Basta con l’assistenzialismo, bisogna creare posti di lavoro!
Forse sarà una posizione impopolare, ma proprio per questo merita di essere detta con franchezza, aiutare chi è in difficoltà è un dovere, trasformare l’aiuto pubblico in un sistema permanente di dipendenza è un errore. La solidarietà è nobile; l’assistenzialismo, quando diventa abitudine, finisce invece per logorare il senso stesso della giustizia.
In Italia si chiede ai lavoratori sempre di più. Si andrà in pensione sempre più tardi, dopo decenni di contributi, spesso al termine di lavori usuranti, precari o malpagati. Donne e uomini che per quarant’anni si alzano presto, pagano imposte, rispettano regole, tengono in piedi il Paese con una fatica silenziosa. È inevitabile che avvertano amarezza quando vedono che una parte di quelle risorse finisce anche a chi delle regole sembra fare a meno.
Il vecchio Reddito di cittadinanza oggi si chiama ADI, Assegno di Inclusione. Nome nuovo, intenzioni dichiarate migliori. Ma il nodo resta identico, chi deve essere aiutato davvero e chi invece sfrutta le crepe del sistema. Perché accanto a famiglie oneste, travolte da disoccupazione, malattia o sfortuna, esiste anche un’altra realtà che tutti conoscono e pochi hanno il coraggio di nominare. Persone che mettono al mondo figli senza alcun senso di responsabilità, come se bastasse il numero a garantire un diritto automatico al mantenimento collettivo. Persone che dichiarano povertà e poi lavorano in nero, incassando due volte, dal mercato sommerso e dallo Stato.
Il punto non è criminalizzare la povertà, sarebbe ignobile. Il punto è distinguere il bisogno autentico dall’opportunismo organizzato. Quando questa distinzione non viene fatta, il danno è duplice, si sottraggono risorse a chi soffre davvero e si incrina il patto civile tra chi contribuisce e chi riceve.
Un sostegno economico può essere necessario, talvolta persino urgente. Ma deve essere temporaneo, mirato, verificato con rigore. In molti Paesi europei funziona così, controlli severi, obblighi chiari, percorsi reali di reinserimento. La solidarietà non è cieca benevolenza; è responsabilità condivisa.
E soprattutto non bisogna dimenticare l’essenziale, nessun assegno potrà mai sostituire il lavoro. Il lavoro non offre soltanto uno stipendio; offre autonomia, dignità, identità sociale. Una politica seria non si limita a distribuire denaro per placare il disagio del momento, crea occupazione, forma competenze, premia chi si impegna, accompagna verso l’indipendenza.
In sintesi, ADI o qualunque nome si scelga, l’aiuto va difeso quando serve davvero e corretto quando genera abuso. Reddito sì, dunque, ma per chi ne ha bisogno reale. Controlli veri, non simbolici. Opportunità concrete, non elemosine permanenti. Perché uno Stato giusto non alleva sudditi dipendenti, costruisce cittadini liberi.

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