Si potrebbe dire che Trilussa arrivò al mondo con la stessa naturalezza di una battuta detta sottovoce, come quelle che si scambiano due amici affacciati sul vicolo al tramonto. C’era in lui qualcosa di quieto e insieme acuto, un sorriso appena piegato che non feriva, ma osservava. Roma gli fu culla e teatro: non la Roma da cartolina, ma quella dei cortili pieni di voci e delle botteghe dove il tempo si misura in chiacchiere, vino, e brevi sospiri. Il suo vero nome era Carlo Alberto Salustri, ma capì presto che i nomi seri non sanno raccontare le persone: così prese le sillabe del suo cognome e le fece danzare fino a farne Trilussa, un nome che scivola via leggero, come chi non marchia il mondo, ma lo sfiora e lo illumina.
Trilussa guardava la gente come si guarda una piazza dall’ombra frescura di un portico: senza fretta, senza giudizio, cogliendo il ridicolo e il tenero nella stessa immagine. Parlava il dialetto romanesco con la grazia di chi non lo usa per effetto, ma perché è la lingua in cui gli batte il cuore. Nelle sue poesie, i gatti filosofano, i galli s’invaniscono, gli uomini fanno finta di essere più grandi di ciò che sono — e spesso bastava una gallina per dire la verità meglio di un ministro. Le sue poesie parlano spesso degli ultimi, dei poveri diavoli che arrancano nelle strade di Roma, ma lo fa con una gentilezza ruvida, come chi sa che ridere è l’unico modo per non piangere troppo.
Le sue tematiche si muovono tra il politico e l’umano. Criticava i potenti — ministri, burocrati, preti, generali — con la calma paziente di chi ha capito che il vero potere raramente è intelligente e che, spesso, sono le galline del cortile a darci più buon senso dei parlamentari. E insieme a questo c’è la riflessione sul potere — su come esso prometta giustizia e felicità, ma sia sempre più visibile nel gesto di chi comanda che non nel destino di chi subisce.

L’avvocato
L’avvocato è persona de decoro
che vènne le parole a peso d’oro
e per mentre fa finta
d’accomodatte li, fatti tui
s’accomoda li sui.
Secondo Trilussa, la natura umana è un miscuglio un po’ sbilenco di furberia, bontà disordinata e una certa dose di teatrino. È come se l’uomo vivesse costantemente in bilico tra il voler fare la cosa giusta e il cercare la scorciatoia — e spesso la scorciatoia vince, ma non per cattiveria: più per abitudine, o per quella stanchezza antica che a Roma chiamano semplicemente “campà”. Nei suoi versi ritorna spesso l’idea che ciascuno si costruisca una maschera — un ruolo, un tono, un modo di stare al mondo — e poi ci resti incastrato dentro, come un attore che ha dimenticato la battuta ma continua a muovere le mani per finta.

L’esperienza
— So’ cent’anni che sto ar monno
— barbottava un Pappagallo —
oramai ciò fatto er callo,
lo conosco troppo a fonno
e per questo so’ prudente
co’ le cose e co’ la gente.
Quanno parlo faccio in modo
che nun dico quer che penso:
sarò finto, ma in compenso
me la rido e me la godo
quanno sento un infelice
che nun pensa quer che dice.
La natura umana, per lui, è un grande palcoscenico in cui ognuno recita per non farsi scoprire: il povero per sembrare furbo, il potente per sembrare giusto, il religioso per sembrare santo.
La sua ironia non urlava: sapeva farsi sentire come un sussurro che brucia. Eppure, in quel sorriso inclinato, vibrava una dolcezza antica, la tenerezza di chi conosce l’umanità nelle sue sbavature, nei suoi inciampi, nelle sue improvvise bontà. Per questo, ancora oggi, Trilussa non lo si immagina chiuso in un libro, ma seduto davanti a casa, su una sedia di paglia, il cappello un po’ calato. Guarda chi passa, ascolta, e quando ti vede stanco o troppo serio, ti regala una favola che sembra parlare proprio di te.
Non per giudicare.
Ma per ricordarti — senza far rumore — che la vita è buffa, fragile, contraddittoria.
E che proprio in questo, e solo in questo, resta irrimediabilmente vera.
Il suo nome, come già detto prima, è Carlo Alberto Salustri, e viene al mondo a Roma il 26 ottobre del 1871. Una Roma che non è ancora la capitale frenetica del presente, ma una città che vive di chiacchiere sulle soglie, di profumi di vino giovane e di strade lucidate dalla pioggia.
La sua infanzia è fragile: nel 1872 muore la sorellina di appena tre anni, nel 1874 suo padre. Resta lui con la madre, una donna che cuce stoffe e dignità, e Roma che lo educa più di qualsiasi scuola. Il ragazzo cresce ascoltando i mercati, le botteghe, le discussioni dei vicoli: dove la verità arriva senza abbellimenti.
A sedici anni, nel 1887, pubblica il suo primo sonetto e decide di chiamarsi Trilussa: un gioco col suo cognome, una dichiarazione di libertà.

