Naza – quando una vita diventa un numero

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“Naza” non è ancora arrivato nelle sale italiane. Per ora possiamo conoscerlo attraverso ciò che è accaduto a Venezia, il Premio Speciale della Giuria e quei quasi venticinque minuti di applausi che hanno seguito la proiezione. Un tempo lunghissimo. E viene quasi da chiedersi dove fossimo noi mentre a Gaza morivano decine di migliaia di civili, mentre famiglie intere sparivano e i nomi diventavano numeri così in fretta da non avere più il tempo di restare nomi.
Il film è firmato dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori, insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal, di “No Other Land“, premiato con l’Oscar nel 2025. Per quasi tre anni hanno raccolto le testimonianze di ventiquattro tra militari, ufficiali e membri dell’intelligence israeliana, persone che conoscono dall’interno il sistema con cui vengono scelti gli obiettivi e autorizzati gli attacchi.

Il titolo dice già quasi tutto. Naza indica il numero stimato di civili che possono morire insieme a un bersaglio. Prima della polvere, prima delle macerie, esiste già un calcolo. Una madre, un bambino, un anziano possono diventare una quantità prevista, una perdita ammessa.

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Ed è forse questo che spezza più di tutto. La violenza non passa soltanto attraverso soldati e bombardamenti. Passa anche dentro stanze chiuse, schermi, dati, procedure. La morte può essere misurata, autorizzata, trasformata quasi in una pratica da sbrigare.
E poi ci siamo noi.
L’Italia. La Germania.
Yuval Abraham ha detto che per loro è particolarmente importante che il film venga distribuito in Italia proprio perché il nostro paese, insieme alla Germania, è tra quelli europei che, secondo lui, hanno frenato sanzioni contro Israele e la sospensione degli accordi commerciali.
Il punto, in fondo, è semplice. Quando si vede quanto dolore viene inflitto ai palestinesi e si hanno strumenti di pressione, bisogna usarli.
Non dopo.
Adesso.
Di Gaza ho parlato anche qui, nel tentativo di non lasciare che immagini, nomi e storie venissero inghiottiti dalla velocità con cui tutto passa. Non perché ricordare basti. Ma perché il silenzio, in questi casi, somiglia troppo a una seconda cancellazione.

A Venezia “Naza” ha ricevuto una standing ovation indicata come la più lunga nella storia della Mostra. E viene spontaneo pensare a “La voce di Hind Rajab“, accolta l’anno scorso da un’altra interminabile ovazione.
Ancora Gaza.
Ancora una sala in piedi.
Ancora il bisogno di un film per riuscire a fermarci davanti a ciò che, fuori dal cinema, abbiamo visto scorrere per anni.
Forse il cinema riesce a restituire un volto a ciò che la cronaca consuma ogni giorno.
Ma resta una domanda.
Perché riusciamo a restare immobili davanti a una storia quando diventa un film, e così poco mentre sta accadendo davvero?
Per ora restano il premio, gli applausi e un pensiero che non smette di tornare.

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Che prima ancora della bomba, qualcuno aveva già contato i morti.
Ma non aveva contato il letto rimasto vuoto.
La voce che non avrebbe più risposto.
Il posto a tavola che avrebbe continuato ad aspettare qualcuno.
Perché i numeri finiscono.
L’assenza no.
In Israele il film ha provocato reazioni molto dure. Itamar Ben Gvir ha attaccato i due registi israeliani invitandoli a lasciare il paese. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha parlato persino della revoca della cittadinanza…

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