si sta bene. Quando puoi muovere soltanto tre dita possono diventare infiniti.
Domenico lo aveva detto con parole che non lasciano molto spazio alle interpretazioni.
«Mi sento preso in giro e non accolto per le sofferenze che ho addosso».
E quando uno psichiatra gli suggerì di mettersi nei panni di chi doveva decidere se potesse morire, Domenico rispose
«Fatene voi una, di giornata come le mie».
Ecco.
Forse bisognerebbe partire proprio da lì.
Forse bisognerebbe partire proprio da lì.
Da una giornata come la sua.
Prima delle commissioni, prima delle sentenze, prima delle convinzioni religiose, prima delle dichiarazioni solenni sulla sacralità della vita.
A giugno disse anche davanti a un giudice
«Sono stanco, non ne posso più».
Alla fine il Servizio sanitario lombardo ha organizzato la procedura e Domenico ha potuto scegliere.
Finalmente è libero.
Libero dalla malattia e anche dall’idea che altri possano decidere quanto dolore una persona debba essere obbligata a sopportare.
Libero dalla malattia e anche dall’idea che altri possano decidere quanto dolore una persona debba essere obbligata a sopportare.
Marco Cappato e Filomena Gallo, hanno ricordato che Domenico è morto sperando che ciò che aveva ottenuto potesse essere utile ad altre persone. Il suo caso lascia in Lombardia un percorso concreto dentro il servizio sanitario pubblico, dalla richiesta fino all’assistenza necessaria per compiere la propria scelta.
Domenico, insomma, non ha combattuto soltanto per sé.
Ha aperto una strada per chi verrà dopo.
In Italia il suicidio assistito resta ancora privo di una legge nazionale organica e nel dibattito pesa molto anche l’influenza del Vaticano e del mondo cattolico.
È legittimo avere una fede. È legittimo rifiutare per sé il suicidio assistito.
Ma viene da chiedersi che religione sia quella che, davanti alla sofferenza concreta di un essere umano, continua a difendere soprattutto un principio.
Che rispetto ha della sofferenza altrui una morale che chiede a un altro di sopportare ciò che noi non dobbiamo vivere sulla nostra pelle?
Una fede può chiedere sacrifici a chi la sceglie.
Non dovrebbe imporli a chi non la condivide.
In un Paese laico e civile, nessuna convinzione religiosa dovrebbe diventare il limite della libertà di tutti.
Domenico riusciva a muovere soltanto tre dita.
Ha dovuto aspettare 290 giorni.
«Fatene voi una, di giornata come le mie».
Forse non c’è davvero altro da aggiungere.
Ora Domenico è finalmente libero.
Ora Domenico è finalmente libero.
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