La tartaruga
Mentre una notte se n’annava a spasso,
la vecchia tartaruga fece er passo più lungo
de la gamba e cascò giù
cò la casa vortata sottoinsù.
Un rospo je strillò: “Scema che sei!
Queste sò scappatelle che costeno la pelle…
_ lo sò rispose lei_ ma prima de morì,
vedo le stelle.
Nel 1889 pubblica “Le stelle de Roma“, nel 1890 e 1891 i “Lunari de Er Mago de Bborgo”, nel 1894, “Quaranta sonetti romaneschi“. All’inizio del Novecento dà voce alle “Favole romanesche“ (1900–1901), dove animali e uomini si scambiano maschere e verità. Nel 1914 esce “Ommini e bestie“, che somiglia più a una diagnosi del mondo che a un titolo. Nel 1917 scrive il celebre poemetto “La Vispa Teresa“, lieve come un sorriso, acuta come uno spillo.
Quando il fascismo prende il sopravvento in Italia, Trilussa sceglie una posizione rara: restare libero. Non si iscrive, non acclama, non marcia. E non fa neppure il tribuno: lo sapeva che le parole urlate spesso fanno meno effetto di quelle dette piano. La sua satira continua a colpire l’orgoglio dei potenti con la punta di un ago, non con un martello. È un antifascismo senza bandiere: fermo, discreto, in piedi. E rimanere in piedi, in quegli anni, era già un gesto politico.

L’elezzione der Presidente
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
De fasse elegge’ s’era messo addosso
La pelle d’un leone,
Disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
La civirtà, la libbertà, er progresso…
Ecco er vero programma che ciò io,
Ch’è l’istesso der popolo! Per cui
Voterete compatti er nome mio… –
Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
E allora solo er popolo bestione
S’accorse de lo sbajo
D’ave’ pijato un ciuccio p’un leone!
Quanto al cuore, non si sposa, ma ama. Nei primi anni del Novecento c’è Mimì Ronconi, attrice vivace, luminosa come un sipario appena aperto. Poi, dagli anni ’30, entra nella sua vita Rosa Tomei, la governante. Con lei non c’è fuoco che divampa, ma brace che scalda: silenzio, tavola apparecchiata, finestre chiuse al momento giusto. Rimane con lui fino alla fine.

L’ingiustizzie der monno
Quanno che senti di’ “cleptomania”
è segno ch’è un signore ch’ha rubato:
er ladro ricco è sempre un ammalato
e er furto che commette è una pazzia.
Ma se domani è un povero affamato
che rubba una pagnotta e scappa via
pe’ lui nun c’è nessuna malattia
che j’impedisca d’esse condannato!
Così va er monno! L’antra settimana
che Teta se n’agnede cor sartore
tutta la gente disse: è– una puttana –
Ma la duchssa, che scappò in America
còr cammeriere de l’ambsciatore,
– Povera donna! – dissero – E’ un’isterica!…
Nel 1950, ormai anziano, la Repubblica lo nomina senatore a vita “per altissimi meriti letterari”. È un riconoscimento alla sua voce franca e gentile. E, una volta in Senato, Trilussa sceglie di sedere nel gruppo parlamentare del Partito Repubblicano Italiano (PRI), il partito che più gli somigliava: discreto, libero, allergico ai fanatismi. Non durerà molto: la morte arriva lo stesso anno, il 21 dicembre, a Roma, la città che lo aveva cresciuto e che lui non aveva mai smesso di ascoltare.

Li nummeri
“Conterò poco, è vero”
diceva l’Uno ar Zero
“ma tu che vali? Gnente, proprio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un caso voto e inconcrudente.
Io invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nnummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.
Trilussa non è un poeta da monumento.
È una sedia di paglia davanti alla porta.
È un sorriso storto sotto il cappello.
È un uomo che guarda passare il mondo e dice, semplicemente:
«Nun te prende troppo sul serio.
La vita va capita piano.»

Felicità
C’è un’Ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.
Trilussa è ancora attuale perché parlava della gente, e la gente, in fondo, non cambia poi così tanto. Le mode passano, le città crescono, le macchine diventano più veloci e gli schermi più luminosi, ma gli esseri umani continuano a inciampare negli stessi difetti che avevano ieri: la vanità, la furbizia, la voglia di sembrare grandi quando si è piccoli e di fare i furbi quando converrebbe essere sinceri.

Carità cristiana
Er Chirichetto d’una sacrestia
sfasciò l’ombrello su la groppa a un gatto
pe’ castigallo d’una porcheria.
– Che fai? – je strillò er Prete ner vedello
– Ce vò un coraccio nero come er tuo
pe’ menaje in quer modo… Poverello!…
– Che? – fece er Chirichetto – er gatto è suo? –
Er Prete disse: – No… ma è mio l’ombrello!-
Nei suoi versi c’è la Roma delle osterie e dei vicoli, certo, ma c’è anche la piazza di oggi, quella fatta di notizie urlate e opinioni vendute a buon mercato. Ci sono politici che parlano tanto e concludono poco, e persone semplici che capiscono molto e parlano appena. C’è l’ironia di chi guarda il mondo con un sorrisetto sardonico, come se sapesse che la vita è un po’ buffa, un po’ tragica, e sempre, sempre in bilico tra le due.

