Passare ovunque, non vedere nulla

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«La distrazione è una forma di obesità della mente.»

Matthew B. Crawford

Vi sono persone che attraversano il mondo senza lasciarsi toccare da nulla.
Partono, arrivano, fotografano. Poi tornano e raccontano l’albergo.
Sono state a Sharm el-Sheikh, ma dell’Egitto ricordano il buffet, il braccialetto del villaggio e la temperatura dell’acqua. Le Piramidi restano altrove, troppo lontane, troppo scomode, forse perfino troppo vere.
Fanno crociere nelle quali ogni città dura poche ore. Scendono, comprano una calamita, assaggiano qualcosa, risalgono. Alla fine hanno visto sei porti e conosciuto nessun luogo.


A volte preferiscono i viaggi mordi e fuggi, quelli che consentono di dire «ci sono stato» senza il rischio di capire davvero dove. Tornano da Budapest e parlano delle terme. Da Praga ricordano il centro benessere dell’hotel. Di Roma conservano la fotografia sul terrazzo, ma non una domanda.
Non è mancanza di denaro, di tempo o di istruzione. È un altro genere di povertà.
È l’abitudine a sfiorare tutto e a non entrare mai.
Organizzano feste, cene, ricorrenze, serate a tema e fotografie con lo stesso sorriso. Sanno scegliere il locale giusto, il vino adatto, la musica che non disturba troppo. Ma un classico non lo hanno mai aperto. Non perché non ne abbiano avuto occasione. Semplicemente non ne hanno sentito il bisogno.
I libri, del resto, chiedono qualcosa.
Chiedono tempo. Silenzio. Attenzione. A volte costringono a incontrare una parte di sé che si preferirebbe lasciare chiusa.
È molto più semplice riempire ogni vuoto.
Una partenza, una cena, una festa, una prenotazione, una fotografia. Qualunque cosa pur di non restare soli con una domanda.
Il nostro tempo ha imparato a proteggerci dalla profondità. Ci offre esperienze rapide, emozioni già pronte, opinioni da indossare per una sera. Tutto deve essere gradevole, breve, condivisibile.
Anche la cultura viene trattata come una decorazione. Un quadro serve come sfondo, una città come prova di buon gusto, un libro come oggetto da mettere sul tavolo.

Christina Craft – FunkyTown Photography, via Pinterest

Eppure sapere non significa accumulare titoli o citazioni.
Significa accorgersi.
Accorgersi di un volto stanco, di una parola usata male, di una bellezza che non chiede di essere fotografata. Significa intuire che ogni luogo possiede una memoria e che passargli accanto senza ascoltarla è una forma di cecità.
Vi sono ancora persone in grado di fermarsi.
Entrano in un museo senza correre verso l’opera più famosa. Leggono un libro lentamente. Durante un viaggio deviano dal percorso previsto. Fanno domande senza vergognarsi di non sapere.
Non sono migliori.
Sono soltanto meno distratte.
Forse è per questo che oggi sembrano così rare.


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