L’arte di lamentarsi senza disturbare

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L’Italia potrebbe essere governata da chiunque. Anche dal vicino di casa, quello che lascia le chiavi nella serratura, parcheggia due strade più in là e trascorre il pomeriggio a cercare la macchina, ma poi, incontrandoti sul pianerottolo, ti spiega con precisione assoluta come si dovrebbe amministrare un paese. E avrebbe persino qualche possibilità di successo.
Non perché in Italia manchino persone intelligenti. Ce ne sono, naturalmente. Alcune sono perfino convinte di esserlo. Il punto è un altro. Qui si può togliere quasi tutto con una discreta facilità. Basta farlo piano. Un diritto oggi, uno tra sei mesi, un altro dentro una riforma di quattrocento pagine che nessuno leggerà mai. Poi si dà alla cosa un nome rassicurante. “Adeguamento”. “Razionalizzazione”. “Misura inevitabile”.
L’italiano sente la parola “inevitabile” e si tranquillizza.
Se è inevitabile, almeno non deve fare nulla.
Può lamentarsi.
Lamentarsi, del resto, è la nostra forma più praticata di partecipazione civile. Lo facciamo al bar, in cucina, in macchina, nei gruppi WhatsApp, davanti al telegiornale. Con competenza, passione e una notevole varietà di insulti. Poi arriva l’ora di cena.
Una parte dei pensionati è andata in pensione prima dei sessant’anni, spesso con assegni molto vicini all’ultimo stipendio. Non tutti, certo. Ma abbastanza da avere sviluppato una certa serenità teorica davanti ai sacrifici altrui. Osservano chi lavora oggi e dovrà continuare fino a settanta, con l’aria di chi guarda un documentario su una specie lontana. Interessante. Un po’ triste. Ma, per fortuna, non riguarda loro.
Chi oggi lavora, però, non è completamente innocente. Si indigna. Sospira. Dice che così non si può andare avanti. Lo dice da vent’anni, andando avanti esattamente così.
Nel frattempo i giovani partono. Non tutti per avventura. Molti semplicemente perché altrove trovano uno stipendio, una prospettiva e, in certi casi, perfino un contratto che non sembra scritto su un tovagliolo. Meno giovani significa meno lavoratori. Meno lavoratori significa meno contributi. Meno contributi significa pensioni sempre più povere.

Ma non allarghiamoci con il pessimismo. Abbiamo ancora il calcio, i saldi, il Black Friday, i programmi di cucina e una fiducia quasi religiosa nel fatto che il problema, alla fine, toccherà sempre a qualcun altro.

Ora si vocifera che l’età pensionabile possa arrivare a settant’anni. Tranquilli. Non succederà nulla. Non succederebbe nulla nemmeno se la portassero a ottanta. Qualcuno scriverebbe un post molto duro. Qualcun altro direbbe che è una vergogna. I più temerari metterebbero una faccina arrabbiata o disgustata sotto l’articolo. Poi, verso sera, si passerebbe ad altro.
Quando in Francia hanno alzato l’età pensionabile, hanno protestato per settimane. Noi li abbiamo guardati con il solito misto di fastidio e ammirazione. Prima abbiamo detto che i francesi esagerano sempre. Poi che, però, bisogna riconoscerglielo, loro sanno protestare. Sono quelli della Rivoluzione francese. Infine qualcuno ha ricordato che non hanno il bidet.
E così l’orgoglio nazionale è stato salvo. Loro difendono i diritti. Noi l’igiene personale. In quel momento ci siamo sentiti di nuovo superiori, che è una delle cose che ci riescono meglio quando non sappiamo come sentirci migliori.
Siamo un popolo da studiare. Non per offenderci. Al contrario, con curiosità scientifica. Per capire come sia possibile accettare quasi tutto e, nello stesso tempo, conservare un’opinione così alta di noi stessi.
In Italia si può tollerare qualunque cosa, purché venga introdotta gradualmente, spiegata male e annunciata con un’espressione abbastanza tecnica da scoraggiare ogni domanda.
Poi ci lamentiamo.
È il nostro modo di opporci senza disturbare nessuno.
Soprattutto chi decide.

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