La politica
Ner modo de pensà c’è un gran divario:
mi’ padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubblicano.
Prima de cena liticamo spesso
pè via de ’sti princìpi benedetti:
chi vo’ qua, chi vo’ là… Pare un congresso!
Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma.
Trilussa prendeva gli animali per raccontare gli uomini, perché spesso gli animali risultano più dignitosi dei loro padroni. E quando leggi una sua favola oggi, ti capita di riconoscere qualcuno: un collega, un capo, un vicino, o magari te stesso, in un giorno in cui hai voluto sembrare più astuto del dovuto.

Autarchia
Appena ch’er Droghiere mise in mostra
«Il Vero Insetticida Nazionale»,
la Mosca disse: — Me farà più male,
ma per lo meno è produzzione nostra.
Ecco perché Trilussa non invecchia: perché non invecchia la natura umana. Le sue poesie, lette piano, sembrano avere il tono di certe chiacchierate al tramonto, quando finalmente si dice la verità senza più paura. Una verità che non urla, ma sorride — e con quel sorriso ti fa pensare che, forse, ridere di noi stessi è il primo passo per diventare migliori.
Di seguito altri componimenti di questo straordinario poeta. Buona lettura 🙂

Foglie gialle
Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle
come farfalle
spensierate?
Venite da lontano o da vicino
da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?
Er compagno scompagno
Un Gatto, che faceva er socialista
solo a lo scopo d’arivà in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d’un capitalista.
Quanno da un finestrino su per aria
s’affacciò un antro Gatto: — Amico mio,
pensa — je disse — che ce so’ pur’io
ch’appartengo a la classe proletaria!.
Io che conosco bene l’idee tue
so’ certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me… Semo compagni!
— No, no: — rispose er Gatto senza core —
io nun divido gnente co’ nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so’ conservatore!
La ninna nanna della guerra
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
***

La folla
Nun soffià più, risparmia la fatica:
disse una canna ar Vento –
tanto lo sai che nun me spezzi mica…
Io – disse er Vento – sfido
l’arberi secolari e li sconquasso:
ma, de te, me ne rido! Me contento
che te pieghi e t’inchini quanno passo.
La libbertà
La Libbertà, sicura e persuasa
d’esse’ stata capita veramente,
una matina se n’uscì da casa:
ma se trovò con un fottìo de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j’impedì d’annà’ libberamente.
E tutti je chiedeveno: – Che fai? –
E tutti je chiedeveno: – Chi sei?
Esci sola? a quest’ora? e come mai?…
– Io so’ la Libbertà! – rispose lei –
Per esse’ vostra ciò sudato assai,
e mò che je l’ho fatta spererei…
– Dunque potemo fa’ quer che ce pare… –
fece allora un ometto: e ner di’ questo
volle attastalla in un particolare…
Però la Libbertà che vidde er gesto
scappò strillanno: – Ancora nun è affare,
se vede che so’ uscita troppo presto!
Re Leone
Bisogna che venite appresso a me! –
disse er Leone ar Popolo animale.
E tutti quanti agnedero cór Re.
Ma doppo un po’ de strada ecchete che
er Re rimase in coda, cór Cignale.
Ritorna ar posto indove t’eri messo,
je disse quello – e insegnece er cammino…
Va’ là – rispose er Re – tanto è lo stesso;
oggi chi guida un Popolo è destino
che poi finisce per annaje appresso.

La sincerità ne li comizzi
Er deputato, a dilla fra de noi,
ar comizzio ciagnede contro voja,
tanto ch’a me me disse: – Oh Dio che noja! -,
Me lo disse: è verissimo, ma poi
sai come principiò? Dice: – È con gioja
che vengo, o cittadini in mezzo a voi,
per onorà li martiri e l’eroi,
vittime der pontefice e der boja! –
E, lì, rimise fòra l’ideali,
li schiavi, li tiranni, le catene,
li re, li preti, l’anticlericali…
Eppoi parlò de li principî sui:
e allora pianse: pianse così bene
che quasi ce rideva puro lui!
Er venditore de fumo
Er Gatto entrò in cucina e rubbò un pollo.
Er Coco se n’accorse e, detto fatto,
je corse appresso e l’agguantò p’er collo.
— Ma questa è incomprensione! — disse er Gatto —
Nun hai visto che porto
la collarina nera con un bollo,
e chi cià questa qui, nun ha mai torto?
E tengo, pe’ de più, la protezzione
d’un pezzo grosso de li più potenti,
che me le manna tutte quante bone…
Er Coco che capì la situazzione
se mise su l’attenti.
Conosco più d’un gatto ch’è disposto
a vende er fumo pe’ magnà l’arrosto.
***

N.B. Quasi tutte le immagini e i video sono stati reperiti nel web, quindi considerati di pubblico dominio, usati a scopo meramente didattico o decorativo, e appartenenti a Pinterest, a google, a youtube e ai legittimi proprietari. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo lacapannadelsilenzio@yahoo.it e saranno immediatamente rimossi.






Leave a Comment
Devi essere connesso per inviare un commento.