Il film è firmato dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori, insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal, di “No Other Land“, premiato con l’Oscar nel 2025. Per quasi tre anni hanno raccolto le testimonianze di ventiquattro tra militari, ufficiali e membri dell’intelligence israeliana, persone che conoscono dall’interno il sistema con cui vengono scelti gli obiettivi e autorizzati gli attacchi.
Il titolo dice già quasi tutto. Naza indica il numero stimato di civili che possono morire insieme a un bersaglio. Prima della polvere, prima delle macerie, esiste già un calcolo. Una madre, un bambino, un anziano possono diventare una quantità prevista, una perdita ammessa.

Di Gaza ho parlato anche qui, nel tentativo di non lasciare che immagini, nomi e storie venissero inghiottiti dalla velocità con cui tutto passa. Non perché ricordare basti. Ma perché il silenzio, in questi casi, somiglia troppo a una seconda cancellazione.
A Venezia “Naza” ha ricevuto una standing ovation indicata come la più lunga nella storia della Mostra. E viene spontaneo pensare a “La voce di Hind Rajab“, accolta l’anno scorso da un’altra interminabile ovazione.
Ancora Gaza.
Ancora una sala in piedi.
Ancora il bisogno di un film per riuscire a fermarci davanti a ciò che, fuori dal cinema, abbiamo visto scorrere per anni.
Forse il cinema riesce a restituire un volto a ciò che la cronaca consuma ogni giorno.
Ma resta una domanda.
Perché riusciamo a restare immobili davanti a una storia quando diventa un film, e così poco mentre sta accadendo davvero?
Per ora restano il premio, gli applausi e un pensiero che non smette di tornare.

Che prima ancora della bomba, qualcuno aveva già contato i morti.
Ma non aveva contato il letto rimasto vuoto.
La voce che non avrebbe più risposto.
Il posto a tavola che avrebbe continuato ad aspettare qualcuno.
Perché i numeri finiscono.
L’assenza no.
In Israele il film ha provocato reazioni molto dure. Itamar Ben Gvir ha attaccato i due registi israeliani invitandoli a lasciare il paese. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha parlato persino della revoca della cittadinanza…

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